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La sfida della scuola multietnica: costruire un’identità arricchita

Quest’anno gli studenti stranieri che frequentano la scuola italiana hanno sfondato il muro delle 600mila unità. La presenza di culture “altre”, di cui sono portatori gli immigrati che hanno messo radici tra noi, è, secondo il giornalista di Avvenire GIORGIO PAOLUCCI, un patrimonio che può portare ricchezza, a condizione che esista una condivisione forte di ciò che tiene in piedi la convivenza civile

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Quest’anno gli studenti stranieri che frequentano la scuola italiana hanno sfondato il muro delle 600mila unità. Aumentano al ritmo di 70mila all’anno, sono originari di 190 Paesi. Romeni, albanesi e marocchini le tre nazionalità più rappresentate, che insieme formano quasi la metà del “pianeta stranieri”. In termini percentuali rappresentano quasi il 7 per cento del totale, in dieci anni sono decuplicati . Due terzi sono arrivati dall’estero con i genitori o in seguito ai ricongiungimenti familiari, gli altri sono nati e cresciuti nel nostro Paese, conoscono la nostra lingua e, seppure con diverse connotazioni, hanno da tempo familiarizzato con la cultura e la mentalità italiane. La quasi totalità di questo universo giovanile è destinato a rimanere qui: in questo senso la scuola può diventare il più importante laboratorio per costruire una convivenza multietnica in un Paese che conta già 4 milioni di stranieri e che, piaccia o non piaccia, vedrà certamente aumentare questo numero nel breve e medio periodo.

Perché questo accada sono necessarie due condizioni: massicci investimenti da destinare all’insegnamento della lingua italiana e una proposta educativa forte nel segno dell’integrazione. Mentre il primo aspetto richiede soprattutto uno sforzo in termini economici e di personale (interpreti, facilitatori linguistici, mediatori culturali, sussidi didattici) che finora è stato inadeguato alle crescenti necessità, il secondo interpella responsabilità e capacità dei docenti, troppo spesso succubi di una vulgata prevalente e fuorviante. Secondo la quale il problema principale è “valorizzare le differenze” in nome del multiculturalismo, piuttosto che offrire una bussola da cui i giovani stranieri possano ricavare orientamenti sicuri.

Presentare i fondamenti della cultura occidentale, il contributo che ad essa è venuto dalla tradizione classica, da quella cristiana, da quella liberale e dalle altre che hanno fecondato l’Italia non è una scelta pedagogica opzionale, ma la mission alla quale applicarsi senza esitazioni. Senza queste conoscenze, come è possibile capire e apprezzare la letteratura, l’arte, la musica del nostro Paese? Né si può sottovalutare il fatto che per molti di questi studenti non sono affatto scontati alcuni principi che stanno a fondamento della civiltà giuridica italiana: il valore inviolabile della persona, la sacralità della vita, la parità tra uomo e donna, la democrazia, la laicità. È compito degli insegnanti proporre con decisione la condivisione – “senza se e senza ma” – di questi principi, spesso messi in discussione in nome di un insidioso relativismo culturale o del fatto che “ognuno deve poter salvaguardare i propri valori”.

La presenza di culture “altre”, di cui sono portatori gli immigrati che hanno messo radici tra noi, è un patrimonio che può portare ricchezza, a condizione che esista una condivisione forte di ciò che tiene in piedi la convivenza civile. Altrimenti il rischio incipiente (e che in molte classi si è già realizzato) è la Babele dei riferimenti. La scuola è il luogo privilegiato in cui questa condivisione forte può essere costruita. Oggi più che mai va riscoperto il valore autentico della parola “identità”: essa contiene gli elementi fondativi di un popolo e, insieme, la capacità di aprirsi all’incontro con l’“altro da sé”: non si può dire “io” senza guardare un “tu” che gli sta davanti, e solo dall’incontro tra l’io e il tu può nascere un “nuovo noi”, una identità arricchita. La costruzione di questa identità arricchita – non come formula astratta, ma come capacità di con-vivere –  è la sfida con cui è chiamata a misurarsi una scuola sempre più multietnica.

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