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ISTRUZIONE/ Il caso Emilia Romagna e il fallimento del modello assistenziale

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Vista la polemica sui buoni scuola lombardi, non è inutile testare cosa hanno messo in atto coloro che possono essere definiti i “profeti” dell’alternativa: gli emiliano-romagnoli. È importante infatti segnalare una notizia paragone, snobbata dai media locali, vale a dire il fallimento del modello alternativo dell’Emilia-Romagna, propugnato principalmente da Mariangela Bastico, ex viceministro alla scuola, anni fa assessore regionale, che ha costruito la sua carriera esattamente su questa partita dell’alternativa alla Lombardia e alla Moratti.
Quando la Lombardia varò i buoni scuola, l’Emilia partì alla rincorsa, accusando i voucher lombardi di essere troppo “supermarket” e di favorire le scuole private (ancorché paritarie, dettaglio sottaciuto). In buona sostanza qui si ripropose, col supporto spinto di Rifondazione e Cgil, il vecchio modello assistenziale: borse di studio uguali per tutti, a pioggia, sotto una certa soglia di reddito (Isee, molto bassa). Si arrivava a percepire singolarmente fino a quasi 2 milioni di vecchie lire (ora al massimo 750 euro). Per non favorire le famiglie che vanno alle paritarie private, la Bastico cancellò anche la previsione minima di spese documentate (le rette sarebbero una bella spesa documentata) e tolse di fatto l’aggancio al merito scolastico. Esito: favoritissime le scuole pubbliche, 25% e più di borse agli immigrati, che però sono meno del 10% della popolazione scolastica in alcune province, coinvolgimento inferiore al 2% di famiglie di scuole paritarie (peraltro famiglie povere ci sono anche qui, contro il luogo comune), infine costi crescenti per le casse regionali. Si è arrivati a spendere 20 milioni, di cui 12 dal Fse, fin che c’era.
Il paradosso che può interessare: pochi mesi fa la Giunta regionale, negli indirizzi triennali in materia, auto-condanna il proprio modello. Fa fare una ricerca all’università, sentenzia che queste borse di studio non servono a nulla, sono troppo assistenziali (parole loro!), ovvero non motivano i ragazzi a restare a scuola. Da segnalare che l’assistenzialismo spinto deresponsabilizza: il 9% delle dichiarazioni per l’accesso a questi benefit è risultato infedele. Perciò la Giunta emiliana toglie le borse a elementari e medie, anche perché non ha soldi, e prova a concentrare poche risorse solo sul triennio superiori, in quanto fascia critica dell’obbligo. Al lato pratico, venuto meno il Fse (per la riduzione dei fondi causa allargamento Europa e per la non destinabilità del Fse a questi interventi), la Giunta regionale emiliana non “ci crede” più e non ci mette del suo, a differenza della Lombardia che ci crede (anche la Lombardia non ha più l’ausilio del Fse per questo), perché vede che i buoni scuola funzionano e trova quindi le ingenti risorse dal proprio bilancio. La cosa molto interessante è che la Bastico, all’epoca, sosteneva che la Lombardia non avrebbe retto alla spesa. Eterogenesi dei fini: l’Emilia-Romagna non ce la fa e non ci mette del suo, se non in percentuale modesta.
Naturalmente al governatore Errani riesce di non sconfessarsi, anche se va dato atto all’assessore successore della Bastico (Paola Manzini) di aver avuto coraggio e guardato in faccia al fallimento. A parte la Uil, qualche comune e – scontato – qualcuno dell’opposizione, nessuno trova da ridire sul fallimento e il taglio del diritto allo studio, e la stampa quasi non se ne accorge.
Eppure è una auto-sconfessione molto rilevante, dopo anni di enfasi sulla via emiliana alla scuola.



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