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SCUOLA/ Le proteste anti-Gelmini? L'ultimo retaggio di un sistema che ha bandito il merito

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“Domani pomeriggio sarà visibile, all’ingresso della scuola, un documento che richiede il ritiro del decreto Gelmini. In caso di condivisione si prega di apporre la firma: sarà inviato al ministro dell’istruzione”.

Uno legge, e pensa che sia un avviso affisso nell’aula dei docenti. Magari che sia a firma di qualche sindacato autonomo fra i tanti che ammorbano gli istituti dove i nostri figli dovrebbero imparare l’educazione civica più che l’educazione al dissenso a prescindere.

E invece no. Questo è il testo di un dettato che la maestra ha letto, mentre gli alunni delle scuole elementari, classe quinta, scrivevano sul diario. Da far leggere ai genitori, ovviamente, a scopo firma anti-Gelmini.

Roba da non credere, se non fosse tutto documentato. E’ successo a Firenze.

Chissà quanti docenti fra quelli che hanno avuto questa magnifica idea hanno insegnato per anni esibendo con orgoglio patenti di assoluta democraticità ed antifascismo.

Già, loro non sono come quelli che nel ventennio vestivano i bambini da “figli della lupa” o “piccole italiane” per condurli fin da piccini verso la sequela del Duce. Loro hanno capito che non è dall’abito che si fa il monaco: molto meglio lavorare direttamente sul cervello dei bambini che sul guardaroba.

E così, dopo gli avvisi sul diario da far firmare ai genitori assieme alla petizione anti-ministro, nei corridoi della scuola appaiono anche i cartelloni pubblicitari autoprodotti.

Sulle stesse pareti alle quali verrebbe proibito a degli studenti di esporre, ad esempio, del materiale su una visione cristiana del Santo Natale per non turbare le sensibilità altrui, è invece permesso appendere un’enorme margherita tagliata a metà.

Una metà è tutta colorata, sorride ed è piena di petali, ognuno dei quali porta un nome: approfondimenti, opportunità, risorse, parità di diritti, programmazione, progetti, crescita, pluralità, integrazione, accoglienza….

L’altra metà è invece grigia, triste ed ha solo tre petali: grembiule, voti e maestro unico.

Charo è il riferimento tra la scuola che vantano questi insegnanti “illuminati” e la minaccia di come potrà diventare la scuola post-Gelmini.

Come spesso accade per certi democraticissimi intransigenti, il paraocchi dell’ideologia e l’incapacità di ammettere i fallimenti propri e di tutta una generazione post ’68, portano inevitabilmente a non riuscire nemmeno a vedere che l’erba sia davvero verde, il sole giallo ed il mare blu.

Tante belle parole, quelle raffigurate sui petali che danno quotidianamente in pasto ai nostri figli. Peccato che questi insegnanti pretendano di voler decidere il menù senza contraddittorio alcuno. Ma siamo sicuri che con abbondanti flebo di “pluralità, risorse, integrazione, diritti…” i nostri figli crescano così capaci come vogliono farci credere?

Personalmente sono stato scolaro elementare quando la scuola aveva ancora solamente i tanto vituperati tre petali: grembiule, voti e maestro unico.

Eppure posso dire con certezza più che assoluta che il mio livello di istruzione di quinta elementare batterebbe con facilità qualsiasi scolaro di una quinta elementare del 2008. Lo dico perché lo vedo con i miei nipoti. Bravi, nulla da dire. Ma le priorità che le odierne maestre assegnano loro sono completamente differenti da quelle che avevo io. Certo, forse oggi saranno maggiormente “consapevoli di sé” o dei “loro diritti”, ed anche più “autodeterminati” o “ricettivi rispetto al disagio esistenziale” rispetto a quanto lo ero io alla loro età, che manco sapevo l’esistenza di queste parole.

Però a differenza loro io sapevo dove stava il lago di Garda, e con cosa confinava a nord, a est, a ovest. Sapevo quante province ci sono in Toscana, e la declinazione del verbo cuocere. Anche al passato remoto, dove c’era il trabocchetto. Sapevo le tabelline a memoria, la prova del nove e come fare le divisioni con due cifre a mente. Sapevo l’anno dell’unità d’Italia e cosa c’è oggi dove una volta c’era l’Assiria.

Non ci sarebbe paragone: vincerei a mani basse.

I ragazzi di oggi sono i campioni saputelli della risposta pronta autogiustificativa, campioni nel sapere tutto di tutti i programmi tv, del “game boy” o di altre tecnologie da videogame.

Cosa importa essere campioni nella storia, nella geografia o in italiano? Le maestre insegnano che è più importante la “consapevolezza di sé”!

Io mi arrabbiavo quando prendevo un brutto voto. Questi invece se la ridono, ed anzi è quasi più divertente essere fra i somari piuttosto che fra i capaci.

Non stupiamoci. Anche questi atteggiamenti arriva dalla stessa sorgente. Don Milani, così amato da una certa intelligenza progressista, nel libro “Lettera ad una professoressa” metteva sotto accusa la scuola tradizionale nozionista, teorizzava il bisogno di livellare le differenze fra i ragazzi, portandoli al medesimo livello culturale (non quelli in basso che devono ambire all’alto, ma viceversa!), dava l’idea che le bocciature fossero atti intollerabili perché figlie di una scuola classista che boccia solo i poveri cristi.

Questi furono i prodromi de “La scuola dell’obbligo non può bocciare” e del “6 politico”.

Poi gli studenti di allora, a furia di “18 politici” diventarono gli insegnanti di oggi, con buona pace dei nostri figli e di noi genitori.

Nelle loro teste è rimasta quella lotta di classe che non esiste più, quello spirito di contestazione ( e di conservazione….del potere), quella voglia di riforma pedagogica della quale non si accorgono di essere gli esempi viventi del suo stesso fallimento.

Hanno creato una scuola in cui il merito è totalmente dimenticato e guardato con sospetto, dove viene abbattuto ogni principio di autorità e autorevolezza, dove i ragazzi non imparano in che mondo vivono, come funziona la natura, quale è la storia dalla quale provengono.

Le recenti statistiche parlano chiaro, ed i numeri non mentono: le medie di letture dei nostri ragazzi sono le più basse di tutta l’unione Europea. Nella fascia compresa tra i 6 ed i 19 anni, il 53% dichiara di aver letto almeno un libro nel corso degli ultimi 12 mesi. Quindi significa che l’altra metà non ne ha letto nemmeno uno. Ma all’interno del 53%, quale sarà la percentuale di quanti ne hanno letto solo uno? E non possiamo certo dirci che un libro all’anno sia sufficiente per la corretta crescita di un ragazzo!

Le colpe di tutto questo poco amore per il libro sono molteplici: la tv che li imbocca facendogli fare molta meno fatica rispetto alla lettura, i genitori che preferiscono non avere noie lasciandoli tranquilli davanti alla playstation, ma senza dubbio anche quella scuola che insegna che imparare a memoria “il sabato del villaggio” non serve a nulla.

Vada avanti senza paura, ministro Gelmini. Ha una maggioranza forte dietro di sé ed ha persino avuto il placet del nostro Presidente della Repubblica: non si lasci sfuggire questa occasione, lo faccia per i nostri figli.

E se proprio la scuola pubblica continuerà a fare acqua da tutte le parti, speriamo almeno che qualcuno ricordi la voce di Papa Ratzinger, che instancabilmente annovera la libertà di educazione fra quei “principi non negoziabili” che gli sono tanto cari fin dall’inizio del suo pontificato: «La funzione della scuola si connette alla famiglia come naturale espansione del compito formativo di quest'ultima. Il diritto del padre ad educare il figlio è parte dell’esperienza di essere padre. E allora, non posso non esprimere l'auspicio che venga rispettato concretamente il diritto dei genitori ad una libera scelta educativa, senza dover sopportare per questo l'onere aggiuntivo di ulteriori gravami».



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COMMENTI
06/10/2008 - Commento all'intervento (Vittoria Colotti)

Volevo commentare questo intervento che ho trovato assurdo e, a tratti (perdonatemi l’espressione) delirante. Punto primo: Se vivessimo in un paese realmente democratico, molto probabilmente gli insegnanti non avrebbero nessun bisogno di ricorrere alle comunicazioni sui diari degli alunni per far sapere ai genitori che non tutti sono d’accordo con il decreto Gelmini. Ci penserebbero le televisioni a far conoscere all’opinione pubblica le posizioni di chi democraticamente sta manifestando un legittimo dissenso, invece di propinarci le interviste condite da sorrisi e canzoni (Vasco Rossi avrà di certo avuto un sussulto), e senza alcun contraddittorio, come quella andata in scena proprio ieri in una tv pubblica. Punto secondo: Non so in quali anni il Sig. Meroni ha frequentato le elementari, immagino in tempi in cui nelle scuole le parole extracomunitario, straniero, integrazione non avessero alcun significato e neppure indicazioni quali dislessia, disgrafia, deficit cognitivi ecc. La società di oggi è cambiata e per fortuna la scuola se n’è accorta da tempo. La pluralità degli insegnanti non è un’invenzione da postsessantottini, è un’esigenza che la scuola ha sentito di fronte all’emergere di situazioni “nuove”. Punto terzo: I bambini di oggi fortunatamente non imparano solo tabelline, coniugazione di verbi o province d’Italia, imparano a confrontarsi con gli altri, a esprimere le loro idee e soprattutto a diventare cittadini del mondo, di un mondo di cui fa parte anche la tecnologia, e peraltro mi sembra che il Sig. Meroni abbia utilizzato proprio internet (che nell’ “idilliaca” scuola dei suoi tempi certo non esisteva) per manifestare le sue posizioni. Punto quarto: I principi di autorità e autorevolezza non dipendono certo dalla presenza di un solo insegnante, dal grembiule o dai voti numerici al posto dei giudizi; dipendono semmai dalle capacità, dalle motivazioni e dall’impegno di chi è dentro e intorno alla scuola ovvero insegnanti e genitori. Punto quinto (e concludo): Se dietro al Decreto Gelmini (e tra l’altro in molti ci stiamo chiedendo come mai una materia così delicata qual è la scuola non sia stata ritenuta degna di un dibattito parlamentare) ci fossero davvero preoccupazioni di natura meramente didattica, forse si sarebbe potuto aprire un serio dibattito, invece di trovarci a subire sbrigativi e peraltro confusi proclami. In realtà siamo di fronte a tristi meccanismi di risparmio di “quadratura” dei conti, problemi che, in un paese civile, non dovrebbero essere certo risolti sulla pelle dei bambini.

RISPOSTA:

Nessun giornalista serio può pretendere di scrivere credendosi in cima ad un piedistallo. Anzi, più varie sono le opinioni ricevute in cambio, e più ricca e produttiva può rivelarsi la discussione. Alla Sig.ra Colotti rispondo tranquillamente punto per punto: sul fatto che viviamo in un paese democratico credo non vi siano dubbi. Se la Signora ne nutre ancora qualcuno, basta che si legga qualche libro sul ventennio fascista o sul dopoguerra in un paese a caso appartenente al blocco comunista gravitante attorno all’URSS. O se preferisce può farsi un bel viaggio a Cuba. Forse scorgerà le lievi differenze fra un paese non democratico e la nostra Italia. Punto secondo: forse la Signora non ha colto il senso del mio articolo, in quanto cercando di contraddirmi mi dà ragione! Ho frequentato le scuole elementari a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, e la mia fortuna è stata proprio quella di non aver incontrato alcun compagno con “deficit cognitivi”, ma solo alcuni che facevano più fatica di altri ad imparare le cose. E così, il maestro (unico, e pure uomo… che scuola fascista!!!) con loro ci passava un po’ più tempo che con gli altri. Si metteva di buzzo buono, e con tanta pazienza li faceva arrivare piano piano al livello degli altri. Chi non ci arrivava proprio, anziché “distinto” si prendeva “sufficiente”. Che male c’è? Extracomunitari non ce n’erano, ma ricordo un certo Nunzio che sapeva a menadito il dialetto catanese, però con l’italiano stentava assai. Si prendeva ogni giorno del “terrone” da tutti i compagni almeno duecento volte, ma poi eravamo sempre tutti assieme con letizia a giocare e far merenda. Finita la terza media, ha avuto l’ottima idea di andare a fare il muratore. Oggi guadagna più di me. Forse una maestra d’oggi lo avrebbe convinto ad andare avanti fino all’università, facendone uno dei tanti laureati in scienze politiche disoccupati. Punto terzo: insisto (ho sei nipoti in età scolare) che oggi in molte scuole si impara molto di più a “confrontarsi con gi altri” che a sapere chi ha scritto “San Martino” (non pretendo che la si impari a memoria come successe a me…). Entrambe le cose sono importanti, ma un maggiore equilibrio a mio modo di vedere non guasterebbe. Punto quarto: concordo con Lei; ma come si può parlare di “autorevolezza” degli insegnanti, se gli stessi sono così solerti nello spiegare i “diritti”, tralasciano i principali “doveri” che dovrebbero stare sull’altro piatto della bilancia? Punto quinto: concordo con Lei sulla necessità del dibattito parlamentare. Ma mi creda… tutto questo baillamme, non so perché, mi fa pensare che la pelle più “scottata” non sia quella dei bimbi, ma quella degli insegnanti… (Carlo Meroni)

 
05/10/2008 - A don Milani la Gelmini sarebbe piaciuta (Giuseppe Crippa)

L’articolo di Carlo Meroni è incisivo, documentato e ricco di passione per l’educazione dei nostri ragazzi: lo condivido totalmente, e mi associo a lui nel sostenere il ministro nella sua azione. Mi spiace solo che anche Meroni sia vittima di una lettura stereotipata della figura e dell’opera di don Milani, un sacerdote che, proprio con una scuola libera nei contenuti e nelle modalità della didattica (come era la sua a Barbiana) faceva di tutto per elevare i suoi piccoli montanari alla contemplazione del bello, del buono e del giusto. Sarebbe ora di togliere questa figura dalle mani di una sinistra che lui stesso, contrariamente a quanto si pensa, non aveva mai amato, e di sottolineare invece la sua passione educativa ed il suo desiderio che la scuola fosse libera e davvero al servizio dei piccoli.

RISPOSTA:

Al gentile Sig. Crippa segnalo esattamente le frasi di Don Milani, ovviamente tratte da “Lettera ad una professoressa”. Don Milani scrive a proposito di “selezione suicida”: «Una scuola che seleziona distrugge la cultura» (pag.105); «La selezione è un peccato contro Dio o contro gli uomini» (pag.106) e «il frutto della selezione è un frutto acerbo che non matura mai». Che dire poi di «nel programma d’italiano ci stava meglio il contratto dei metalmeccanici. Lei signora (insegnante) l’ha letto? Non si vergogna?» (pag. 29). Ed anche: «la cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola» (pag. 105). Chissà quanti odierni “parolai” ha incoraggiato… E il disprezzo verso gli studenti meritevoli che studiano, liquidati come «arrivisti» (pagg. 96, 117)? Non ho nulla contro Don Milani, mi creda. Però qui c’è poco da “stereotipare”. Cordialmente (Carlo Meroni)