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Cinque Stelle, zero programmi economici

M5S si propone al voto come forza di governo, ma i programmi - dalla finanza pubblica alla disoccupazione - sono confusi o inesistenti, e pesano i casi di Roma e Torino. GIANNI CREDIT

Il candidato premier di M5S, Luigi di Maio (LaPresse)Il candidato premier di M5S, Luigi di Maio (LaPresse)

Durante la recente discussione parlamentare sul DEF - ha ricordato Antonio Polito sul Corriere della Sera - una mozione M5S sollecitava inizialmente il governo "a sospendere... il rispetto dell’indebitamento entro il 3% fino al conseguimento di uno stato di benessere sociale... pari ai livelli più elevati della media europea". Si denunciava, nei fatti, il Fiscal Compact con il corollario di una virtuale uscita dell'Italia dalla Ue durante il dibattito preliminare sulla legge di stabilità 2018: il vero "compito in classe" su cui l'Italia dovrà riconquistarsi una faticosa promozione a Bruxelles. E tutto questo mentre ben altro "documento intermedio" prendeva a circolare fra i ministri delle Finanze della Ue: il biglietto d'addio di Wolfgang Schauble all'Eurogruppo con un progetto di riforma dell'eurozona imperniato sul "default automatico" dei Paesi-membri troppo indebitati.

Non ha quindi stupito che il passaggio "ribelle" sia sparito dalla mozione M5S nell'arco di una pausa-lavori, non esclusa una cancellazione affannata da parte dello stesso Luigi Di Maio, fresco di candidatura a premier da parte di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Appena un mese fa, Di Maio si era affannato a convincere l'establishment finanziario riunito a Cernobbio dell'affidabilità del movimento come forza di governo e di un superamento delle posizioni più populiste e anti-europee. In quell'occasione aveva ridotto la boutade su un referendum "alla greca" sull'adesione all'euro a semplice "ipotesi estrema". Ma da allora la gestazione grillina di un programma di politica economica non ha smesso di essere "allegra", secondo l'eufemismo usato da Polito

Della proposta di azzerare le organizzazioni sindacali abbiamo ragionato in un recente editoriale su ilsussidiario.net. Dal Forum Ambrosetti è filtrato un solo, generico titolo sviluppista targato Di Maio: "Italia come Smart Nation" con immancabili e indefiniti "investimenti pubblici e privati in nuove tecnologie". La lotta alla disoccupazione giovanile (cioé la tutela del serbatoio elettorale grillino) resta nei fatti elaborata seconda una rozza chiave fiscale: in quel "reddito di cittadinanza" la cui premessa implicita è un iper-deficit pubblico oppure una pesante redistribuzione tributaria ("patrimoniale"). E questo dopo che Mario Draghi ha detto due settimane fa che "i giovani hanno bisogno di lavoro e non di sussidi".

A proposito di Bce: nella loro polemica iconoclasta contro le banche italiane, gli M5S non si sono accorti di aver sconfinato in campo nemico. Di fronte alla minaccia di un ennesimo giro di vite della vigilanza di Francoforte su crediti in sofferenze e requisiti patrimoniali, l'Italia ha ricominciato a muoversi in modo istituzionalmente corretto e politicamente responsabile: per voce del ministro dell'Economia Piercarlo Padoan e del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Anche Matteo Renzi sta accantonando la polemica contro la Banca d'Italia. I grillini sono rimasti soli a ripetere che delle banche italiane non si può che fare un falò: esattamente come dicono i falchi dell'Europa nordica, non in buona fede sullo stato dei loro sistemi creditizi.

Lo scarto fra elementarietà degli slogan elettorali e povertà di governo della cosa economica è comunque già visibile nei due grandi municipi che M5S ha conquistato 15 mesi fa. Roma è in virtuale default ed è più che simbolica la procedura fallimentare cui è stata costretta l'Atac, la grande municipalizzata si trasporti locali. Virginia Raggi non ha tuttavia ritenuto di rispondere alla convocazione del ministero dello Sviluppo: eppure il governo (titolare della legislazione speciale sulla Capitale e della Cdp, bombola d'ossigeno salvavita per il Campidoglio) e' un interlocutore unico è obbligato per un sindaco capitolino responsabile e non "catalano".

Anche a Torino il comune è indebitato: è l'eredità di una lunga gestione amministrativa di centrosinistra e dell'inevitabile buco lasciato dalle Olimpiadi 2006. Ma non è un buon motivo per cui un nuovo sindaco M5S - e Chiara Appendino viene da una famiglia di imprenditori - debba limitarsi a polemizzare mentre inizia a vendere brandelli della residua argenteria nel patrimonio municipale o a premere sulle due Fondazioni bancarie cittadine come se fossero un bancomat del municipio.

Il problema del programma economico dei Cinque Stelle è in fondo che non ne hanno alcuno.

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