BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

Indipendenza, autonomia e desiderio del popolo

Il referendum che si terrà il 22 ottobre in Lombardia e in Veneto, dopo il voto in Catalogna, è un buon invito a una riflessione sul ruolo della politica. GIORGIO VITTADINI

LapresseLapresse

Molti si sono giustamente affrettati a precisare che il referendum per l’indipendenza della Catalogna non ha nulla a che fare con il referendum indetto da Lombardia e Veneto per il prossimo 22 ottobre. L’appuntamento con le urne nelle due regioni italiane non è per la secessione, ma per una più ampia autonomia dallo Stato centrale ed è inoltre in linea con la Costituzione. L’obiettivo di Maroni e Zaia non è quello della vecchia Lega di Bossi, l’indipendenza di un’ipotetica Padania (Salvini, invece, con il suo programma estremista di destra se ne infischia sia dell’indipendenza che dell’autonomia).

Il referendum è solo consultivo, ma si inserisce in un processo avviato da tempo che cerca di coniugare responsabilità e trasparenza nella gestione della cosa pubblica attraverso l’attuazione di quel regionalismo differenziato previsto dall’art. 116, introdotto nella riforma del Titolo V della Costituzione fatta del 2001. Portare avanti coi dovuti modi questo processo potrebbe essere importante per una nuova fase di sviluppo equilibrato del nostro Paese. Potrebbe infatti obbligare le regioni, amministrate in modo inefficiente e con spese clientelari, a correggersi. E le regioni più virtuose ed efficienti a investire ancora meglio le loro risorse, per il bene di tutti. Al contrario, continuare, in modo indiscriminato, a trasferire risorse (sempre più scarse) dallo Stato centrale ai livelli locali, anziché spingere sull’acceleratore della competenza e dell’efficienza, vuol dire incentivare l’irresponsabilità e coprire sciatterie amministrative.

L’autonomia differenziata è l’unico antidoto anche contro i due opposti estremismi, quello dell’indipendentismo (un anacronismo rispetto al contesto del nuovo mondo globalizzato) e del centralismo statalista, che porta ormai spreco e incapacità di governare.

Fino a qui il merito del referendum. C’è però un “ma”. Si è visto anche nella recente vicenda della Catalogna. Perché uno Stato sia veramente democratico, pluralista e davvero civile, ci vuole qualcosa in più che il semplice rispetto delle leggi che si è dato. Per capire cosa manca, vale anche ricordare che l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni nel 2009 aveva già messo a punto un pacchetto di richieste per un’autonomia differenziata da trattare col governo. Ma proprio la Lega, che faceva parte del governo Berlusconi, si oppose. In una parola, si sarebbe ottenuto senza referendum (e il suo costo) ciò che il referendum propone, senza poterlo assicurare poiché è solo consultivo.

Cosa manca lo ha ben espresso papa Francesco nel suo discorso a Cesena di domenica scorsa: la consapevolezza di cosa sia un vero lavoro politico e quanto sia urgente recuperarlo, perché «la bacchetta magica non funziona in politica. Un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni. Per rendersene conto basta provare ad agire di persona invece di limitarsi a osservare e criticare dal balcone l’operato degli altri. E questo è un difetto, quando le critiche non sono costruttive. Se il politico sbaglia, vai a dirglielo [...]. Ma [...] costruttivamente. E non guardare dal balcone, osservarlo dal balcone aspettando che lui fallisca. No, questo non costruisce la civiltà. Si troverà in tal modo la forza di assumersi le responsabilità che ci competono, comprendendo al tempo stesso che, pur con l’aiuto di Dio e la collaborazione degli uomini, accadrà comunque di commettere degli sbagli. Tutti sbagliamo. “Scusatemi, ho sbagliato. Riprendo la strada giusta e vado avanti”».

Troppo ingenuo? Ma quale altra strada ci sarebbe se non quella di continuare a dialogare, confrontarsi, approfondire, ipotizzare compromessi, accettare approssimazioni pur di andare avanti a costruire? Il contrario di muri massimalisti e arroccamenti opportunisti dal breve respiro. L’esatto contrario di quanto viene privilegiato in questa epoca nel dibattito pubblico.

Non si può abbandonare la politica per gli errori fatti in passato, né accucciarsi insieme a quel populismo che sa solo schematizzare e dividere. Bisogna prima o poi ricominciare a muoversi con lungimiranza e gratuità: unica possibilità concreta senza cui qualsiasi approccio, soluzione, lezione, legge elettorale rischiano di essere solamente “ludi cartacei”.

© Riproduzione Riservata.