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Con Giovannino il popolo risorge sempre

Cinquant’anni fa moriva Giovannino Guareschi. Con don Camillo e Peppone ha lasciato un’importante eredità da recuperare per gli uomini di oggi. GIORGIO VITTADINI

Giovannino GuareschiGiovannino Guareschi

Cinquant’anni fa, il 22 luglio 1968, Giovannino Guareschi lasciava improvvisamente questo mondo. Aveva sessant’anni. Quello che spinge a parlare di lui non è solo la ricorrenza e il dovere di ricordare uno degli scrittori italiani più tradotti nel mondo (142 lingue) insieme a Dante Alighieri. E nemmeno il desiderio di rendere giustizia a un genio dell’umano così incompreso e ingiustamente bistrattato. Il fatto è che le vicende vissute da don Camillo, da Peppone e dai tanti altri personaggi meno conosciuti, così come le considerazioni contenute negli articoli del settimanale Candido che dirigeva e i giudizi taglienti espressi nelle sue vignette, hanno molto da insegnare, non “anche”, ma soprattutto oggi e in vista del domani. Almeno per una serie di fattori.

Il primo riguarda il riferimento al popolo, a cui le sue creature (come lui stesso) sentono di far parte mediante una compagnia. Tutto avviene per Guareschi in una dimensione di relazione diretta, concreta e, nello stesso tempo, ideale, tra persone. In altre parole, tutto avviene attraverso incontri. Anche il potere è concepito in questo modo: non esistono “uomini soli al comando” o peggio ancora, strutture (o piattaforme) che pretendono di entrare in contatto con le persone (e chiamano questo democrazia). In Guareschi esiste l’incontro. E nell’incontro moltissimo sfugge al controllo della parola, della comunicazione, ma si arricchisce di tutte le altre dimensioni umane.

Don Camillo è un “pastore con l’odore delle pecore”, come ha detto efficacemente papa Francesco (e come racconta il bel libro di Egidio Bandini uscito recentemente per l’Ancora). È immerso nella vita delle persone, anche le più umili. Le va a trovare, le aiuta se sono senza lavoro o sono provate dall’inondazione del Po, dà loro speranza. Analogamente Peppone è un capopartito e un sindaco che si preoccupa se i suoi concittadini hanno fame o se sono sfruttati. Fa comizi mettendoci la faccia e si prende i suoi rischi non rinunciando al bisogno di giustizia che gli vive dentro. Entrambi sono continuamente sollecitati dal rapporto con la comunità che hanno intorno, e ciò che accade spesso li cambia e fa cambiare loro idea. Le persone non sono un oggetto da indottrinare, ma parte di un popolo che vive e condivide incontri in cui sempre qualcosa accade, in cui, interagendo, si cambia, si diventa più se stessi. Quanto abbiamo perso oggi questo riferimento, è sotto gli occhi di tutti.

Il secondo punto riguarda il valore della diversità. La caratteristica di un popolo infatti non è l’uniformità, come saremmo tentati di pensare oggi dopo trent’anni di bipolarismo da basso impero, violento, e dove l’altro è un nemico da odiare, da denigrare. Le storie di Guareschi invece portano sempre questo messaggio di fondo: si può essere insieme, collaborare a un progetto comune, e si può essere addirittura amici anche nella più grande diversità di carattere, di classe sociale, di ideali e convinzioni profonde. Peppone e don Camillo sono l’esempio migliore di una diversità che continua a convergere in amicizia. Quando il figlio di Peppone si ammala gravemente, don Camillo prende la motocicletta e rischia la vita per portarlo in ospedale. Quando gli estremisti comunisti vogliono uccidere don Camillo, Peppone e i suoi fanno di tutto per salvarlo. Don Camillo si ritrova addirittura a fare il tifo perché Peppone vinca le elezioni. E durante lo sciopero si trovano insieme a mungere le vacche perché il bene di tutto il popolo e del paese è al centro delle loro preoccupazioni, più delle loro divergenze. Non è un rapporto edulcorato: Guareschi non tace sui drammi portati dall’odio, sui tanti morti ammazzati nel dopoguerra dall’ideologia violenta. Ma sfidando questo odio don Camillo e Peppone si incontrano continuamente sulla strada verso il bene di tutti, portandosi dietro la loro gente, richiamandola alla necessità di una vita comune.

Ma da dove nasce questo amore al popolo e questa amicizia nella diversità? Da una coscienza profonda, quella che in Guareschi è espressa dalla voce del Cristo. La sua centralità è il terzo insegnamento di Guareschi per noi oggi. È ciò che don Luigi Giussani chiamò il “senso religioso”, l’insieme delle dimensioni irrinunciabili che fanno tendere l’uomo verso il suo bene. Questa coscienza muove tutto il Mondo piccolo. È la forza profonda e nascosta del protagonista de “Il Canalaccio” che, rovinato da un grande possidente, alla fine dirà di lui: “Ho pietà di quella carne maledetta”. È l’amarezza profonda che prende un figlio quando, dopo la morte del padre, scopre che questi lo ha seguito e amato tutta la vita senza darlo a vedere. Il giovane chiede a Dio che questa amarezza non lo abbandoni mai perché è il segno che la sua anima non si fa appiattire dalla vita. Ma soprattutto è la coscienza espressa dalla voce del Cristo crocefisso che richiama continuamente don Camillo a guardare quello che di più profondo è in lui: il senso di una giustizia non ideologica, di una verità non settaria, di una gratuità più grande, di un giudizio meno meschino.

Quando i giovani compagni di lager dicono a Guareschi che vorrebbero un maestro per imparare la libertà, lui commenterà così: “La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’individuo, la coscienza personale”.

E questo ci richiama alla quarta dimensione che possiamo imparare da Guareschi: l’esperienza della fede cristiana come dialogo con Cristo e che ha come scopo l’educazione del cuore. A ciò continuamente spinge il Cristo con ironia malinconica, correggendo la facinorosità settaria di don Camillo e invitandolo a valorizzare l’umano che c’è in tutti, anche nei rivali politici, a perdonare anche il sopruso.

Così quei dialoghi tra Cristo e don Camillo, che sembravano quasi mitici e fiabeschi in quegli anni ‘50, diventano esperienza di un Cristianesimo fatto di dialogo con una Presenza reale che rende più bella la vita, e parte di una comunità che valorizza il singolo e non lo rende gregge. Così era Giovannino Guareschi, un grande scrittore e grande uomo che per questo sarà ricordato anche al prossimo Meeting di Rimini, con la mostra “Route 71”, racconto del viaggio fatto dallo scrittore in bicicletta lungo la via Emilia nel 1941.

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