BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

Ciò che manca alla "conversione" di Di Pietro

Antonio Di Pietro ha deciso di fare autocritica per Mani Pulite, ma elude le responsabilità sui danni di lungo periodo arrecati al tessuto economico-imprenditoriale. GIANNI CREDIT

Antonio Di Pietro (LaPresse)Antonio Di Pietro (LaPresse)

L'autocritica giunta da Antonio Di Pietro - in una curiosa multi-intervista a venticinque anni da Mani Pulite - ha guardato essenzialmente alla distruzione del sistema dei partiti che aveva retto la Prima Repubblica. "Quelle inchieste hanno lasciato in eredità al Paese un vuoto", ha lamentato l'ex pm milanese: che si è attribuito molta responsabilità non solo nell'aver cancellato la società politica italiana precedente al 1992, ma anche per nell'aver favorito l'affermazione di partiti personali effimeri, non all'altezza delle esigenze di governabilità di un Paese come l'Italia.

Di Pietro non ha tuttavia fatto il minimo riferimento ad altre ferite aperte da Mani Pulite nel sistema-Paese e tuttora non rimarginate: anzitutto nel suo tessuto economico-imprenditoriale. Mani Pulite ha conosciuto il suo acme drammatico nel luglio del 1993 con un doppio suicidio: quello di Gabriele Cagliari (ex presidente Eni in custodia preventiva) e quello di Raul Gardini, il patron del gruppo Ferruzzi-Montedison in attesa di arresto. Due capi d'impresa: il primo della punta di diamante (tutt'oggi) del settore pubblico, il secondo espressione di un neo-capitalismo nazionale molto ruggente, ma comunque ambizioso nel voler rilanciare una chimica italiana di grande tradizione a partire dall'agroindustria.

Cagliari e Gardini erano stati certamente i protagonisti dell'operazione Enimont e Di Pietro ha avuto buon gioco nell'affermare che "rifarebbe tutto" e che da magistrato ha esercitato l'azione penale contro persone che avevano commesso reati. Ma nel momento in cui ha riconosciuto di aver fatto il magistrato prima e il politico poi anche grazie alla "paura delle manette", i capi d'impresa Cagliari e Gardini sono certamente i due caduti sul campo più illustri di quel modo di interpretare la vita pubblica del Paese. Non gli unici: altri business leader (a cominciare dal fondatore di Fastweb Silvio Scaglia e Mani Pulite era passata già da vent'anni) hanno portato in salvo la vita ma hanno perduto tutto il resto, ingiustamente.

Quale distruzione di valore ha prodotto Mani Pulite in un'Italia ridotta a un paese di imprenditori "tutti criminali"? Quanto ha pesato la narrazione-Tangentopoli su un'Italia che - ha ricordato Giuliano Amato proprio in questi giorni - a fine '92 dovette affrontare un durissimo attacco speculativo alla lira? Quanto effetto-Di Pietro c'era già in quello spread a 700, con annesso prelievo del 6 per mille sui depositi bancari?

Proprio in quel 1992 - con l'entrata in vigore dei Trattati di Maastricht - iniziava la lunga rincorsa dell'Italia all'euro: pagata essenzialmente con una maxi-campagna di privatizzazioni, da Telecom alle banche, da Eni ed Enel alle Autostrade. In un bilancio stilato nel 2010, la Corte dei Conti si è espressa su quella stagione in termini problematici, talora severi. Sia i risultati finanziari per il bilancio statale, sia soprattutto i progressi di competitività degli ex giganti pubblici hanno presentato a consuntivo più di una criticità. Certo, non è stata la Procura di Milano a scegliere all'epoca le procedure di offerta in Borsa né i nuovi soci privati stabili (nel 2005, peraltro, consegnò letteralmente AntonVeneta ad Abn Amro e Bnl a BnpParibas). Ancora una volta è però lecito chiedersi: quale effetto-Di Pietro ha colpito i campioni nazionali in settori strategici (banche, tlc, energia) in quel passaggio delicatissimo? Quanta demagogia anti-impresa ha ampiamente seminato il dipietrismo "dei Valori"?

Telecom francese, Vodafone (ex Omnitel) britannica, Fastweb svizzera, Wind russo-egiziana: era questo l'assetto del proprio mercato delle tlc che l'Italia voleva nel 1992? Allora Tim (braccio delle Telecom pubblica) era il primo operatore mobile d'Europa. Di questo Di Pietro come magistrato-simbolo non è forse il primo responsabile, ma lo è più di quanto non abbia ammesso nelle sue ultime uscite. Speriamo quindi che prosegua la sua autocritica in un modo più completo e con molte chiamate di correo.

© Riproduzione Riservata.