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Tra rancore e nuova speranza

Domina un diffuso senso di rancore. Compiamo l’errore di imporre i nostri schemi alla realtà, così la speranza viene delusa. Servono nuovo olio e nuovo vino. PIGI COLOGNESI

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Secondo il recente Rapporto Censis noi italiani ereditiamo dal 2017 ed affrontiamo il 2018 determinati da una percezione dell'esistenza, dei rapporti, del futuro descritta dalla parola "rancore". Il dizionario lo definisce come "risentimento tenace che non si scorda" e i redattori del Rapporto spiegano che esso è prodotto da speranze deluse: la ripresa economica c'è ma non ha ancora raggiunto me o almeno non come lo desidero, i rapporti affettivi si moltiplicano in proporzione alla loro provvisorietà frutto di ripetute delusioni, dietro le promesse di democrazia diretta, di informazione pulita e senza confini, di apertura globale offerte dalla rete si vede l'ombra di raffinate manipolazioni e ben confezionate falsità; e tanto altro.

L'etimologia della parola può aiutare a capire meglio la dinamica del fenomeno del rancore. Deriva da un verbo latino caduto in disuso che indicava l'andare a male di una sostanza oleosa, il suo diventare "rancida". L'olio, oltre che per condire e cucinare, è fondamentale per la conservazione dei cibi: se la sostanza che dovrebbe proteggere dal degrado imputridisce essa stessa, tutto va a male ed è da buttare. Da qui il rancore, cioè l'olio della nostra speranza che si è tramutato nel suo aspro, immangiabile, puzzolente contrario. Succede nei grandi scenari descritti prima e succede anche nelle quisquilie quotidiane; si diventa rancorosi perché il pranzo o il film di Natale non è piaciuto come si sperava, perché nel gruppo di amici non si è trattati come si pensa di meritare, perché la compagnia piccola o grande cui si partecipa sottolinea una cosa diversa da quella che si ritiene più necessaria, perché il nuovo acquisto della squadra del cuore si è rivelato un brocco.

L'elenco potrebbe proseguire a lungo, ma è interessante cogliere un elemento costante di questa dinamica: la delusione produttrice di rancore è più frequente quando si vuol rinchiudere la speranza in precostituite immagini, inevitabilmente troppo rigide e difficilmente realizzabili esattamente come le si prevede. La speranza, invece, è una apertura di credito sul futuro che non fissa a priori le modalità della sua realizzazione, anzi se ne lascia sorprendere. Essa è ragionevole perché c'è ora qualcosa (qualcuno) che dà garanzia: so che il desiderio che mi muove ora verrà compiuto, ma non so come.

Rimanendo nella metafora dell'olio mi è tornata in mente una bellissima preghiera nella quale si dice che Cristo "ancora oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l'olio della consolazione". Come sempre il realismo cristiano non nega affatto la presenza di difficoltà e dolori, non edulcora la situazione, né promette soltanto futuri generici miglioramenti: offre un olio che consola nel presente e lenisce ora le ferite. E perché l'impazienza su forme, tempi e modalità della guarigione non facciano irrancidire quest'olio, peggiorando la situazione di partenza, il buon samaritano — conclude la preghiera — offre anche "il vino della speranza". Con tale vino possiamo, senza alcun rancore, brindare all'anno che incomincia.

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