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SCUOLA/ Ripartiamo dalla 62/2000 per costruire un vero sistema paritario

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Gli interventi che si sono susseguiti in questi giorni a seguito della presentazione della Finanziaria hanno messo in evidenza un preoccupante arretramento culturale nell’affrontare il problema della parità nel nostro Paese soprattutto nella considerazione che dietro il problema della parità non vi sia solo l’inevitabile aspetto di carattere economico, ma soprattutto un problema di diritti civili dei cittadini italiani, diritti di eguaglianza di trattamento senza discriminazioni, sanciti dalla nostra Costituzione Repubblicana.

Si legge “La Cei chiama, il governo risponde”, con il rischio di ricadere nella trappola degli slogan pre 1997 (anno in cui si è deciso ed iniziato a dar vita a manifestazioni di piazza per ottenere l’attenzione sul tema della parità) come: “non bisogna dare soldi alle scuole dei preti” e di riazzerare una battaglia culturale che abbiamo condotto con tanta determinazione negli ultimi dieci anni.

Ritengo che la possibile soluzione, oggi, stia nell’affrontare il tema su un piano diverso per riproporre con forza la “cultura della parità” sia come diritto dei cittadini, sia come uno degli strumenti (con l’autonomia) attraverso il quale avviare un miglioramento complessivo del sistema scolastico italiano.

È vero che senza un minimo intervento finanziario immediato si rischia di mandare a chiusura altre istituzioni paritarie, è vero che pochi milioni di euro, evitando la chiusura di scuole paritarie, farebbero risparmiare un esborso ben superiore dovendo lo Stato garantire, a costi ben più elevati, il diritto all’istruzione (vedi dossier AGeSc), è vero che, se va bene, si riuscirà ad ottenere interventi che riporteranno il totale del contributo erogato a ca. 515 milioni di euro, è vero che questo importo è lontano anche dalla pura rivalutazione dell’inflazione avuta dal 2001 al 2008 (dai dati ufficiali rileviamo che l’indice gennaio 2001 era 114,6 e l’indice novembre 2008 è 137,1 – inflazione del 19,6%) che dovrebbe portare l’importo complessivo ad almeno 565 milioni di euro, ma non basta!

Se non torniamo ad affrontare il problema nella sua essenza le scuole paritarie continueranno a dover pietire elemosina, ogni anno, nella speranza che lo Stato - “ricco Epulone” le gratifichi di qualche briciola in più (non disdegniamo di salire in Cielo come Lazzaro, ma, prima di morire, gradiremmo avere un pezzo di “paradiso” anche su questa terra), ma soprattutto, ogni anno che passa, scemerà sempre di più il correttop messaggio che non chiedonoo soldi per avere un favore o per un fattore assistenziale, ma chiedo con forza allo Stato, quindi al suo Governo, di riconoscere a pieno il servizio pubblico che svolgono, la loro sussidiarietà nei confronti dello Stato per servizi che non eroga (vedi ad esempio scuole dell’infanzia) e di riconoscere ai cittadini il diritto di avere servizi allo stesso costo, frutto delle tasse che hanno pagato, senza essere discriminati perché iscrivono i loro figli in una scuola paritaria piuttosto che in una scuola di stato, finalmente operanti entrambi in un vero sistema paritario.

Ed allora quale proposta? Ripartiamo dalla 62/2000 poiché anziché essere stato un punto di partenza sembra che la sua approvazione sia diventata il punto di arrivo o meglio l’arrivo su un binario morto, dato che non solo non ha comportato graduali maggiori interventi economici a sostegno dei principi in essa contenuti, ma addirittura molte delle successive norme attuative sono state incoerenti con il principio di parità espresso nella stessa legge.

Da quasi quindici anni vado affermando che il dettato costituzionale che contiene l’essenza del principio di parità è il comma 2 dell’art. 34: L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. La gratuità dell’istruzione è un diritto costituzionale senza limiti, dato che non ho letto in alcun articolo o comma l’indicazione che questa gratuità vale solo se il diritto viene esercitato in una scuola gestita dallo Stato.

Dopo il 2000 e l’approvazione della legge di parità questa mia convinta affermazione ha un supporto legislativo ancora più forte visto, che l’art. 1 della legge 62/2000 afferma che “Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione -La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi - , è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”.

Scuole statali e paritarie messe sullo stesso piano per l’erogazione del servizio pubblico di istruzione e, di conseguenza, sono messi sullo stesso piano i cittadini dando loro il diritto alla gratuità dell’istruzione obbligatoria (oggi fino a 16 anni) sia che scelgano una scuola statale sia che scelgano una scuola paritaria.

La conseguente conclusione è quasi ovvia: non istituiamo più gruppi di lavoro, di studio o di pressione politica finalizzati al mero reperimento di risorse economiche che diano fiato e, possibilmente, sviluppo alle scuole paritarie, ma istituiamo gruppi di lavoro, di studio o di pressione politica che abbiano la finalità di rimettere a tema il compimento del principio di parità nella sua interezza.

- Puntiamo alla costituzione formale del “settore istruzione e formazione” così come esiste il settore “industria” o il settore “commercio”-

- Puntiamo ad attuare il principio secondo il quale tutte le norme fiscali, contributive e normative siano uguali nei diritti, nei doveri, nelle agevolazioni e nelle imposizioni per tutte le istituzioni che offrono il servizio pubblico di istruzione e formazione, siano esse statali o paritarie.

- Puntiamo ad ottenere, in ossequio al DPR 275/99, che via sia un’unica sostanziale differenza: l’autonoma organizzazione interna sia amministrativa sia nel lavoro. Lo Stato gestore ha il diritto di organizzare come meglio crede le sue istituzioni così come anche le scuole paritarie hanno il diritto della piena autonomia organizzativa delle proprie.

- Puntiamo ad una rilettura e l’eventuale riscrittura, sulla base di questi principi, di tutta la normativa emanata in tema di parità dopo la legge 62/2000.

- Puntiamo alla stesura di un piano strategico che fissi la scansione dei lavori ed i tempi da rispettare, business plan compreso, per raggiungere il traguardo della piena parità, nel rispetto della difficile congiuntura economica, ma nella consapevolezza della indispensabile necessità di imboccare una strada che porti ad un sicuro traguardo.

In caso contrario, senza uno scatto culturale, si continuerà ad andare a caccia di risorse favoriti o meno da questo o quel governo, a secondo della disponibilità ideologica e della situazione economica del momento, vincendo qualche battaglia, come il recupero nel 2005 di 150 milioni di euro o oggi di altrettanti 130 o 140, ma finiremo per perdere la guerra, quella vera, quella dei diritti, quella di sentirci uguali in uno stato diritto, quello della vera e piena parità.

Il difficile momento congiunturale può essere un’occasione favorevole: la necessità di efficacia ed efficienza, la necessità di contenimento e riduzione dei costi potrebbe far considerare l’introduzione della parità un’opportunità, il già citato dossier AGeSc lo dimostra.

Il quadro politico uscito dalle ultime elezioni si presenta altrettanto favorevole: l’attuale maggioranza si è sempre detta ideologicamente favorevole ed ha espressamente inserito la parità nel suo programma elettorale; l’attuale opposizione è formata dall’UDC che ha da sempre ritenuto la parità quale uno degli obiettivi della sua azione politica ed dal PD, partito costituito da coloro che nel 2000 hanno varato ed approvato la legge di parità. Cosa si può chiedere di più?

Sta a noi fare la nostra parte con la giusta e forte pressione politica. Non possiamo perdere questa occasione, forse unica ed irripetibile.

Se non lo faremo evitiamo poi gli inutili rimpianti, ma assumiamoci le giuste e doverose responsabilità.

 

(Roberto Pasolini)

 



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