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Israel: «Rilanciamo il merito, e cacciamo i tecnocrati dalla scuola»

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«Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità». Questo il titolo della lettera aperta presentata da alcuni docenti e intellettuali, per sollecitare il mondo della politica, in tempo di campagna elettorale, sul tema della scuola. Ne abbiamo parlato con il professor Giorgio Israel, uno dei firmatari dell’appello, per capire più a fondo se è veramente possibile che la nostra scuola ritorni ad essere meritocratica. E per sapere anche se veramente ci si può aspettare che la politica si impegni seriamente su questo fronte.

Si ha un po’ il sospetto che il tema della meritocrazia vada molto di moda, ma che nessuno indichi concretamente la strada per applicarla. Cosa bisogna fare? Basta semplicemente bocciare di più?

È vero che si parla molto di meritocrazia, e poi invece non succede nulla. Questo per il semplice motivo che non riusciamo a eliminare quelle regole che impediscono di applicare la meritocrazia. Si continua con il “sei rosso”, con i debiti formativi (che non vengono assolti), e altri marchingegni simili. Quando si dice che il 50% circa degli studenti ha il debito formativo in matematica non si dice il punto cruciale, cioè il fatto che allo studente è permesso di andare avanti ignorando un paio di materie. E siccome la matematica è una materia difficile, è chiaro che proprio quella la si lascia da parte. Dobbiamo rimuovere questi e altri ostacoli. In un modo o nell’altro, o con gli esami di riparazione a ottobre, o con recuperi rigorosi, bisogna rimettere forme di controllo rigorose. Altrimenti sono tutte chiacchiere, e si rimane impelagati in una scuola buonista, che è una miscela tra il pedagogismo pragmatico alla Dewey e il post-sessantottismo.
 
Ma è possibile che una scuola di massa, come quella che è uscita dal Sessantotto, possa anche essere meritocratica?

Non bisogna arenarsi più di tanto sulla questione della scuola di massa, perché basta guardare a quello che stanno facendo i Paesi emergenti, come ad esempio la Corea del Sud. Ne parlava alcuni mesi fa in un articolo sul Corriere della Sera Massimo Piattelli Palmarini, in cui proponeva di andare a vedere cosa fanno i ragazzi in quei Paesi: arrivano a casa e fanno cinque o sei ore di compiti seduti al tavolino, e non ci trovano niente di strano. Come d’altronde accadeva qui da noi anni fa. Ne parlo anche per esperienza personale, avendo dei figli: io faccio un enorme sforzo per convincerli a leggere, perché a scuola nessuno li stimola a leggere. L’altro giorno, tanto per fare un esempio, mio figlio di otto anni faceva lezione di musica e quasi gli veniva da piangere perché trovava una difficoltà, e allora ha detto all’insegnante: «ma a scuola io non fatico mai e non faccio mai cose difficili». Poi la vita li spezzerà come dei fuscelli, perché le cose difficili ci sono comunque. Non insegnare a scuola a faticare e a capire che le cose si conquistano col sudore è una follia. Questo lo stanno facendo in India, Cina, Singapore: si punta sui programmi, si studia con obiettivi molto seri, e lo si fa con una scuola di massa.

Molti però obiettano che insistendo sulla serietà, sull’impegno etc. si perdono di vista molti studenti, che rimangono indietro, e si favorisce così la dispersione scolastica.

Il punto è: su quale parametro si vuole orientare la scuola? L’ultimo della classe o il primo? La risposta dovrebbe essere semplice: è il primo. Senza con ciò essere crudeli, e assicurando tutta l’assistenza a quelli che sono in maggiore difficoltà; ma non si può pensare che la scuola sia caratterizzata sull’ultimo, su quello che più problemi. Altrimenti costruiremo una società di mediocri. Come dice anche Alain Finkielkraut nel suo ultimo libro, non è assolutamente vero che tutti possono fare attività artistiche, e che non esistono i più bravi. Noi andiamo in un museo per vedere Michelangelo, non per vedere qualche imbrattatura di uno qualunque. Esiste il merito anche in questo! Noi vogliamo sentire Beethoven, o Bob Dylan, non l’ultimo “rocchettaro” di periferia.

Lei si aspetta, sinceramente, che il mondo della politica possa essere seriamente sensibilizzato a prendere provvedimenti sul tema della scuola? Pare che in questa campagna elettorale non se ne stia parlando molto.

Mi aspetto ben poco, lo ammetto. Alla conferenza stampa di presentazione del nostro appello i partiti non sono venuti. Sono venuti solo quattro ministeriali, i quali, invece che ascoltare, come bisognerebbe fare in una conferenza stampa, si sono messi a farci la predica. È una cosa intollerabile, perché oramai sembra che siano rimasti solo loro con il diritto di fare le lezioni magistrali. Invece devono imparare ad ascoltare: loro, che sono trent’anni che governano la scuola. Parlano di cultura della valutazione, alla quale però dovrebbero essere sottoposti innanzitutto loro. Invece ci sono sempre i soliti pedagogisti che attraversano tutti i governi: i consiglieri di Berlinguer, di De Mauro, della Moratti, di Fioroni sono stati quasi gli stessi, salvo piccole varianti. A questi consiglieri bisogna ripetere la frase pronunciata da Cromwell quando sciolse il parlamento inglese: «Siete stati troppo tempo qui seduti, per il poco bene che avete fatto. Andatevene, in nome di Dio!». Se ne vadano una buona volta, e lascino il posto. Questa sì che sarebbe una prima prova della cultura della valutazione, alla quale loro si devono assoggettare.

Che cosa si deve fare in materia di libertà di educazione? Come permettere alle famiglie di essere vere protagoniste del fenomeno educativo, anche per ciò che concerne l’istruzione?

La famiglia è certamente un altro punto cruciale. Il principio della libera scelta è sacrosanto, però si va troppo in là su un punto, premettendo che la famiglia debba definire i percorsi formativi. Inoltre non bisogna far sì che la famiglia si comporti come un utente, con l’idea che la scuola è un’azienda. Altrimenti la famiglia fa come se fosse a un supermercato: vuole che il bambino vada a scuola, usi il telefonino, faccia chiasso, faccia quello che gli pare, e poi, se i risultati sono cattivi, è colpa della scuola stessa. Questo non è possibile: è deresponsabilizzata completamente la famiglia. La funzione che la famiglia dovrebbe avere, cioè quella della formazione etica e morale, è demandata allo Stato. Ci troviamo con i corsi di convivenza civile, addirittura i corsi di affettività, in cui ci sono esperti che dovrebbe insegnare come si deve voler bene al fratellino o al compagno di banco. Questi sono compiti della famiglia. E questo è quello che fa Zapatero in Spagna, con la «Educación para la Ciudadanía»: un’educazione etica di tipo statalista e paracomunista, contro cui il mondo cattolico si sta scontrando in modo forte. Io non capisco perché ci siano molte persone, anche di ambiente cattolico, che invece qui in Italia difendono questa posizione. Don Giussani, in Si può vivere così, parla della conoscenza basata sulla testimonianza e sul rapporto interpersonale; qui invece si sta costruendo una scuola come un’azienda, che anziché essere basata su un rapporto anche affettivo tra persone, tra docente e studente, diventa una specie di catena di montaggio.

Chi si scaglia contro l’idea di “scuola-azienda”, però, è solitamente strenuo avversario anche di ogni forma di liberalizzazione in campo scolastico…

Io sono assolutamente dell’idea che si debba lasciare spazio alla scuola privata, e che è giustissimo introdurre una competizione tra scuole. Però avendo presente sempre con estrema chiarezza che la scuola non fornisce prodotti, che non è una fabbrica. Alla conferenza stampa c’era un collega, un valutatore, che ha incominciato a parlare di “benchmark”. Io gli ho ricordato che il “benchmark” è un concetto che viene dall’ingegneria gestionale, e che è stato inventato per valutare la produttività di un’azienda, ad esempio, di automobili. La cultura invece non si misura. In Francia un dipartimento universitario viene valutato da una commissione di persone, che sta una settimana presso il dipartimento stesso, ascolta i seminari, interroga la gente, i colleghi, si informa, valuta e fa un rapporto. Non si può valutare sulla base di parametri numerici, appiccicati a nozioni che non sono misurabili.

Contemporaneamente al vostro appello per il «partito trasversale del merito e della meritocrazia» è uscito anche il Decalogo di Confindustria, con le proposte al mondo della politica in materia di scuola e università. Cosa ne pensa?

Il Decalogo di Confindustria non mi è piaciuto. Innanzitutto parto dalla constatazione che il mondo imprenditoriale italiano è sordo in modo drammatico al problema dell’educazione. Sono interessati al mondo della scuola e dell’università solo nel momento in cui dà qualcosa al mondo della produzione. Si parla tanto, per esempio, del modello degli Stati Uniti: ma lì in realtà il rapporto è rovesciato. Un’industria seria manda degli esperti ad ascoltare i seminari all’università per farsi venire delle idee, e non il contrario.

Un’ultima parola: che cosa la nostra società deve aspettarsi dall’educazione e dall’istruzione dei giovani?

Parliamo sempre di crisi della società e di crisi dei valori. Per superare questo dobbiamo rimettere al centro lo studio della cultura europea, della nostra storia, della nostra letteratura, come ad esempio Dante. Anche lo studio della scienza, non come pura tecnologia (come la vedono i tecnocrati alla Veronesi), ma lo studio della scienza di Galileo, della storia della scienza. O ripartiamo da questo, oppure il nostro è un vano discorso: non è sulla base di una riforma di tipo tecnocratico e metodologico che ridaremo senso ai ragazzi. Il problema è che ci affidiamo agli esperti in ogni campo, e poi le famiglie non hanno più il coraggio di trasmettere principi nell’educazione. Devono chiedere tutto allo psicologo: che cosa è giusto e sbagliato, e che cosa dire ai loro figli.

(Foto: Imagoeconomica)


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