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ISTRUZIONE/ Come recuperare sul piano della qualità? Ecco l’esempio tedesco

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L’influenza positiva dell’autonomia scolastica sulla qualità dei risultati scolastici è stata studiata da L. Woessman sulla base di dati TIMMS (Trends in International Mathematics and Science Study): ne tiene conto fra l’altro il Quaderno bianco dell’Istruzione, pubblicato nel settembre 2007 per iniziativa dei precedenti ministri dell’Istruzione e dell’Economia Fioroni e Padoa Schioppa, che segnala i fattori attinenti l’organizzazione scolastica che hanno un peso significativo sulle competenze.

In Institutional Effects in a Simple Model of Educational Production, del 2002, scritto in collaborazione con J. Bishop, lo studioso tedesco applica alla scuola il modello economico principale-agente e individua alcuni fattori che incidono positivamente sull’efficacia delle scuole, cioè sulla loro capacità di far crescere gli apprendimenti degli alunni.
Questi fattori sono: l’autonomia della scuola nelle decisioni riguardanti i processi didattici e il personale; l’influenza degli insegnanti sui metodi di insegnamento; la verifica costante dei risultati e delle performance degli alunni. Sembrano incidere positivamente anche l’influenza dei genitori e l’esistenza di scuole private. La relativa libertà di gestione è efficace solo se accompagnata da centralizzazione delle decisioni relative agli standard e soprattutto da centralizzazione degli esami. Gli esami centralizzati, oltre a fornire dati comparabili fra le scuole, sollevano l’insegnante dal doppio compito di fornitore del servizio e giudice dello stesso. Incidono negativamente invece l’influenza degli insegnanti sul carico di lavoro e l’influenza dei sindacati degli insegnanti, in quanto generano comportamenti opportunistici che compromettono la realizzazione del compito da parte dell’agente. 

Il problema dell’efficacia dei sistemi scolastici non è evidentemente teorico, specialmente nei paesi in cui i risultati delle rilevazioni PISA sono stati inferiori alle aspettative. In Germania, dove i risultati PISA già nel 2000 hanno provocato un vero choc, le proposte di Woessman in materia di autonomia sono uscite dal campo della speculazione accademica e sono state prese come punto di riferimento per esperienze reali.
Così due Laender tedeschi, a ridosso delle prime rilevazioni PISA, hanno avviato interessanti sperimentazioni. Baviera e Westfalia-Nord Reno, supportate dalle università di Erlangen e di Dortmund e Essen-Duisburg, ma anche da partner privati come la Fondazione Bertelsmann oppure gruppi assicurativi, hanno varato rispettivamente il progetto pilota “MODUS21”, che raccoglie 23 scuole volontarie, e il progetto “Scuole autonome” (Selbststaendige Schule), che coinvolge ben 423 istituti di ogni ordine e grado.
L’assunto è che la responsabilità delle scuole in ordine alla loro efficacia presuppone responsabilità nelle scelte, e che essere autonomi significa appunto assumersi la responsabilità di risultati di qualità; questo anche perché, per capire quali scelte producono efficacia, le scuole devono essere in condizione di sperimentare autonomamente forme diverse di organizzazione in vari ambiti.
I punti qualificanti, in entrambi i progetti, consistono nella piena attuazione dell’autonomia: la gestione del personale, l’autonomia finanziaria, l’innovazione didattica e le collaborazioni in partnership fra scuole e con soggetti esterni.
Quanto alla selezione del personale, le scuole sono libere di assumere gli insegnanti mancanti anche in relazione a particolari scelte di carattere pedagogico, scegliendoli tra gli insegnanti qualificati ma anche fra insegnanti “in senso lato”, secondo specifiche esigenze.
La gestione delle risorse viene demandata alle scuole con libertà di impiego dei finanziamenti per attività considerate rilevanti (formazione, progettazione, beni strutturali, etc.) anche con la possibilità di capitalizzazione.
L’organizzazione innovativa della didattica consiste innanzitutto nella maggiore flessibilità negli orari, nel numero degli alunni per classe (per esempio accorpando le classi finali e diminuendo gli iscritti in prima), negli accorpamenti per livello: gli alunni stranieri sono avviati per prima cosa alla conoscenza della lingua. Sono poi incoraggiate la didattica orientata alla risoluzione di compiti, l’insegnamento fornito da parte di studenti più avanzati a alunni più giovani, l’apprendimento fra pari e altro.
Infine è incoraggiata la cooperazione con soggetti “terzi”: le scuole sono tese al raggiungimento di buoni risultati e per questo cercano “alleati” all’interno e all’esterno, servendosi della collegialità come risorsa e chiedendo la corresponsabilità nelle decisioni a insegnanti e genitori. Le scuole del territorio, pubbliche e private, sono considerate fonti di concorrenza positiva e collaborano fra loro.
L’aspetto interessante è che le innovazioni vengono proposte dalle scuole stesse, a seconda delle debolezze di sistema rilevate e in risposta a problemi reali: l’esplicita finalità è quella di produrre un miglioramento dei risultati nella successiva misurazione, e non quella di applicare teorie pedagogiche o di “essere innovative”. Ancor più interessante è la fiducia accordata dal centro ai soggetti, messi in grado dal punto di vista normativo e finanziario di esercitare la loro responsabilità.

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COMMENTI
30/06/2008 - la via italiana alla scuola tedesca (Alberto Ferrari)

L'articolo della Prof.ssa Notarbartolo è davvero interessante anche perchè rivelatore di un abisso culturale: tra le scuole tedesche ed il modello italiano intercorre una differenza notevole a livello di lettura dei dati reali, pragmatismo nella ricerca delle soluzioni, capacità di sperimentazione. Per fare solo un esempio, in Italia i dati PISA sono serviti per qualche titolo ad effetto sui quotidiani: nessun sindacato si è preso la briga di leggerli attentamente, vagliarli, proporre soluzioni. Come applicare nel nostro Paese queste ed altre modalità di concepire la scuola (vedi articoli sul sistema americano)? A mio avviso c'è anzitutto bisogno di un rinnovamento di mentalità, che può partire non solo dagli alti livelli del Ministero (anche se questa è una conditio sine qua non, evidentemente), ma anche da volenterosi e motivati gruppi di insegnanti che si mettano insieme per attuare proposte, mobilitare l'opinione pubblica sull'emergenza educativa, progettare soluzioni avviabili in parte 'dal basso' nel concreto quotidiano del sistema attuale - che nella sua parziale anarchia a mio avviso lascia spazio per nicchie di innovazione. Il 'tema' è attualissimo e sentito da famiglie e docenti, il ministro è nuovo e forse aperto all'ascolto, l'occasione non va persa un'altra volta.

 
30/06/2008 - contributo (stefano vignati)

Che la strada sia una reale applicazione dell'autonomia scolastica all'interno di un sistema di istruzione realmente paritario è fuori dubbio. Solo una posizione ideologica può non ammettere questo dato evidente. Quello che occorre tener presente è che ogni dimensione organizzativa è solo strumento per la realizzazione di una ipotesi educativa. Il valore aggiunto consiste esattamente nel concepire l'autonomia scolastica in funzione dell'alunno. Autonomia, flessibilità ... sono strumenti per realizzare una offerta formativa che si accompagni al giovane invece che costringerlo in forme rigide e spesso inadeguate.Non possiamo continuamenete parlare dei giovani come una risorsa e poi concepire un sistema scolastico che abbia in mente solo di allevarli quando si tratta invece di aiutarli a trarre in luce tutta la domanda di bene , di bello e di vero che hanno dentro. Occorre per questo valorizzare attraverso l'autonomia quella enorme ricchezza che sono molti insegnanti appassionati al loro lavoro,pronti ad accompagnarsi al mistero che ognuno di quei giovani studenti è,invece che attardarsi a correggere, riparare all'infinito, fino all'esaurimento un sistema che non funziona.Per questo serve il coraggio di rischiare un reale passo verso la libertà di educazione e dunque verso l'autonomia strumento essenziale per questa libertà attesa