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PRO/ Stipendio anche ai migliori studenti

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Pagare gli studenti migliori? Perché no. Si sta facendo strada anche in Italia la formula “cash for performance”, vale a dire l’incentivo anche economico per premiare l’impegno e il merito negli studi. La ricetta consiste nel dare dei buoni acquisto agli studenti che superano una certa media di rendimento, a volte anche dei soldi, a volte ancora degli “sconti” sulle tasse universitarie.

La formula è di recente balzata alle cronache grazie all’introduzione al liceo Einstein di Milano di un buono di 200 euro per studenti con media elevata, ma si sta diffondendo anche nelle università. Nell’ateneo di Trento, per esempio, concorrono al pagamento delle tasse universitarie il reddito familiare ma anche i risultati: chi si laurea in fretta e con una media alta avrà un rimborso consistente.

Le sperimentazioni non nascono a caso. Lo stesso ministro Giuseppe Fioroni, nella precedente legislatura, aveva introdotto un premio di mille euro per gli studenti “100 e lode” alla maturità, da spendere in abbonamenti, libri e supporti tecnologici. Allo scopo era stato stanziato un fondo di 5 milioni di euro. E presso lo stesso Ministero vi è un albo delle eccellenze, che segnala i nomi degli studenti più bravi.

Ma le sperimentazioni nel nostro Paese fanno sorridere gli “euroscettici” e quei moralisti che ripetono che lo studio è un dovere e quindi non va monetizzato. Vi sono ragionevoli obiezioni alla premialità in denaro del merito, che potrebbe scatenare insane competizioni, producendo “secchioni” mal visti prima di tutto dai loro compagni, additati a traditori del gruppo. Una premialità nazionale presuppone inoltre standard nazionali su cui misurare il merito, uguali in ogni scuola o università d’Italia, ma così non è. E così, mentre in altri Paesi questi modelli sono diffusi senza scandalo, nel nostro contesto producono disagio e divisioni. Anche se gruppi di pedagogisti ed educatori sostengono la necessità di stilare un contratto formativo con i propri figli, sulle orme del principio «lo studio è lavoro e quindi va pagato». Il dibattito è aperto.

 

(Walter Passerini, Direttore di www.lavoropervoi.com)

 

(Tratto da Il Sole 24 Ore del 30 Luglio 2008)

 



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