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ISTRUZIONE/ Quanto valgono i titoli di studio in circolazione in Italia?

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Nell’ultimo periodo, per ragioni diverse ma convergenti, si è aperto un dibattito a proposito dei livelli di apprendimento degli studenti italiani e conseguentemente del valore dei titoli di studio in circolazione nel nostro Paese.
Ne esce il quadro seguente: le valutazioni interne fornite dalle scuole, soprattutto in sede di attribuzione di titoli di studio, parlano di un Sud e di un Centro di livello superiore. Le valutazioni oggettive esterne degli apprendimenti a livello nazionale ed internazionale capovolgono la classifica: il Nord è vistosamente superiore al Sud, il Centro sta in posizione mediana. La percezione di questa contraddizione è recente ed è dovuta all’aumento di interesse per i dati quantitativi della scuola ed alla diffusione di modalità di valutazione più oggettive.
Nel periodo recente dei monitoraggi qualitativi imperniati sulle autovalutazioni e focalizzati sui fattori di processo, la teoria accreditata dall’Amministrazione era invece quella delle “macchie di leopardo”, cioè di una sostanziale omogeneità nazionale connotata da punte di eccellenza o di degrado ovunque diffuse.
Ma guardiamo, appunto, i dati.

 

Esiti licenza media.
I licenziati con “Ottimo” risultano essere stati nell’Anno scolastico 2005-2006 il 14% al Nord, il 17% al Centro, il 21,7% al Sud ed il 18,7% nelle Isole. Per converso il Nord classifica con “Sufficiente” il 39,5%, il Centro il 35,2%, il Sud il 33,3% e le Isole il 40,7%. Non si tratta di un’eccezione, perché anche nel 2006-2007 al Sud il 21,2% ha conseguito il risultato di eccellenza a fronte del 13,8% del Nord
Sarà interessante confrontare questi risultati con quelli della prova nazionale standardizzata esterna realizzata quest’anno per la prima volta nel corpo degli esami di licenza: nell’autunno sono attesi dall’ INVALSI i risultati di un campione definito al suo interno.

 

Promozioni con debito
Qui la situazione segna una sostanziale parità. Per la matematica – oggetto di particolari attenzioni in questo periodo a livello nazionale ed internazionale – le promozioni con debito del Nord in primo e secondo anno ammontano al 45,1% ed al 46,1%, mentre per il Centro si scende leggermente al 43,9 ed al 44,8%, al Sud al 44,4 ed al 43,4 e nelle Isole al 44,5 ed al 43.1%. Le differenze non sono macroscopiche come per il voto di licenza, ma il Nord si segnala comunque per una maggiore severità.

 

Esiti degli esami di stato
Da qualche anno l’INVALSI pubblica le statistiche finali degli esami di stato, ivi comprese quelle delle votazioni finali disaggregate anche per Regioni
Non stupirà a questo punto apprendere che nel 2007 in cima alla classifica stava la Campania con 78,43 e nel 2006 la Calabria con 79,5. Friuli, Lombardia, Veneto – fra le Regioni che ottengono i migliori risultati in OCSE-PISA – si attestano rispettivamente per il 2007a 76,58, a 73,67 ed a 74,14 e per il 2006 a 74,15 a 74,83 ed a 75,10.
Per l’esame di stato esiste un indicatore in più: il famoso 100 e lode. Non stupirà a questo punto scoprire che la percentuale degli eccellenti è per il Nord del 6,2% per il Centro del 7,1 e per il Sud del 6.9%. Per quanto gli scarti sembrino bassi, si deve ricordare che il punteggio degli esami di stato costituisce titolo per i concorsi pubblici ed eventuali borse di studio.

 

Prove standardizzate nazionali ed internazionali
Qui i dati che circolano nell’ultimo anno – sia che si prendano in considerazione gli esiti delle prove 2007 del Servizio Nazionale di Valutazione (INVALSI) sia quelli delle indagini PISA – confermano una lettura opposta a quella delle scuole. Del resto tutte le analisi internazionali IEA, cui l’Italia ha diligentemente partecipato dagli anni Settanta (senza che peraltro venisse offerta un’informazione pubblica!) davano gli stessi risultati quanto alle differenze territoriali: Nord livello accettabile, se non buono, Centro livello inferiore, ma non macroscopicamente sotto gli standard internazionali, Sud a picco. Ciò che è cambiato è il focus: nel rapporto PISA 2000 non si faceva quasi cenno neppure alle differenze fra le Macro-aree, che pure erano chiare da tempo.
Una conferma nazionale di questa situazione l’ha data una domanda collocata nel Questionario studente di PISA 2003, laddove veniva richiesto l’ultimo voto “in pagella” riportato. Mentre lo studente lombardo che si era collocato appena sotto la media OCSE (491 su 500) confessava un realistico 5, la media degli studenti italiani dello stesso livello vantava un bel 7.
Le cause possono risiedere in parte in volontarie alterazioni (soprattutto a livello degli esami di stato), ma possono derivare da aspettative diverse sui risultati che si debbono conseguire ed anche da una dispercezione del reale valore del proprio livello. In questo caso qualche idea ce la dà PISA 2006. A fronte di livelli di reale conoscenza non esaltanti, gli studenti del Centro, ma soprattutto del Sud e delle Isole esprimono un concetto di sé in merito alla conoscenza scientifica, al piacere della scienza ed all’attribuzione ad essa di valore che supera di molto quello degli studenti del Nord-Est e del Nord-Ovest (valore medio degli indici corrispondenti al concetto di sé +0,04 al NE, +0,01 al NO, +0,15 al Centro, +0,26 al Sud e +0,27 al Sud-Isole). 

È evidente che questo quadro colloca il dibattito intorno al valore legale del titolo su un piano diverso da quello tradizionale politico-ideologico.
Qui sembra delinearsi una questione banale (?!) di ingiustizia, causata dalla disparità di trattamento fra i giovani studenti italiani.
C’è da meravigliarsi se il Nord del Paese si rassegni sempre di meno alla retorica del centralismo statale unitario, sotto il quale si nascondono malamente i tratti dell’ingiusta ineguaglianza?



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COMMENTI
12/08/2008 - considerazioni (Anna Di Gennaro)

I titoli di studio valgono sempre meno e non è certo una novità. Per questo motivo le migliori università optano per i test a base di logica e non considerano più minimamente il voto ottenuto all'esame di maturità. Tuttavia per comprendere il fenomeno di cui tratta in modo ineccepibile l'articolo, occorre ripercorrere le tappe dell'istruzione obbligatoria e risalire alle origini di quanto sta accadendo ormai da molti anni a questa parte. Personalmente partecipai liberamente alle prime indagini PISA nel 2000 con la mia IV elementare della periferia di Milano. Ci scambiammo le classi per garantire l'imparzialità. I ragazzi rimasero delusi dall'estrema facilità delle prove dell'area logico-matematica di cui mi occupavo. Del resto erano abituati alle gare logiche proposte dall'università Bicocca, ben più difficili ma estremamente coivolgenti. Recentemente ho ascoltato una interessante trasmissione radiofonica che evidenziava nella scuola media inferiore - la più riformata - il vero segmento incapace di consolidare i livelli di apprendimento. Lo dimostrano i grafici: la situazione precipita all'inizio delle scuole superiori. La scuola elementare, seppur a macchia di leopardo anche in Lombardia, continua a tenere. Questione di efficienza e di clima educativo, ma anche di metodo di studio, di laboratori e cooperative learning. Troppe discipline, troppa parcellizzazione dei saperi disorientano anche i ragazzi più in gamba alle prese con testi scolastici voluminosi e imprecisi...

 
12/08/2008 - L’abolizione del valore legale è l’unica soluzione (Giuseppe Crippa)

Temo che quanto suggerisce Silvio Restelli nelle sue domande finali non risolverebbe il problema: purtroppo la pressione della disoccupazione giovanile e la carenza di etica civile e di senso dello Stato che connotano le regioni del Sud costituiscono a mio avviso degli ostacoli insuperabili. Non vedo che una soluzione: l’abrogazione del valore legale del titolo di studio, da sostituirsi con forme di selezione del personale e di accesso alle professioni serie e trasparenti.

 
12/08/2008 - gradualita' (Silvio Restelli)

Dalle considerazioni fatte risulta evidente che la valutazione finale dei cicli di studio non esprime il livello di apprendimento effettivo, a causa della connivenza che si crea tra docenti e studenti contro la collettivita' nazionale. Aggiungo che tale connivenza si esprime anche nel sostituirsi allo studente da parte dei docenti di fronte ai test esterni (OCSE PISA e INVALSI), suggerendo le risposte. Ma allora perche' esitare di fronte al cambiamento degli esami di stato? Perche' non introdurre esami completamente esterni alle scuole e omogenei sul territorio nazionale condotti da esperti esterni al sistema scolastico?