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ISTRUZIONE/ Panebianco: le tre mosse per sconfiggere lo statalismo

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Il nuovo ministro all’Istruzione, università e ricerca Maristella Gelmini si presenta con una biglietto particolarmente impegnativo: la Proposta di legge del febbraio di quest’anno, incentrata sulla «promozione e l’attuazione del merito» anche, ma non solo, nell’ambito della scuola e dell’università. Cosa pensa di questo progetto?

È un’enunciazione di principio, più che una proposta di legge, quindi si tratta di capire primo se verrà mantenuta, secondo se verrà articolata in modo da renderla praticabile: si tratta di vedere i dispositivi di legge. Una cosa è concordare sui principi, una cosa è poi vedere che cosa sono le leggi in concreto. Credo che prima di approvare e attuare una legge di questo tipo dovrà lavorarci a lungo.
Poi bisogna considerare che si tratta di un ministro nuovo, che si troverà ad affrontare i mille problemi e le mille emergenze che attanagliano l’ambito della scuola. In più è un ministro che deve fronteggiare tre temi: la scuola, l’università e la ricerca scientifica. Sono temi molto diversi, e anche molto complessi. Da ultimo, ha un solo sottosegretario, che per di più non mi pare abbia una particolare competenza specifica in questo ambito.

Guardiamo nello specifico i contenuti della Proposta di legge, o per lo meno dell’articolo 2 che riguarda direttamente l’ambito dell’istruzione. I cardini intorno in cui si muove sono tre: autonomia, parità (tramite il sistema dei voucher), valutazione.

Sono temi strettamente collegati tra di loro. Per valutare occorre dare agli istituti la possibilità di scegliersi i docenti, e alle famiglie la possibilità di scegliere gli istituti: occorre cioè creare le condizioni della competizione, senza di che anche l’istituto del buono scuola non ha alcun senso. Le tre cose sono dunque la stessa cosa, sono facce della stessa medaglia, e quindi vanno viste e affrontate come un tutt’uno.
Il problema maggiore riguarda soprattutto il primo punto, che è quello che veramente può scardinare l’attuale sistema: la possibilità per le scuole di scegliersi gli insegnanti. Questo implica un conflitto col sindacato. Una cosa di questo tipo, infatti, riduce le possibilità del controllo sindacale centrale sulla scuola, e questo, essendo il sindacato una struttura fortemente centralizzata, creerà un fortissimo conflitto, nel caso in cui quella proposta venga formulata davvero. Bisognerà vedere se i docenti seguiranno i sindacati come hanno sempre fatto, o se questa volta decideranno di ritirare la “delega”.

Per quanto riguarda il sistema dei voucher, applicato principalmente in Regione Lombardia, sono state sollevate in questi giorni “autorevoli” critiche, alle quali ilsussidiario.net ha risposto con un ampio dibattito, proponendo dati e analisi differenti. Qual è la sua opinione in proposito?

Io penso che valga la pena cercare di attuare un sistema come quello dei voucher, se non altro per vedere di dare uno scossone all’immobilismo del sistema pubblico. Io lo sperimenterei a termine, per un certo tempo, vedendo poi che effetti produce. Sono meccanismi che non possono essere fideisticamente rifiutati o accettati, vanno sperimentati e valutati sulla base di quello che succede, vedere soprattutto se contribuiscono a migliorare complessivamente il sistema. Bisogna anche poi considerare il fatto che questo modello può funzionare in certe zone, come già sta accadendo, e non funzionare in altre: è un caso in cui vale veramente il federalismo. Il Nord è di certo ampiamente maturo per questo sistema. Tanto più se si punta sull’autonomia e la competizione, allora bisognerebbe giocare sulle differenze, e non imporre normative omogenee sul territorio nazionale.

Per quanto riguarda l’ambito universitario, nella proposta di legge si parla di «rimodulazione delle tasse» e di «prestito d’onore»: sembra richiamare la riforma di Tony Blair, su cui il premier inglese ha dovuto tanto penare…

Io penso che le tasse universitarie debbano essere decise localmente, dalle singole università, e che non ci debba essere un controllo centrale su quest’aspetto. Le tasse vengono decise dalle università sulla base dei servizi che sono in grado di dare, introducendo quindi anche la possibilità per gli studenti e per le loro famiglie di scegliere tra università più costose con servizi migliori e università meno costose con servizi più scadenti. Quindi anche qui ci vuole competizione. Tasse alte implicano naturalmente anche i prestiti d’onore. Ma qual è la vera grande difficoltà sui prestiti d’onore in questo Paese? La lentezza della giustizi civile: quale banca investe in un ambito nel quale, se si tratta di recuperare denaro, non si riesce a farlo perché la giustizia civile è lentissima?

Per favorire sempre la valorizzazione dei meritevoli, a scapito di chi conserva senza impegno il “posto fisso”, nella proposta si parla anche della «progressiva abolizione degli incarichi a tempo indeterminato»: cosa ne pensa?

La cosa in sé non risolverebbe molto. Teniamo conto che la tenure, cioè il posto fisso, dopo un certa fase, viene dato anche in sistemi altamente competitivi come quello americano. Va eliminata la possibilità di entrare in ruolo giovanissimi; sono però convinto che per i professori anziani non possa esserci l’eliminazione del tempo indeterminato, sebbene ci debba essere un controllo sulla produttività. Il punto è che bisognerebbe differenziare le carriere. Ci può essere benissimo un docente che a un certo punto si stufa di studiare: a quel punto lascia l’insegnamento e dentro l’università svolge un’attività di tipo amministrativo. Ci sono professori che, da un certo punto in avanti, non hanno più molto da dire dal punto di vista scientifico, e l’essere produttivi dal punto di vista scientifico non è una cosa che può essere decisa per legge. Quel professore può passare a una carriera amministrativa. Noi non abbiamo mai differenziato le carriere: abbiamo direttori di dipartimento o presidi che sono in teoria professori come tutti gli altri, e addirittura dovrebbero tenere i corsi. Questo non è possibile, visto che un’attività come quella di preside è certamente a tempo pieno, e non può certo permettere di svolgere bene i corsi universitari.



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