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L'Italia tra struzzi e aquile

Sembra che in Italia, spiega GIORGIO VITTADINI, si voglia mettere la testa sotto la sabbia di fronte al problema demografico, anziché cercare delle soluzioni

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C’è qualcuno che sta pensando a come far fronte ai problemi demografici che nasceranno nel mondo in un futuro prossimo? Uno per tutti, il boom demografico in Africa. Ma anche i problemi che riguardano, in diverso modo, l’Italia che, più degli altri paesi occidentali, sta invecchiando e impoverendo. I recenti dati dell’Istat descrivono una società sempre più disgregata in cui la disuguaglianza aumenta, lasciando ai margini un numero crescente di persone.

In questo contesto, la popolazione italiana continua anche a diminuire. Dopo aver perso 130 mila abitanti nel corso del 2015, nel 2016 si sono registrate 86 mila persone in meno, confermando una dinamica negativa mai osservata lungo l’ultimo secolo della sua storia. Il calo demografico, che ha un’influenza sull’impoverimento, non è nemmeno compensato dai flussi migratori, che sembrano imponenti, ma non lo sono.

Chiariamo subito che non si tratta di sponsorizzare la scelta di fare figli come conigli. Per capire che l’invecchiamento crescente della popolazione è destinato a rimettere in discussione importanti equilibri e faticose conquiste sul fronte dello sviluppo e del welfare basta una calcolatrice. In cento anni la popolazione in età produttiva si è dimezzata ed è aumentato di dieci volte il numero degli anziani sopra gli 80 anni. Chi pagherà in un prossimo domani le badanti e le spese per le cure e l’assistenza per questi anziani, quali stipendi sosterranno le loro pensioni? Trattandosi di problemi che non hanno a che fare con prossime elezioni, viene il sospetto che si stia mettendo la testa sotto la sabbia, semplicemente ignorando la questione.

Ma arriviamo al punto centrale, quello della bassa natalità. Esiste un gap tra il numero di figli avuti dalle donne residenti in Italia tra i 25 e i 39 anni (il più basso della Ue: una media di 0,8) e il numero di figli desiderati per il resto della loro vita riproduttiva (che è tra i più alti dell’Unione: 1,1). Perché si fanno così pochi figli da giovani, e poi si aspira ad averli in età più avanzata? Le donne non hanno voglia di interrompere la loro carriera? Il mercato del lavoro penalizza troppo le madri? Le famiglie giovani non si possono permettere di fare figli per motivi economici? È calato il desiderio di generare perché la vita si è fatta troppo pesante? Le domande rimangono aperte, ma è importante notare che laddove esistono politiche a favore della famiglia (ad esempio nidi comunali con prezzi accessibili), la voglia di fare figli torna. Come avviene ad esempio a Bolzano, dove c’è un tasso di natalità pari a 1,8, in linea con il resto d’Europa.

Un altro elemento che compone il quadro demografico è il tasso di mortalità, che si colloca nel già citato quadro di crescente invecchiamento della popolazione. Tenendo conto che la speranza di vita negli ultimi anni è leggermente diminuita, è bene tenere alta l’attenzione sulla cura e sull’assistenza delle persone più fragili. Ci stiamo allineando a quei paesi del Nord Europa e agli Usa dove si sta implicitamente sacrificando chi non è produttivo?

Anche i dati sulle immigrazioni dall’estero mettono in luce aspetti sorprendenti. Come accennato all’inizio, i migranti non solo non riescono a colmare nel presente il calo demografico, ma difficilmente riusciranno a farlo in un futuro prossimo. Gian Carlo Blangiardo, demografo e curatore del Rapporto “Sussidiarietà e... crisi demografica” pubblicato in questi giorni, spiega che solo in epoca di ricongiungimenti familiari gli immigrati riuscivano in parte a compensare con i loro figli quelli che non facciamo noi, ma negli ultimi quattro anni questo non è più avvenuto. Per gli italiani la media di figli a famiglia è dell’1,3%, per gli stranieri una volta era del 2,6% e oggi è scesa all’1,9%. Anche in questo caso sarebbe interessante approfondire il mix di motivi economici e ideali che determina la scelta degli stranieri.

Infine, un dato che non può non interrogare: l’anno scorso più di 100mila persone sono emigrate dall’Italia, il valore più elevato degli ultimi quindici anni. Si tratta soprattutto di giovani, ma non solo. Si parla tanto di “fuga dei cervelli” (l’8% dei laureati italiani), ma anche in questo caso bisognerebbe chiedersi se lo spirito d’iniziativa e la giusta ambizione di questi giovani, alla lunga non potrebbe essere un vantaggio per il nostro Paese. Sono domande cruciali che richiedono una riflessione approfondita ma non rovinata da pregiudizi.

Il sociologo francese Alfred Sauvy, osservava che la demografia è come la lancetta corta dell’orologio: sembra immobile, ma è la più importante, segnala i cambiamenti significativi. E riguarda fenomeni che incidono sugli assetti democratici, sul progresso, sullo sviluppo, sul benessere delle persone. La domanda quindi è: c’è qualcuno che ci pensa tra coloro che stanno stabilendo le politiche dei diversi Paesi? Qualcuno si chiede verso quale tipo di civiltà e di società si sta andando tra venti-trent’anni?

Una cosa comunque è certa: sarà difficile superare la mancanza di propensione a generare senza l’iniziativa di piccole comunità di prossimità che si impegnano a sostenere i singoli. O, detto in altro modo, non si potranno mai affrontare situazioni quali l’integrazione di immigrati, la decisione di avere figli o quella di emigrare in cerca di opportunità di lavoro, senza coinvolgere scelte libere e consapevoli delle persone.

Ci sono senz’altro riforme profonde che non potranno non essere fatte, e sono quelle riguardanti il welfare, il sistema d’istruzione, l’integrazione dei migranti. Ma ci saranno anche soluzioni che dovranno essere trovate al momento. Verrà lasciato tutto al caso - o al mercato - oppure si faranno scelte avendo in mente nuovi nati, anziani, malati, immigrati, laureati? Rimarremo struzzi o finalmente impareremo a essere aquile capaci di guardare lontano?

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