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SCUOLA/ Strik Lievers: da radicale dico che la libertà di educazione è un bene non solo per i cattolici

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La mancanza di un effettivo sostegno alle scuole paritarie non è certo un problema che riguarda solo i cattolici. Chiunque abbia a cuore un effettivo esercizio della libertà nel nostro Paese dovrebbe preoccuparsene, qualunque sia la sua provenienza politica e culturale.

Lorenzo Strik Lievers è una di queste persone. Di formazione culturale rigorosamente laica, e da sempre appartenente al movimento radicale, Strik Lievers ha però sempre sostenuto l’importanza della libertà di scelta anche nel campo educativo, al di là delle differenze di carattere ideologico. Un osservatore privilegiato per giudicare l’attuale situazione di allarme per le scuole paritarie, con tagli che ne mettono seriamente a repentaglio la regolare attività.

 

Strik Lievers, qual è il suo giudizio politico su questa situazione di difficoltà in cui potrebbe trovarsi la scuola non statale a causa dei tagli prospettati?

 

Volendo fare un discorso obiettivo, la questione dei tagli alle scuole paritarie si pone all’interno di un problema generale: la politica di tagli al settore dell’istruzione e della ricerca messa in atto da questo governo. Questa è una scelta dell’attuale esecutivo, che naturalmente va valutata nel complesso delle scelte delle politiche di spesa. È naturale che il problema dei tagli di spesa ora si pone e non può essere ignorato: il punto è capire come farli. E il governo sta appunto facendo le sue scelte, che coinvolgono l’interno comparto dell’istruzione.

 

Ma anche considerando il solo dato economico, lo Stato ha un risparmio oggettivo dall’esistenza delle scuole non statali; se queste, malauguratamente, dovesserero chiudere lo Stato avrebbe gravissime difficoltà economiche.

 

Questo è certamente un dato innegabile: l’esistenza della scuola non statale è un elemento di vantaggio per la spesa pubblica. Naturalmente un discorso di questo genere, solo incentrato sul fatto del risparmio, tiene conto di tutta la scuola non statale, sia paritaria che non paritaria. In termini di equilibrio della spesa tutte le scuole concorrono; in termini invece di equilibrio culturale è bene distinguere. Ci sono esperienze scolastiche di grande valore educativo e culturale che sono un vantaggio per il paese, e meritano un sostegno politico; ci sono invece altre realtà scolastiche che non portano vantaggio in termini educativi. Dunque il sostegno non deve essere indiscriminato, ma deve tenere conto di queste valutazioni.

 

Come si pone secondo lei il problema della costituzionalità del sostegno alle scuole non statali?

 

Il regime attuale di sostegno alla scuola paritaria, a mio avviso, è sostanzialmente incostituzionale, perché la famosa norma del «senza oneri per lo Stato» viene di fatto aggirata, dal momento che vengono dati contributi alle scuole non statali per il semplice fatto che esistono. «Senza oneri», infatti, vuol dire che nessuno può fare una scuola privata e avere per ciò stesso dei contributi dallo Stato. Questi contributi sono sempre stati dati senza che nessuno protestasse, ma di fatto si pongono fuori dalla norma costituzionale. Naturalmente la costituzione è modificabile, e sarebbe più che legittimo proporre un cambiamento da questo punto di vista. Ma allo stato attuale la situazione è questa.

 

Allora come sostenere il fattore di libertà rappresentato dall’esistenza di scuole non statali, rispettando però il dettato costituzionale?

 

Quello che è pienamente legittimo secondo la norma costituzionale è il fatto che venga sostenuta, anche economicamente, la libera scelta da parte delle famiglie. Il meccanismo del buono scuola quindi non crea nessun problema, ed è anzi uno strumento che consente alla famiglia di esercitare il proprio diritto alla scelta educativa. Il problema vero che si pone è che, così facendo, attiviamo un meccanismo di concorrenza fra le scuole.

 

Non è una cosa positiva?

 

Lo è, a patto che diventi una concorrenza verso l’alto. Se diamo semplicemente il buono scuola, in un regime di valore legale del titolo di studio, e senza alcun meccanismo di valutazione dell’operato delle scuole, rischiamo di creare una concorrenza basata sul criterio delle promozioni facili. Abolendo invece il valore legale del titolo di studio e creando delle griglie rigorose di valutazione, allora tutti avranno interesse a scegliere quelle scuole in cui la promozione corrisponde a un reale valore formativo. Quando ero consigliere in Lombardia e si era discusso il buono scuola, noi radicali proponemmo di approvare la norma a condizione che la concessione del buono regionale fosse subordinata a una valutazione fatta dalla Regione stessa. Norma accolta dalla maggioranza, ma poi purtroppo caduta perché il governo si oppose, in modo secondo me illecito, dichiarando che le valutazioni della qualità sono di competenza del governo e non della Regione. Decisione illegittima, perché la valutazione spetta al governo, ma alla Regione spetta di decidere dove spendere i propri soldi, e di stabilire un proprio criterio.

 

Il dibattito sulla parità scolastica, nel nostro Paese, è da sempre ingabbiato nello scontro ideologico tra laici e cattolici: come uscirne?

 

Questo è un problema che pongo da tempo immemorabile. Io appartengo a un partito per definizione laico, come il movimento radicale, e sostengo che c’è un problema di fondo, un problema di libertà, che non ha a che fare con il problema, storicamente superato, dello scontro tra laici e cattolici. Un tempo, quando la Chiesa aveva il monopolio dell’istruzione e occorreva costruire una scuola laica, questo problema si poneva; ma ora per tante ragioni, tra cui anche la scarsissima quantità di scuole non statali in Italia, il problema è superato. Ora c’è invece il problema di far crescere nella scuola italiana i fattori di libertà, responsabilità e qualità. Il che significa attivare le dinamiche di libertà di scelta educativa da parte dei genitori, e di libertà di insegnamento da parte dei docenti; quindi libertà di creare scuole con modelli diversi, il tutto nel contesto di meccanismi che portino alla concorrenza verso l’alto. Nella società attuale, poi, c’è un problema ben diverso rispetto all’antica contrapposizione laici-cattolici.

 

Quale?

 

Il fatto di trovarsi in una società multietnica e multiculturale. In questo contesto bisogna considerare il problema che possano sorgere scuole che creano una chiusura etnica, con implicazioni non indifferenti su quelli che sono gli equilibri generali della nostra società. Il diritto di scelta è fondamentale; ma cosa succede in una società in cui si formano tanti ghetti etnici, religiosi e culturali? Un problema che tutti, laici e cattolici, dovrebbero porsi.

 



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COMMENTI
22/11/2008 - LIBERTA' REALE PER LE SCUOLE (Angelo Lucio Rossi)

L'autorevole intervento di Strik Lievers rimette al centro del dibattito la libertà reale delle scuole.Nella scuola italiana sono cresciuti i fattori di libertà,responsabilità e qualità.Ci sono scuole autonome che hanno attivato le dinamiche delle libertà di scelta educativa da parte dei genitori e di libertà di insegnamento da parte dei docenti.Purtroppo continua la presenza monopolistica dello Stato nel processo educativo di fronte alla domanda di libertà delle famiglie e degli studenti e della domanda di autoderminazione delle scuole (Rapporto 2006 "Fondazione per la Sussidiarietà).Manca la costruzione reale di un sistema formativo fondato sull'autonomia e sulla sussidiarietà. A quando la concorrenza,la competizione,la competenza per una nuova governance delle scuole? Concorrenza reale tra le scuole.Concorrenza non significa uccidersi l'un l'altro , ma "correre insieme", cercare di collaborare insieme per una scuola migliore, partendo dalla constatazione di quello che c'è.Sulla libertà di scelta delle famiglie è necessaria una "mobilitazione laica" tesa a richiamare il Governo alle sue responsabilità nel rispetto del programma elettorale.La famiglia deve essere libera di scegliere la scuola che preferisce per i propri figli senza costi aggiuntivi,in base ad un finanziamento pubblico,con governance regionale e pienamente sussidiaria.La vera riforma del nostro sistema scolastica deve essere avviata.Altrimenti rimangono solo i tagli.

 
21/11/2008 - Non oneri ma sgravi (Daniele Scrignaro)

Prezioso ciò che ricorda il sig. Tanzilli nel suo commento - e non capisco perché negli articoli a favore della parità non sia tema ricorrente. Ma neppure dovrebbe servire: non di oneri si tratta bensì di sgravi, se le famiglie che mandano i figli alle paritarie fanno risparmiare allo Stato almeno 6 milioni di Euro all'anno. Sarebbe capace lo Stato di assolvere al compito? Perché non verificarlo sul campo iscrivendo i figli alla statale il prossimo anno scolastico e facendoli frequentare (magari solo un po')? Come farebbe fronte? Precettando le scuole paritarie? I fautori della scuola solo statale dovrebbero avere l'onestà intellettuale di ringraziare per questo sgravio (e non mandare i propri figli alle paritarie, quando non alle private).

 
21/11/2008 - scuola e Costituzione: un chiarimento (Francesco Tanzilli)

L'analisi del dibattito che si svolse in Assemblea Costituente sull'attuale articolo 33 può aiutare a comprendere se il sostegno pubblico alle scuole private sia costituzionalmente legittimo o meno. Durante il lungo e aspro dibattito, numerosi esponenti dello schieramento laico (dai liberali Corbino e Cortese al comunista Marchesi, dal repubblicano Pacciardi all’azionista Codignola) presentarono un emendamento che proponeva di inserire nel testo costituzionale le famose parole “senza oneri per lo Stato”. Sia Corbino che Codignola precisarono che loro «non [dicevano] che lo Stato non sarebbe mai dovuto intervenire a favore degli istituti privati» : «si stabilisce solo che non esiste alcun diritto costituzionale a chiedere tale aiuto» allo Stato (Atti dell'Assemblea Costituente, p. 1284). Cioè: la Costituzione non stabilisce che lo Stato DEBBA intervenire (come se si trattasse di un diritto che l'ente pubblico è obbligato a garantire), ma non esclude affatto che POSSA farlo, se gli organi competenti lo stabiliscono. Se ne dovrebbe desumere che, in base al dettato costituzionale interpretato alla luce delle intenzioni originali dei padri costituenti, non è legittimo definire "incostituzionale" un intervento pubblico a favore delle scuole a gestione privata.