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UNIVERSITA'/ Berlinguer: dopo il decreto Gelmini governo e opposizione hanno aperto un dialogo. Ora si vada avanti su questa strada

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Momenti di tensione nel mondo dell’università. Ma si tratta di una tensione diversa da quella dei giorni scorsi: a fare notizia oggi non sono più tanto le manifestazioni di piazza contro il governo, quanto le divergenze interne al mondo del sindacato. Domani, infatti, doveva essere giorno di sciopero per tutti, ma ieri Cisl e Ugl si sono sfilate, giudicando positive le aperture del governo, lasciando la Cgil isolata, e la Uil tentennante. D’altronde le aperture del governo erano già piaciute al Capo dello Stato, nonché all’opposizione, che aveva usato parole di apprezzamento per le norme contenute nel decreto legge 180, e per alcune delle proposte per le linee guida, da decidere in un clima di confronto. Un clima positivo anche secondo l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, e quindi un’opportunità che il governo deve cogliere e non lasciar cadere nel nulla.

 

Professor Berlinguer, qual è nel merito il suo giudizio sulle norme contenute nel decreto 180?

 

Ha fatto molto discutere la misura relativa al sorteggio per la formazione delle commissioni, ma si tratta di una norma temporanea, e in quest’ottica deve essere considerata. Non vuole essere una soluzione definitiva, ed è bene che non lo sia, visto che le esperienze passate relative a questa modalità sono state molto negative. Tra l’altro mi sembra giusto ricordare anche che molti concorsi già oggi vengono svolti in maniera regolare, da persone molto serie e qualificate, che però non fanno clamore. Certo, resta il fatto che il reclutamento nel nostro paese soffre di una patologia, che è quella della “filiazione”, non solo di sangue, ma anche e soprattutto di scuola. Si ritiene che chi è cresciuto accademicamente in un certo ambiente dia più garanzie, e spesso si cerca anche di remunerarlo per i servigi offerti.

 

E per guarire almeno in parte questa patologia quale sarebbe secondo lei la soluzione migliore?

 

Io rimango affezionato alla mia idea originaria, che però fu bocciata. In realtà non è nemmeno definibile come mia idea, come se fosse un pallino personale, perché non è altro che il modello tedesco. Il punto centrale è questo: la sede bandisce un concorso, ma non può chiamare nessuno dei vincitori. Fu bocciata perché mi fu detto che volevo deportare i ricercatori. Poi ci sono altre cose per me importanti, come ad esempio il fatto di eliminare la doppia idoneità. E a quel che mi risulta anche la Gelmini voleva portare questo in Consiglio dei ministri, ma all’ultimo momento, a causa delle solite reazioni delle corporazioni, vi ha rinunciato.

 

Ci sono, sempre per quanto riguarda le decisioni per il lungo termine, alcune proposte importanti, che possano magari anche trovare la convergenza di maggioranza e opposizione?

 

Una proposta secondo me positiva, che valga come norma a regime e non come soluzione transitoria, è quella già avanzata dal senatore Valditara, su cui mi pare che ci siano opinioni convergenti anche nel centrosinistra (era infatti anche un’idea di Andrea Ranieri): fare una lista di persone scientificamente ritenute idonee, approvate da una commissione nazionale che utilizzi come criterio i titoli degli ultimi cinque anni; sulla base di questa lista le facoltà effettuano le chiamate. Con una precisazione importante: la lista può essere permanente e poi si rinnova, ma non deve essere aperta. Perché da noi, lo sappiamo, se è possibile un posto non lo si nega a nessuno. Quindi i numeri devono essere programmati, e deve essere garantita una effettiva competizione.

 

Ritornando sulle norma contenute nel decreto 180, ci sono anche alcune correzioni in materia di “tagli” rispetto a quanto previsto dalla legge 133, e che erano alla base delle proteste dei giorni scorsi: le sembra un cambiamento positivo?

 

Su questo mi trovo d’accordo con il giudizio positivo espresso dal Capo dello Stato; inoltre mi sembra significativo che anche da parte delle opposizioni ci sia stato un cambiamento, e un apprezzamento. E nel clima infuocato di questo periodo, mi pare un episodio di tutto rilievo, che il governo dovrebbe cogliere e valorizzare. Su un “bene comune” come l’università, infatti, si può e si deve trovare un’intesa, purché nessuno imponga il proprio disegno. A mio avviso è possibile che quanto accaduto con questo provvedimento possa segnare un’inversione di tendenza. Mi pare anche che ci fosse quasi un obbligo morale a dare maggiore ascolto alle istanze del mondo dell’università: il governo non ama dire che ha dovuto prendere in considerazione le reazioni del mondo accademico, ma secondo me in parte è stato così. Perché non c’è stata solo la reazione di chi strilla: ci sono state anche persone di tutto rispetto, tra i rettori e tra gli studenti, che hanno avanzato forti preoccupazioni. Quando infatti sento una persona come il rettore del Politecnico Giulio Ballio paventare il rischio chiusura, mi devo rendere conto che qualcosa di allarmante effettivamente c’è.

 

Altri elementi positivi contenuti nel decreto?

 

Sicuramente mi sembrano anche positive le norme sul diritto allo studio, che vengono incontro ai meno abbienti, nonché quanto previsto per le residenze degli studenti. Una cosa importantissima, cui io ho sempre tenuto molto. Bisogna dunque camminare su questa strada, perché mi sembrano tutte cose intelligenti, anche se per ora solo abbozzate. Aggiungo però che (come per altro ho avuto modo di dire anche in una precedente intervista) il grosso del problema per cambiare la nostra università è altro, riassumibile in due punti essenziali: governance e valutazione. Per eliminare gli sprechi e rendere strategiche le decisioni delle università bisogna eliminare gli organi corporativi, separando l’amministrazione dal senato accademico. E poi è centrale la valutazione, su cui bisogna procedere speditamente. Senza perdersi in dettagli, come la polemica sul fatto se sia meglio il Civr o l’Anvur.

 

Sulla base dei cambiamenti registrati negli ultimi giorni, come giudica le reazioni dei sindacati? Abbiamo anche assistito a una sorta di spaccatura fra le diverse sigle…

 

Io non amo dare la pagella ai sindacati. I sindacati rispondono a logiche diverse: essi devono continuare a esercitare una pressione perché cambino le norme relative ai finanziamenti per gli anni a partire dal 2010. Perché se la prospettiva è che dopo un anno i finanziamenti crollano, non è più nemmeno possibile fare progetti di ricerca. Ciononostante devo dire che, a quanto ho sentito dire, le cose per il 2010 possono cambiare, e quindi c’è una possibilità di dialogo in questo senso che, come ho detto, deve essere valorizzata.

 



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