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Il lavoro che serve alla politica

In vista del voto può essere utile riflettere su uno dei problemi di fondo che mostrano quanto ci sia bisogno della politica: la concezione del lavoro. GIORGIO VITTADINI

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A dieci giorni dal voto, emergono alcuni problemi di fondo che mostrano quanto ci sia bisogno della politica. E ancora di più, probabilmente, della cultura, cioè di percorsi che aiutino a essere più consapevoli, più riflessivi e a creare visioni credibili sul futuro.

La politica, in particolare quella che ci lega al contesto internazionale, è innanzitutto chiamata a rivedere le regole dello sviluppo attuale. L’economia sta creando nei paesi più sviluppati delle classi impoverite di migliaia di persone, sta creando delle diseguaglianze sociali che si erano completamente dimenticate, disseminando nel mondo “polveriere” sociali che rischiano di esplodere. È giusto che sia riconosciuto il merito, che per alcuni ci siano traguardi che altri non potranno mai raggiungere, ma non può reggere una società dove l’1% della popolazione mondiale possegga il 99% della ricchezza.

Un aspetto di cui essere più preoccupati è la deriva in atto nel mondo del lavoro a riguardo del valore che si dà alle persone che lavorano. Qualche giorno fa si è parlato del fatto che Amazon stia sperimentando un braccialetto elettronico (come quelli per i carcerati in libertà provvisoria) per controllare e “indirizzare” l’operato dei dipendenti. Questa settimana abbiamo assistito alla decisione della Embraco, società brasiliana appartenente alla multinazionale americana Whirpool (acquirenti della Merloni) di licenziare 497 dipendenti per trasferirsi in Slovacchia. Il motivo è chiarissimo: il lavoro là costa meno. Con il costo di un operaio italiano si pagano due operai slovacchi.

In questa vicenda si può toccare con mano la mancanza di regole nello spostamento anarchico dei capitali del nuovo liberismo finanziario, ma in più c’è il venir meno della cultura occidentale dei paesi democratici che metteva l’uomo al centro dei processi economici e del lavoro. Accade più o meno quello che avvocati, architetti, consulenti fanno anche da noi: assumere per 10-12 ore al giorno giovani laureati a partita Iva a 800-1000 euro lordi al mese, per licenziarli alla prima occasione, non per demerito, ma per non assumerli con contratti più onerosi e stabili.

È questo un modo di operare anche di molte realtà non profit o cooperative sociali che sottopagano i loro dipendenti e collaboratori magari in nome della nobiltà dei loro scopi. Come ad esempio fanno certe realtà educative che assumono gli insegnanti con i contratti tipici dei lavoratori del comparto dei servizi e poi li costringono a rimanere a scuola quaranta ore settimanali per paghe non congrue. La realtà è che lo sfruttamento del lavoro nasce da un’indifferenza completa verso i propri dipendenti, con un cinismo che ricorda gli anni più cupi del capitalismo nascente. Come quello che era presente nelle idee di Frederick Winslow Taylor, primo organizzatore del lavoro in fabbrica, quando disse: “Voi siete pagati per lavorare, non per pensare; c’è qualcun altro che è pagato per questo”. Concepire un lavoratore come mero esecutore, e non come qualcuno che si è formato imparando un mestiere, alla fine è una scelta fallimentare.

Fortunatamente ci sono stati e ci sono uomini come Francois Michelin, il grande imprenditore francese che ebbe a dire in una intervista a Paris Match nel 2013: “Un uomo che lavora è un uomo che si costruisce e che può esprimere le cose che porta dentro di sé”. E per questo fece correggere il titolo di un incontro a cui era stato invitato al Meeting di Rimini da “Imprese, la risorsa umana” a “Imprese, l’uomo è una risorsa”. Oppure uomini come Adriano Olivetti che concepivano la fabbrica nel suo insieme come una comunità che lavorava per uno scopo comune, dal primo all’ultimo dipendente.

Molti si scagliano contro il lavoro flessibile tout court. Occorre tuttavia distinguere tra precarietà e flessibilità. Questa può essere utile anche al lavoratore se è limitata nel tempo, se riguarda alcuni settori (ad esempio quelli stagionali), se è strumento per un percorso di crescita progressivo nella carriera in termini di stabilità, mansioni e stipendio. Altrimenti è semplice precarietà. Superare gli squilibri che si sono creati con questo sviluppo e con questa organizzazione del lavoro è un problema di assoluta priorità, è questione di lungimiranza. La capacità di rischiare e investire innovando è ciò che alla lunga paga di più.

Non è difficile, infatti, dar risposta a queste domande: guadagnano di più le realtà che per fare profitti trattano il lavoratore come merce, o quelle che lo sentono un alleato, un co-creatore dell’impresa e quindi lo pagano e inquadrano meglio? La realtà aziendale nel suo complesso, profit o non profit che sia, ha più giovamento se chi lavora le è ostile, e i migliori appena possono se ne vanno, o se le persone vengono considerate nei loro bisogni e si sentono parte di un progetto comune? E riguardo a tutto il sistema paese: quanto si supererebbe una mentalità gretta ed egoistica che riporta alle idee alla “homo hominis lupus” o quella della lotta di classe e del taylorismo in chiave neoliberista, affermando invece una valorizzazione dell’uomo?

Nulla è meccanico e per nessuno è mai troppo tardi: di fronte alla crisi e alla demotivazione che è soprattutto umana si può in ogni momento cambiare. Almeno si potrebbe provare per vedere cosa succede.

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