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Italiani a colori

In questi giorni a Milano sta ottenendo successo una mostra in cui giovani di diverse origini etniche raccontano la loro vita di italiani. GIORGIO VITTADINI

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Anche riguardo a un fenomeno divisivo come quello delle migrazioni e delle società multietniche, sono i fatti a parlare e a dare speranza, a differenza delle opinioni, che normalmente rimangono lì, belle impacchettate, suggeriscono poco e non cambiano nulla. Il fatto che "dice" molto in questi giorni è il successo che sta riscontrando a Milano una mostra in cui giovani di diverse origini etniche raccontano la loro vita di italiani, "Nuove Generazioni. I volti giovani dell'Italia multietnica". L'evento è animato da ragazzi nati in Italia da genitori stranieri o che sono arrivati qui da piccoli e hanno messo radici in quello che è diventato il loro Paese. Attraverso pannelli, video, e soprattutto di persona, questi giovani raccontano la loro vita, il loro rapporto con lo studio, il lavoro, le tradizioni delle loro famiglie e la cultura e mentalità che hanno maturato vivendo in Italia. 

La mostra racconta di studenti, imprenditori, insegnanti, professionisti, cantanti, poliziotti, il direttore di un coro e altri. Persone diverse per origine e storia, ma che hanno in comune la consapevolezza di una grande responsabilità: quella di essere un punto di incontro tra mondi diversi, spesso lontani, che in seguito ai flussi migratori sono diventati vicini e sempre più interconnessi.

"I nostri genitori hanno dovuto affrontare il problema di entrare nella società italiana, noi vogliamo dimostrare che possiamo contribuire a migliorarla": Omenea, figlia di emigrati dall'Egitto arrivati a Milano più di vent'anni fa, sintetizza così la differenza tra le prime e le "nuove" generazioni. Parlano italiano con accento romano, lombardo, siciliano, pensano in italiano e hanno passioni e problemi dei loro coetanei. In loro c'è lo slancio di tutti i giovani, ma i problemi dei pionieri. Michal, nato da genitori polacchi, promessa dello judo, non ha potuto rappresentare il suo Paese, l'Italia, nei campionati giovanili; Mina, originario dell'Egitto, esprime efficacemente un pensiero diffuso: "Non ci si può sentire stranieri a casa e far crescere un sentimento di esclusione in chi si sente figlio di questo Paese". E Luna, originaria del Marocco, si chiede: "Quanto conta un foglio di carta se poi la gente comunque non ti considera italiano?".

Il racconto di questi ragazzi documenta in sé un fatto importante: la società italiana è già multietnica. È incredibile quanto poco se ne tenga conto nel dibattito pubblico. Ma i nuovi italiani stanno già da tempo costruendo il Paese insieme ai "vecchi". I protagonisti di queste storie non si considerano "seconde generazioni", non si sentono "figli della migrazione", perché sono nati o cresciuti qui da quando erano piccoli. Hanno invece la consapevolezza di portare qualcosa di nuovo, la loro esperienza, che contiene il meglio della cultura d'origine e di quella italiana.

Il successo di questa mostra, lanciata al Meeting di Rimini 2017 e riproposta in vari ambiti in tutta Italia, è significativo e può essere letto come una reazione ai tanti che preferiscono camminare guardandosi indietro o sognando un Paese uniforme che in realtà non esiste e non è mai esistito. In ogni caso è un successo che racconta del desiderio di conoscersi, di parlarsi, di condividere un pensiero, un progetto, su questo Paese. Fino a che si è aperti a conoscere, a capire, a incontrare, c'è speranza.

È importante sottolineare che il progetto è nato dal lavoro di rete tra diverse associazioni (Acli Milano, Avsi, Azione Cattolica ambrosiana, Agesci Zona Milano, Centro Culturale di Milano, Comunità di Sant'Egidio, Comunità di vita cristiana-Lms, Fondazione Progetto Arca, Legio Mariae, Meeting per l'amicizia fra i popoli, Portofranco Milano), a testimonianza del valore di una società civile che sostiene e valorizza l'espressività dei singoli.

La domanda che chiude la mostra invece riguarda che cosa significa essere italiani. Nella storia d'Italia sono prevalse una forte identità culturale e una debole identità politica, frutto dell'assenza di un riconosciuto potere politico e della tardività nella costruzione dello Stato nazionale, che invece hanno conosciuto Paesi come la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna. Ma oggi rispetto al rischio di un'appartenenza nazionale puramente difensiva e discriminatoria che cosa significa essere italiani? È sufficiente una comunanza di nascita, di sangue, di territorio per definirsi tali? Che cosa ci tiene insieme? Com'è possibile costruire insieme una identità capace di fare tesoro della storia e delle tradizioni di questo Paese e di arricchirsi del contributo delle culture che si sono insediate in Italia? 

Parallelamente all'iniziativa dei giovani nuovi italiani, che vogliono parlare di se stessi, sta per essere avviato in diverse città un ciclo di incontri che mette a tema queste domande. Come ha detto Luciano Violante, lanciando questa iniziativa durante il Meeting di Rimini 2018: "Occorre difendere la nostra vera identità, non quella proposta a posteriori sulla base di esigenze contingenti di chi intende costruire nemici per acquisire consenso, ma costruita fedelmente sulla base della nostra storia politica, civile e culturale. La nostra identità è quella della cultura, dell'accoglienza, del rispetto dell'altro, della bellezza da vivere e da produrre, della creatività, della sapienza del fare".

Secondo il famoso detto "se non convinci, confondi", si è riusciti con un abile accostamento di parole a far passare il nesso "sicurezza-migrazione". A una confusione reale, data dal momento di crisi civile e ideale, se ne è aggiunta un'altra, montata ad arte. Se fosse vero che gli italiani sentono il problema "sicurezza" legato all'immigrazione, a maggior ragione nel dibattito pubblico si dovrebbe parlare di integrazione. Se lo si facesse, si potrebbe scoprire che essa è già cominciata.

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