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Siamo tutti un po' russi, americani e cinesi

Ora che abbiamo inaugurato il 2018, possiamo dire che il XXI secolo ha inizio, un nuovo secolo che al momento è americano, russo e cinese. FERNANDO DE HARO

Xi Jinping (Lapresse)Xi Jinping (Lapresse)

Possiamo dire che sia iniziato il XXI secolo, ora che abbiamo celebrato il centenario della Rivoluzione d’ottobre, il decimo anniversario dello scoppio della Grande crisi causata dai subprime, ora che il Califfato di Daesh è stato sconfitto territorialmente ed è un gruppo jihadista (né Stato, né Islamico). Ora che abbiamo inaugurato il 2018, possiamo dire che il XXI secolo ha inizio, un nuovo secolo che al momento è americano, russo, cinese, ovvero nazionalista, un secolo che chiuderà il ciclo iniziato con la Rivoluzione americana e quella francese alla fine del XVIII secolo.

Potremmo considerare tutto quello che è successo negli ultimi 25 o 26 anni - più o meno l’estensione di una generazione - come un periodo di transizione che ha trasformato i millennials in adulti. L’euforia della caduta del Muro di Berlino e la fine della storia hanno portato a decisioni come l’abrogazione, nel 1999, dello Glass-Steagall Act (che separava le banche di risparmio e quelle di investimento negli Stati Uniti), emblematica di un entusiasmo per il mercato che ha portato a un disastro. Mentre i millennials crescevano e la bolla immobiliare aumentava, gli Stati Uniti cercarono di rispondere al colpo subito con l’attentato dell’11 settembre. La guerra in Iraq, mal pianificata, ha contribuito, insieme al sostegno saudita, a rendere possibile l’incubo del Califfato, l’incubo di un Islam disorientato di fronte alla modernità.

I millennials fanno ormai parte del mondo degli adulti. Dopo le tante sofferenze passate e una politica monetaria che ha iniettato molta liquidità, l’Europa e gli Stati Uniti crescono oltre il 2%. È un’altra economia, un altro mondo. La disuguaglianza è tornata, il livello di benessere generale non sarà mai simile a quello della fine del secolo scorso e la quarta rivoluzione industriale (quella digitale) solleva molti dubbi. Ora sappiamo che il mercato non ha una mano invisibile per fare magie e che lo Stato non è sovrano. Ma, con più poveri e con più ferite, abbiamo alzato la testa.

Dopo la sconfitta di Daesh, quindici anni dopo l’inizio della “Guerra al terrorismo”, abbiamo imparato che gli squilibri in Medio Oriente sono decisivi. Ma, soprattutto, dopo essere diventati vittime, ci siamo resi conto che il nemico non è esterno, ma si chiama nichilismo.

In questo inizio di secolo, in questo 2018, il Medio Oriente, come l’America Latina, saranno regioni importanti. Ma al momento i punti chiave sono Pechino, Washington e Mosca. L’Arabia Saudita (nelle mani del “piccolo Salman”, il principe ereditario) è diventata un attore incontrollato e disposto a portare avanti, senza limiti, la sua rivalità con l’Iran. Ha il sostegno inestimabile degli Stati Uniti di Trump e dell’Israele di Netanyahu. L’America Latina, con numerose elezioni nel 2018 (quelle in Messico sono forse le più importanti) sembra poter svoltare a destra come negli anni ‘90 (Piñera torna in Cile e l’Argentina cambia rotta con Macri). Tutto dipende se la sinistra, con López Obrador, otterrà la presidenza messicana.

Il secolo in Cina è iniziato lo scorso ottobre con il 19° Congresso del Partito Comunista. Un Congresso che ha trasformato Xi Jinping nel “nuovo Mao”. I dubbi sull’economia gialla sono stati chiariti e il gigante asiatico manifesta una volontà di leadership strategica mondiale che è molto difficile da controbilanciare. L’influenza in Asia, gli investimenti crescenti in Africa e in America Latina, l’acquisto di società in Europa, confermano ciò che già sapevamo. Il XXI secolo, almeno, il suo inizio, è un secolo cinese. Il professor Richard Madsen dell’Università di San Diego ha recentemente sostenuto che il capitalismo di mercato di Xi Jinping e il nuovo culto della personalità si fondano su un sentimento nazionalista.

Nella Russia che rieleggerà Putin nel 2018 quasi all’unanimità, la chiave del nazionalismo religioso è indiscutibile. È sorprendente vedere come il vecchio impero, con una speranza di vita come quella della Bolivia, un’economia delle dimensioni di quella spagnola e una ricchezza pro-capite come quella della Grecia, continui a essere così importante. La prova di ciò è che, nonostante l’opposizione all’interno dell’Ue, il progetto per la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 (che porterà il gas direttamente in Germania) sta avanzando. Ma la forza della Russia non è solo nelle sue risorse naturali, ma nella volontà, come ha dimostrato in Siria, di continuare a essere una grande nazione.

Anche il nazionalismo di Trump ha un appuntamento importante nel 2018 con le elezioni di medio termine. Dopo un primo anno convulso, l’arrivo del generale Kelly alla Casa Bianca ha messo un po’ d’ordine. Le indagini del procuratore Mueller sul Russiagate vanno avanti, ma la possibilità di un impeachment si allontana. Trump è arrivato per restare e un secondo mandato non è escluso. È ancora intatto il sostegno nei suoi confronti dei “credenti”, che scommettono sul fatto che l’America viene prima di tutto.

Cina, Russia e Stati Uniti ci dicono che in questo principio di XXI secolo siamo tornati all’inizio del XX secolo. Il mondo si agita con la stessa sete di significato che non può più essere soddisfatta nelle calme fonti dei valori illuministi di cento anni fa.

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