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UNIVERSITA’/ 2. L’Onda delle proteste? Una creatura mediatica ad uso politico...

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L’hanno chiamata Onda. Non si capisce se si riferiscono al movimento impulsivo e periodico che si studia in fisica o al movimento della superficie dei mari. Fatto sta che per Curzio Maltese, e gli altri promoter di Repubblica, la protesta in atto in alcuni atenei – ad opera di una esigua minoranza, eccetto che nelle università con bilanci dissestati (vedi i mille di Firenze, i 6mila di Pisa o i 7mila di Palermo) – è un’Onda che «comincia a ingrossarsi». «Non s'interessano di politica e neanche all'antipolitica» scrive il noto cronista a proposito di chi fa lezioni in piazza. Sono stanchi di essere paragonati ai sessantottini perché «occupazioni, slogan, cortei, tutta roba che puzza di vecchio». Il re-styling, però, non sembra funzionare tanto: “No alla privatizzazione”, “il governo uccide l’università pubblica”, “il sapere è gratuito”, “la vostra crisi non la pagheremo noi” si legge sugli striscioni appesi nei cortili e nelle facoltà. Ma questo non importa per Maltese e gli amici del gazzettino radical chic di De Benedetti: « E quindi vai con le trovate. Un giorno la lezione in piazza sfidando i capannelli, un altro il sit-in coi libri sulle linee del tram, un altro ancora i messaggi in bottiglia da distribuire ai passanti, poi la festa aperta a tutti (“un momento ludico ci vuole”). “Qualcuno ha un’altra idea?”. Sembra una riunione creativa di pubblicitari». 

Ai disinteressati dimostranti piace sorprendere insomma. E poco importa se queste sorprese piacciono solo a loro e si trovano in quattro gatti perché, ha scritto Maltese, «riescono a far parlare di sé ogni giorno». Già. Chissà come fa qualche centinaio scarso su 60mila iscritti alla Statale di Milano a catturare l’attenzione dei media? Chissà come fanno i due o 300 sugli 86mila di Bologna? Poco importa se tra i capi della protesta c’è una «bella ragazza alta e mora, dal piglio lideristico» che risulta essere «la nipote dell'Armando Cossutta, il boss del Pci milanese, l'uomo di Mosca, il rifondatore del comunismo». O se tra i “rivoltosi” della facoltà di Scienze Politiche c’è il figlio di un noto gallerista e di una firma de L’Unità e de La Stampa.

Pare che tutto questo sia marginale. Forse in parte è vero. Non possiamo spiegare la risonanza mediatica che questi hanno solo con le loro parentele. C’è un’altra ragione. La spiega Edmondo Berselli in un editoriale di sabato scorso intitolato «Per un populismo della sinistra»: «Adesso occorre essere convincenti in profondità: non è sufficiente il cervello, la razionalità, la linearità dell´analisi. Ci vogliono anche il sangue, i polmoni, il cuore. Quel tanto di cattiveria che consente di parlare alla pancia della nostra società e di attaccare la destra sul suo stesso terreno e con realistiche possibilità di successo» (la Repubblica, 25 ottobre ’08). Probabilmente è per questo motivo che Antonio Di Pietro – il pubblico moralizzatore che può bacchettare tutti senza essere bacchettato – è intervenuto ieri pomeriggio durante un’assemblea in via Conservatorio: «Gli studenti possono oggi rappresentare validi argini, anzi una diga a questo straripare dittatoriale».

Pare, dunque, che tutto il bailamme su scuola e università sia riconducibile ad un regolamento di conti interno all’opposizione, al tentativo di una parte politica – boccheggiante ed esausta – di riprendere fiato. Resta solo una domanda: tutto ciò con l’università che c’azzecca? Non si sa. Non si sa nemmeno se l’Onda è fisica o marina, sismica o anomala. Ma sia in un caso che nell’altro è solo distruttiva. Una volta passata non rimane nulla.

 

(Matteo Forte)

 

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