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SCUOLA/ Attenzione al falso mito del centralismo dolce

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L’editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 21 agosto 2008, intitolato “Una scuola per l’Italia”, denuncia la condizione di estraneità crescente del sistema educativo al destino del Paese, le sue basse performances, l’indifferenza cinica, “venata di disprezzo”, dell’intera classe dirigente rispetto alla problematica dell’istruzione, l’approccio puramente contabile alla questione, lo svuotamento dei contenuti disciplinari. Le proposte, dichiaratamente sommarie, chiedono il mantenimento del carattere multiforme ma unitario del sistema educativo nazionale, la personalizzazione dei processi di istruzione, l’insistenza sulla lingua e la letteratura italiana per un verso e sulla matematica per l’altro. Tanto la pars destruens quanto quella construens sono avvolte dal rimpianto per la scuola pubblica “che fu” e dal sogno di un ruolo della scuola quale agente e motore essenziale di una rinnovata identità nazionale e di un destino migliore del Paese. La domanda esplicita è: come ri-costruire una nazione a partire dall’educazione?

Sulla parte critica, un’osservazione si rende necessaria: le tinte del quadro dipinto dall’autore sono fosche al punto da ignorare che i Rapporti Ocse-Pisa e Invalsi allineano le performances delle scuole del Nord all’altezza dei migliori Paesi europei, dalla media europea in su, fino a punti di eccellenza. Occorre pertanto uno sguardo più differenziato e meno catastrofista. Come non vedere i giacimenti di passione conoscitiva e educativa, che gli attuali assetti istituzionali e ordinamentali tendono a umiliare e soffocare, ma che sono la condizione reale sia delle ottime performances constatabili sia dell’accumulazione di forze e consenso per le riforme radicali, che Galli della Loggia propone, e noi con lui?

Ma è la visione storica complessiva della vicenda del sistema educativo che rende deboli le proposte finali. Galli della Loggia ha grande nostalgia della scuola pubblica italiana, che visse i suoi fasti dagli anni ’30 fino agli anni ’60: una scuola legata ad un’idea di nazione, con una sua visione del mondo. Una scuola di base progressivamente portata fino al 5° anno, il liceo per le élites che “si audestinavano” a dirigere il Paese, l’istruzione tecnica per i quadri intermedi, le scuole di avviamento professionale per i mestieri a basso contenuto intellettuale e tecnico-scientifico. Era una scuola per pochi. Il passaggio alla Scuola media unica nel 1962 – già progettata, tuttavia, dal Ministro Bottai nel 1939 – rovesciò nel giro di pochi anni nel sistema educativo centinaia di migliaia di ragazzi, che premettero subito per entrare nelle Università. E trascinò la domanda di centinaia di migliaia di insegnanti per nulla affatto preparati. La classe dirigente di allora non diede altra risposta se non quella di un’espansione quantitativa del sistema, dentro la quale la qualità dell’offerta calò inesorabilmente. Il Ministero dell’istruzione, governato dall’Ammininistrazione-sindacati, mentre la politica faceva da notaio, finì per promuovere l’impiego dei laureati, fino alla dilatazione abnorme e costosissima del rapporto docente/alunni. In Italia è arrivato sotto i 10 alunni per docente, già a partire dalla sciagurata triplicazione della presenza nella scuola elementare. I tagli di Tremonti? Devono solo essere intelligenti, ma sono necessari per finanziare la qualità dell’offerta.

Viceversa, in altri Paesi si incominciava, fin dagli anni ’70, a fare riforme, che hanno portato negli Usa, in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, nei Paesi scandinavi, nei Paesi dell’Est a concepire nuovi assetti istituzionali, ordinamentali, culturali e del personale. Hanno preso atto della sfida del Lifelong/Lifewide Learning, dell’Indice di sviluppo umano, della personalizzazione. Si veda il Rapporto Ocse del 2006. Perciò hanno introdotto il core-curriculum, le competenze-chiave e le competenze vocazionali. Hanno puntato sulle autonomie scolastiche e sulle Fondazioni, cioè sulla decentralizzazione dei sistemi statali. Hanno cambiato modalità di valutazione interna e introdotto la valutazione esterna. Hanno rivoluzionato la gestione del corpo insegnante. Insomma – questo è il punto – hanno rovesciato il paradigma costitutivo dei sistemi pubblici educativi nazionali, quali erano stati ideati nel 1762 da Federico di Prussia, dall’Assemblea nazionale francese con il Decreto del 1794, da Hegel e Von Humboldt nel 1808. Era il paradigma del “cittadino di Stato” e del centralismo statale. Ne hanno adottato un altro: la centralità della persona e della famiglia. Si veda alla voce Tony Blair: pupils and parents! Il modello che pare avere in mente Galli della Loggia, il modello De Sanctis-Gentile, non restituirà senso ai ragazzi e ai docenti, non riporterà le discipline come finestre di conoscenza del mondo reale. Non esiste un centralismo dolce. Il burocratismo centralistico, sostenuto dalla sinistra e dai sindacati, i cui primi effetti sono il controllo procedurale e l’irresponsabilità generale circa la qualità dell’offerta, si può spezzare solo con un altro paradigma. Prima di ricostruire la nazione e lo Stato è necessario ricostruire un popolo. Il sistema educativo è il motore di questo processo, ma solo se le riforme servano a liberare da lacci e lacciuoli istituzionali, ordinamentali, amministrativi dello Stato il ruolo educativo delle famiglie, la passione di conoscenza dei ragazzi e quella educativa di migliaia di docenti. I ministri piegati al vincolo preventivo del consenso sindacale non riusciranno a fare nessuna riforma. La vicenda dell’ultimo decennio è lì a dimostrarlo.



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