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Il bisogno di essere guariti

Nell'Angelus di ieri, Francesco ha riproposto il tema del contatto col bisogno che l'uomo è, con il suo bisogno radicale di essere guarito. E solo Cristo è la risposta. FEDERICO PICHETTO

Papa Francesco (LaPresse)Papa Francesco (LaPresse)

Negli ultimi anni è andata imponendosi in Occidente un'agenda politica che ha cercato di dare risposte chiare a quell'insicurezza che è il risultato dei tre grandi fenomeni di questo inizio secolo: la globalizzazione, l'ondata migratoria verso il nord del pianeta e la rivoluzione tecnologica. La globalizzazione, promettendo la diffusione del benessere in cambio di un primato dell'economia sulla politica, ha sprofondato il mondo in una crisi finanziaria senza precedenti, restituendo alla società nuove forme di degrado e di precarietà. I flussi migratori abbattutisi sull'emisfero settentrionale hanno invece contribuito ad alimentare — in questa precarietà — un sentimento di assedio e di impotenza. La rivoluzione tecnologica, infine, ha mutato — soprattutto con l'ausilio della rete — i rapporti sociali e i processi produttivi, apportando instabilità nelle relazioni umane e una trasformazione del mercato del lavoro che ha minato la coesione sociale ed esposto centinaia di migliaia di lavoratori dinnanzi allo spettro di un'inadeguatezza che potrebbe condannarli in poco tempo ad essere ritenuti dal sistema come un costo aggiuntivo da tagliare e, quindi, da lasciare a casa. 

Queste tre dinamiche avrebbero in potenza la capacità di far crescere il bisogno umano, la domanda di comprendere che cosa ci stiamo a fare al mondo e come si faccia a vivere. Al contrario, però, assistiamo al manifestarsi di un dualismo pericoloso: da un lato la crisi esistenziale derivata dal dilagare dell'insicurezza fa crescere l'ansia, alimenta il senso di vuoto dell'individuo e si esprime in ondate di rabbia e di violenza che sommergono amicizie, matrimoni e rapporti civili; dall'altro lato la risposta politica che si è delineata è quella di un messianismo che vede nella decisione forte e autoritaria il modo non solo di risolvere i problemi, ma di arginare la storia, ripristinando categorie politiche rassicuranti che riposano sulla mai spenta cenere dei nazionalismi del novecento. 

A partire da ciò l'Angelus con cui il Pontefice ha inaugurato il mese di luglio si può considerare come potenzialmente rivoluzionario: commentando l'episodio evangelico della morte della figlia del Capo della Sinagoga Giairo, e l'incidentale guarigione di un'emorroissa, Francesco ripropone il tema del contatto col bisogno che l'uomo è. Più l'uomo continua ad avere fiducia nel fatto che siano le scelte forti, le decisioni, a poterlo salvare, più si dimentica del suo reale bisogno di essere guarito: l'insicurezza non è tanto una caratteristica storica del nostro tempo, quanto il declinarsi contemporaneo della domanda che tutti abbiamo di essere amati, di essere salvati. Pensare di eliminare l'insicurezza, la fragilità sociale ed affettiva dei nostri giorni, con un atto di volontà è l'ultima grande menzogna che prima o poi ci presenterà il conto. 

L'insicurezza, dice il Papa, si cura solo affidandosi ad un Altro, affidando se stessi a quel Cristo che è venuto ad abbracciare e ad assumere la nostra umanità e non a superarla. L'unica condizione che il Vangelo stabilisce per questo miracolo di guarigione è la fede, ovvero l'accorgersi della Presenza di Cristo, il permettere che quel che succede faccia diventare sempre più concreta e familiare la tenerezza del Mistero di Dio. Dinnanzi alla confusione dei nostri giorni la realtà è la nostra grande occasione: nel contatto con essa, con le gioie, i dolori, le delusioni e i peccati che in essa si sperimentano, possiamo sempre riscoprirci protagonisti di una mancanza radicale che nessuna grande decisione, seppur efficace, può risolvere. Ma che al contrario solo la semplicità di un'obbedienza cordiale e sincera, di un affidamento vero del proprio cammino umano ad un Altro può — come un'inattesa alba — far fiorire. Donando ad ogni giornata tentativamente vissuta in questo modo una strana e — direbbe Gaber — illogica "allegria", una strana letizia, la profezia di un mondo riconciliato, la testimonianza di una strada nuova. Ancora tutta da scoprire e da vivere.

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