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SCUOLA/ Addio ai tabelloni dei voti: una scelta responsabile?

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C’erano, una volta, i tabelloni dei voti degli scrutini e degli esami finali. Erano l’esposizione pubblica di un risultato trasparente pubblico in una scuola pubblica, statale o paritaria che fosse. Davanti a loro per giorni si formavano i capannelli, si elaboravano giudizi, ci si assumeva delle responsabilità. Poi arrivò la privacy, che in nome della privacy stessa è diventata un ossimoro, tanto è invasiva e petulante. E così Fioroni, per venire incontro alla richiesta delle Associazioni dei disabili, ha disposto che sui tabelloni si scrivesse solo "Diplomato" o "Non diplomato", per non rendere riconoscibili gli studenti portatori di handicap gravi. Il Ministro Gelmini ha compiuto un altro salto mortale semantico: "Esito positivo" o "Esito negativo".  In questo caso, i portatori di handicap grave sono ancor meno identificabili: essi non ricevono un diploma, ma solo un attestato, senza voto. “Esito positivo” significa che lo studente disabile grave - che non consegue il diploma – ha raggiunto gli obiettivi indicati nel suo piano di studi individuale.

Poiché sulla scuola incombe l’art. 64 del Decreto legge 112 del 25-06-2008, potrà forse sembrare fatuo questo nostro soffermarci su questo dettaglio. Solo che non lo è. In primo luogo perché i portatori di handicap vengono chiusi dietro il muro della privacy, resi invisibili. Lo ha già denunciato meritoriamente il “Gruppo di Firenze”. Sotto la coltre spessa del politically correct i portatori di handicap vengono celati a sé e agli altri. Ma non erano solo “diversamente” abili e dunque ritenuti degni di confrontarsi pubblicamente con i “normalmente” abili? Non si era detto di “personalizzazione” dei percorsi, in forza della quale ciascuno raggiunge con i propri mezzi i traguardi indicati in sede pubblica? Qui, viceversa, abbiamo a che fare con delle “non-persone”, sottratte allo sguardo e alla valutazione pubblica. Il salto di cultura acquisito nelle società moderne, rispetto a quelle agro-pastorali e protocapitalistiche, è che il disabile non viene nascosto come una punizione di Dio e come una vergogna: viene accettato in società e guardato e apprezzato per quello che è quale persona degna di vivere nel consorzio umano. Anch’egli è un dono fatto alle società umane.

Ma ciò che è più eticamente intollerabile è che si usino i portatori di handicap per stendere un velo sui risultati scolastici di tutti gli altri ragazzi. La scuola cessa di essere un’arena pubblica, dove ci si forma alla lotta per l’esistenza e alla cooperazione con gli altri, dove ci si assumono le responsabilità, dove si giudica e si viene giudicati pubblicamente, dove si è interpellati e dove si risponde. Quando lo studente arriva alla fine del suo percorso entra in clandestinità. Con ciò la scuola, che già tende a vivere separata dal mondo reale, allorché dovrebbe agganciare con la pubblicizzazione dei risultati il mondo “la fuori”, quello dell’Università o del lavoro, lì si chiude alla dimensione pubblica. Certo, ciascuno porterà nei luoghi destinati la propria pagella, il proprio titolo di studio, ma non camminando con tutti gli altri per la strada, ma attraverso un tunnel privato. Così, mentre si continua a difendere il valore legale del titolo di studio, lo si privatizza nel modo peggiore. Immagino che l’idea sia quella di proteggere i nostri pargoli dallo shock che potrebbe derivare dalla pubblicità di cattivi risultati. Ma non eravamo tutti uniti contro il sindacalismo deteriore delle famiglie esercitato a favore dei pargoli suddetti? Così la scuola viene trasformata in un giardino di anime belle, il cui compito principale è tenere lontano i ragazzi dall’impatto con la realtà e dalla correlativa assunzione di responsabilità. Ecco perché questa faccenda dei tabelloni non è un dettaglio!

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COMMENTI
01/07/2008 - se il problema fossero i tabelloni... (Alberto Ferrari)

Se il problema fossero i tabelloni, potremmo già dormire sonni tranquilli. I voti, come ammette lo stesso Cominelli, ce li portiamo dietro e dentro per tutta la vita, comunque. L'umiliazione della pubblica gogna, con tanto di ragazzi che sfottono gli amici con epiteti degni della società del bullismo (scena vista in diverse scuole), si può anche evitare specie proprio in tempi in cui l'educazione dei ragazzi è oramai affidata ai pochi insegnanti e genitori 'willings' e, per il resto, alle smargiassate di 'you tube' o della tv più becera. Peraltro, credo che lo stesso Cominelli ne convenga, le priorità dell'emergenza educativa sono ben altre...

 
01/07/2008 - Ma che cosa vuol dire educare? (Luca Papini)

Modello americano: home-school cioe' studenti a casa propria, dove gli insegnanti sono i genitori; oppure highschool dove ti scegli le lezioni da seguire, studi quello che vuoi studiare, e alla fine di 4 anni tu ricevi il diploma. Nessuna valutazione. Giudicare non e' ammesso. Lo scivolone del Ministro dell'Istruzione mi sembra un altro argine che cede alla forza del fiume del disimpegno, del nichilismo. Siccome il senso di quel facciamo non esiste, o peggio non lo "sento", allora a che cosa vale la pena giudicare? A me sembra che questa nuova scelta sbagliata metta il luce la paura non detta della propria umanita'. Non si vuole ferire, si ha paura di dire la verita', perche' si conosce la propria menzogna e allora, perche' valutare gli altri? Non e' meglio far finta che tutto vada bene, andare avanti come se nulla fosse? Beh, a me sembra che qui sia in discussione che cosa voglia dire educazione, giudizio e amore. E sappiamo benissimo che queste sono parole sconosciute a meno che non se ne faccia eaperienza: che educare voglia dire avere passione per la vita (diciamo cosi') dell'altro, che giudicare viglia dire riconoscere una verita', che amare voglia dire giudicare con il cuore. Ecco tutte queste cose non si conoscono finche' non si incontra qualcuno che non ci prenda sul serio cosi'. Ma almeno una cosa il Ministro la potrebbe fare: non imporre a tutti la sua paura e avere fiducia e stima di chi, genitori, insegnanti e studenti conosce che cosa queste parole vogliono dire.