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SCUOLA/ Parità: quel grande “equivoco” che ancora blocca la libertà di educazione in Italia

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I soldi spariti sono stati reintegrati: 120 milioni di euro hanno trovato sbocco nella finanziaria per il 2009 grazie all’intervento di alcuni parlamentari che hanno preteso il riconoscimento del loro emendamento. Da qui un giusto grazie. Tuttavia non possiamo dimenticare che il reinserimento non è completo, non tiene conto del totale delle somme cancellate, e, ancor più grave, restano i tagli previsti per il 2010 e 2011, tagli di ancora maggiore entità rispetto a quelli di quest’anno.

 

Leggiamo che la somma reintegrata sarà destinata alle scuole materne. Siamo contenti per la Fism e per le scuole materne. Non possiamo tacere, tuttavia, che sono nuovamente discriminati i genitori e le famiglie che hanno figli frequentanti altri cicli scolastici. Sembra ci sia la possibilità di scegliere dove mandare i figli solo se la scelta cade sulla scuola materna: solo a queste famiglie viene riconosciuto un sostegno economico permettente loro la scelta della scuola.

 

E le famiglie che hanno figli nelle scuole primarie? E quelle i cui figli frequentano le scuole superiori di primo e secondo grado? Questi non sono cittadini come tutti gli altri? La discriminazione sta appunto nel fatto che ancora una volta non si riconosce il diritto di scelta scolastica ai genitori e alle famiglie. Il sostegno alle scuole materne serve solo allo Stato per coprire il disservizio statale in questo settore, disservizio supplito appunto dalle scuole materne autonome paritarie.

 

I genitori per lo Stato non esistono, così come non esiste il loro diritto costituzionale di istruire e di educare i figli, e pertanto di scegliere luoghi e percorsi preferiti. Per lo Stato l’educazione è, e resta, compito suo, per il quale, se non è in grado di farlo, si compiace di avvalersi di altri soggetti, concedendo loro di intervenire, ma, appunto, solo se lui non è in grado di coprire il fabbisogno. Ciò che fa con le scuole materne. Permane un brutto esempio di Stato-padrone!

 

Va fortemente affermato che il sistema di educazione e di istruzione non va costruito a partire dagli interessi e dagli assetti istituzionali e organizzativi della pubblica amministrazione, bensì a partire dai diritti dei cittadini singoli e associati. È questa una condizione che, se assunta nella sua concretezza, regola tanto la funzione dello Stato, quanto la stessa dinamica democratica della nostra comunità nazionale. Condizione che tuttavia sembra scontrarsi con la miopia culturale di quanti, anche ultimamente, si sono assunti l’onere di governarci e di articolare una concreta convivenza civile.

 

Sembra una legge non scritta della politica italiana: quando un problema è complicato o suscita controversie che nessuno ha voglia di affrontare, lo si dilata sino alla nausea, sbarazzandosi così - annegandolo in un fiume di parole - di una questione scomoda rendendola un ipocrita omaggio. È quanto succede nei confronti della libertà di educazione e di insegnamento, e quindi nei confronti dello stesso pluralismo scolastico, che, mediante la filosofia dei nostri governanti di mettere in discussione tutto in nome di una “equità” mal declinata, finisce per portare a una omologazione culturale e formativa che non va certo in direzione di un miglioramento delle nostre istituzioni educative e quindi in direzione di una competitività tesa ad allargarne la qualità.

 

Il problema di fondo del nostro sistema scolastico non sta tanto nel riordino dei percorsi o di altri aspetti inerenti alla sua organizzazione, seppur necessari, ma sta nello sviluppo dell’autonomia dei singoli e dei gruppi come espressione concreta di libertà. E ciò perché se è vero che i problemi della scuola italiana sono tanti e che nel settore scuola non si può fare tutto e subito, il problema della libertà e del rispetto dei diritti dei cittadini in ordine alla libera scelta degli ambienti in cui perfezionare la propria crescita umana e culturale, e alla libera possibilità, per chi ne è capace, di proporre ed attivare percorsi scolastici educativi e formativi, è problema prioritario.

 

È chiaro che la questione del finanziamento è questione fondamentale: il famoso «senza oneri per lo Stato …», a cui si ricorre per negare il diritto, condiziona - erroneamente - il sostegno alla libertà scolastica perché ha indotto a pensare che lo Stato debba astenersi, in ogni caso, dal finanziare l’educazione e l’insegnamento impartiti in scuole non statali. E questa convinzione viene ribadita ancor oggi, seppur nei riguardi di scuole che sono state riconosciute “paritarie” e quindi abilitate a promuovere - con le scuole statali - il servizio pubblico nazionale. Siamo di fronte ad una situazione strana e contraddittoria, che purtroppo continua a caratterizzare mentalità, atteggiamenti e strategie socio-politiche nei riguardi delle scuole non statali paritarie, e soltanto delle scuole non statali paritarie.

 

Una situazione che comunque trova origine, non soltanto da una carenza culturale, ma anche, se non soprattutto, da una contraddittoria esplicitazione del dettato costituzionale. Infatti - come anche da altri sottolineato - nell’art. 33 della Costituzione si afferma che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», ma contemporaneamente si aggiunge che «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi».

 

Se l’arte e la scienza sono libere, non possono essere condizionate da scelte statuali impositive. È evidente che la seconda affermazione contraddice palesemente la prima. Il che viene ulteriormente confermato dal successivo comma dove si dichiara che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». La libertà sostenuta dal primo comma viene in tal modo svuotata di contenuto e vanificata: si afferma il diritto alla libertà, ma si pongono condizioni che la rendono impossibile!

 

Siamo di fronte a un paradosso dovuto a un profondo errore di interpretazione della realtà: lo Stato non ha risorse proprie. Queste provengono dai cittadini. Pertanto, sono questi ultimi - e non lo Stato - a dare copertura agli oneri pubblici. Lo Stato è chiamato a ridistribuire equamente ai cittadini tutti ciò che raccoglie attraverso l’imposizione fiscale. Ciò significa che l’espressione usata - senza oneri per lo Stato - è priva di senso! Si dice: lo Stato siamo noi, ma noi chi?

 

Inoltre, la confusione normata in sede costituente, porta a concepire una presuntuosa concezione: quella secondo cui non sono le famiglie a dover scegliere la scuola a cui iscrivere i propri figli. Infatti se sono queste a dover compiere la scelta, a poter esercitare questo loro diritto, bisogna finanziare le stesse famiglie. Se invece si ritiene, come è avvenuto e ancora sta avvenendo, che al nucleo familiare non spetti alcuna decisione, che il diritto delle famiglie è soltanto un diritto residuale, si offre un servizio scolastico direttamente gestito, in forma monopolistica, dall’amministrazione statale. In tal caso non c’è scelta dal lato della domanda, non c’è azione da parte della proposta, ma soltanto una presunzione educativa da parte dello Stato. Si perpetua, subdolamente, la presenza dello Stato etico!

 

Ma qual è la risposta urgente e possibile da dare al problema della libertà scolastica? Non certo con avveniristiche proposte di legge tese a modificare integralmente l’intero sistema: sarebbe un modo come un altro, vista la situazione culturale e politica del nostro Paese, per dilatare nel tempo il problema e per emarginare ancor più le scuole non statali paritarie nel sistema nazionale di istruzione!

 

La risposta sta nel tener conto della realtà: quella realtà, configurata dalla Legge 62/2000, che è correggibile e integrabile mediante il dovuto inserimento dell’aspetto economico. Occorre capire che i destinatari sono le persone, i nuclei familiari, sono i cittadini, i quali concorrono a fruire le risorse allo Stato e chiedono, pertanto, che lo Stato sussidiariamente dia corretta e concreta copertura alle loro attese e ai loro diritti. Sono i cittadini ad avere il diritto di scegliere e di formulare proposte educative.

 

Completando a breve la Legge 62/2000 e introducendo precise norme che impongano allo Stato, e ai suoi organi decentrati, di riconoscere compiutamente questi diritti, e quindi di sostenerli economicamente, si verrebbe ad affermare la certezza del diritto, elidendo così la griglia sempre più aleatoria e il tira-molla concessorio delle varie finanziarie, aggirando l’anacronistico scoglio interdittivo dell’art. 33 (“il senza oneri …”), e correggendo, anche, il paradosso costituzionale evidenziato. Oltre a instaurare un giusto rapporto Stato-cultura-cittadini!



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COMMENTI
10/01/2009 - La parità è un diritto civile (Roberto Pasolini)

Condivido quanto espresso nella sostanza da Tettamanti soprattutto perché evidenzia l'aspetto fondamentale del problema ossia che la parità è un diritto civile dei cittadini e che, come tale andrebbe normato, onde evitare e superare le discriminazioni oggi esistenti. Ribadisco anche quanto già espresso in un articolo pubblicato su questo sito: deve finire il "periodo delle toppe" che porta ogni anno alla caccia di qualche milione di euro utile per lo sopravvivenza ed evitare la chiusura di altre scuole paritarie, ma è necessario che questo governo mostri una reale volontà politica, cerchi una soluzione fissando un percorso strategico (meglio se condiviso con le opposizioni che, di fatto, non sembrano contrarie alla parità) che fissi il traguardo, i tempi ed i necessari interventi finanziari.

 
30/12/2008 - PARITA' (Lorenzo Rigon)

L'analisi di Tettamanti è condivisibile. Ma le resistenze al riconoscimento anche finanziario della libertà di educazione sono forse ancora enormi. Si potrebbe però trovare una soluzione come quella di riconoscere ai docenti di ruolo di qualsiasi ordine e grado, la libertà di scegliere se impegnare la propria professionalità nella scuola paritaria o nella statale, o in entrambe, su chiamata o condivisione del Progetto educativo della scuola. Naturalmente retribuiti dall Stato. Così si favoribbero nuove iniziative di aggregazione e condivisione reale della ragione per cui quella scuola è scelta sia dalle famiglie che dai docenti. Eliminando altresì l'idea molto diffusa che le paritarie abbiano docenti di livello inferiore perchè meno pagati. Forse poi sarà anche più semplice azzerare i costi residui della gestione di una scuola paritaria. Mi sembra che già qualche altro paese in Europa la applichi.