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UNIVERSITA'/ Il decreto Gelmini e la valutazione dei docenti: i limiti dei presunti criteri "oggettivi"

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Nella discussione innescata dall’approvazione del decreto sull’università il tema della valutazione dei docenti ha assunto un ruolo centrale. Sulla stampa sono apparsi, come di consueto, una pluralità di interventi variegati; ma il tono dominante – con alcune significative eccezioni[1] – è forse riassumibile nell’affermazione seguente: “È utile, necessario ed eticamente doveroso valutare i docenti universitari e questa valutazione ha da essere condotta attraverso criteri oggettivi”.

Il giudizio precedente è frutto di una stranissima alleanza politica e culturale che contiene elementi del liberalismo più sfrenato insieme a prassi di centralismo burocratico. Da un lato, la valutazione basata su indicatori bibliometrici è “buona” perché riflette fedelmente un meccanismo di mercato, quello delle riviste scientifiche e dei meccanismi ricorsivi che ne decretano l’autorevolezza. Dall’altro, spetta al ministero stabilire, per decreto, quali siano i requisiti di scientificità di una pubblicazione e/o i criteri minimi per accedere ad un certo ruolo e/o per ottenere un avanzamento di carriera, perché gli accademici, da soli, sono incapaci di auto-governarsi.

Questo clima culturale, che secondo alcuni[2] deriva non tanto da una “non esistenza” della ragione quanto da una sua perdita di autostima ed integrità, può essere forse rappresentato in modo icastico da un sito (ed un blog) come www.pubblicoergosum.org nel quale mi sono recentemente imbattuto.

Il sito, al di là di alcune sottigliezze metodologiche[3] riflette, almeno nel titolo, un’antropologia aberrante: se non pubblichi, e non pubblichi “bene” (qualsiasi cosa voglia dire quest’ultimo avverbio), allora non soltanto non meriti progressioni di carriera e non puoi fare parte di commissioni di valutazione per il reclutamento (come ipotizza il decreto Gelmini), ma addirittura ti viene negata la stessa possibilità di esistere.

Al di là del paradosso qui sopra enunciato, è allora utile, necessario ed eticamente doveroso fare alcune considerazioni.

La prima: qualsiasi indicatore bibliometrico “oggettivo” basato sulle citazioni (e non sulla lettura attenta della pubblicazione) produce, come risultato, un peggioramento dello stato della ricerca scientifica. Infatti incoraggia la superficialità della ricerca, l’incremento inutile della coauthorship, la ripetizione dei risultati, la pubblicazione di molti studi, ciascuno di respiro ed ampiezza limitati.[4] 

La seconda: l’uso di tali indicatori produce ulteriori distorsioni ancora più preoccupanti dal punto di vista etico. Nel momento in cui diventa operativo un sistema di incentivi (per l’ingresso o le progressioni di carriera) basato su questi indicatori è facile che si sviluppino comportamenti viziosi quali: patti di pubblicazione (ti aggiungo come coautore al mio paper se tu mi aggiungi come coautore al tuo), patti di citazione (io cito i tuoi lavori se tu citi i miei) costruzione “artificiale” di paper (ottenuti attraverso processi di re-engineering di paper precedenti o come risposta ai call delle conferenze invece di essere basati su progetti originali di ricerca di lungo periodo. 

La terza (e più importante) considerazione: non credo che in alcun ambito umano sia possibile ottenere la salvezza e la redenzione attraverso un insieme di regole. Questo non significa che non vi siano regole migliori di altre ed istituzioni peggiori di altre (la dottrina sociale contiene l’utile concetto di “strutture di peccato”). Ma il bene ed il male sono sempre ed imprescindibilmente opera dell’uomo e della sua libertà. È per questo che non credo che si possa disegnare un sistema di valutazione del corpo docente delle università che prescinda da una valutazione da parte di persone che, individualmente, esprimano con trasparenza (e, dunque, con responsabilità individuale) il giudizio sulla produzione scientifica di altre persone.

Forse, in conclusione, si potrebbe ipotizzare l’esistenza di una correlazione tra il predominio culturale del “pensiero debole” e del relativismo e questa ricerca, da parte dell’accademia, di presunti indicatori “oggettivi” che, a ben vedere, sono tutt’altro che oggettivi. L’oggettività ottenuta attraverso il fenomeno delle citazioni è infatti basata sul consenso che è intrinsecamente conservatore e impermeabile al nuovo[5].

La valutazione soggettiva, se esercitata bene, si basa invece su un giudizio individuale di un prodotto scientifico, operato da un soggetto responsabile (e competente) che confronta tale prodotto con una, sia pur parziale ed incompleta, concezione della verità. Cioè io giudico buono un paper se descrive e/o interpreta, meglio di quanto io sappia o abbia saputo fare, quello che io ritengo sia la “vera essenza” di un fenomeno.

Se così fosse, mi sembra che, al di là e al di sopra del pur indispensabile dibattito circa la riforma dell’università, la sfida ed il compito dei filosofi morali e degli epistemologi per i prossimi anni non possa esimersi dall’occuparsi seriamente del fondamento ontologico queste tematiche.



[1] Si veda ad esempio l’intervento di GiorgioVittadini pubblicato in questo stesso giornale http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=10833
[3] su cui non mi sembra utile discutere estesamente in questa sede. Solo per dare un idea della questione, i tre fisici fondatori del sito sembrano sposare la tesi della superiorità dell’indice h del singolo docente rispetto all’ormai abusato impact factor calcolato a livello della rivista in cui il docente ha pubblicato
[4] Queste osservazioni sono derivate in gran parte dalla lettura dell’articolo di David Lodge Parnas, Professore di Software Engineering e Direttore del Software Quality Research Laboratory nel Dipartimentodi Computer Science and Information Systems dell’Università di Limerick, Irlanda http://www.cs.umass.edu/~immerman/opinion08/ParnasStopTheNumbersGame.pdf
[5] Ogni disciplina scientifica tramanda un corpus di aneddoti relativi alla difficoltà di pubblicazione su primarie riviste incontrata da autori ora molto affermati (spesso premi Nobel) di loro lavori particolarmente innovativi. In economia il riferimento è all’Articolo “The Market for Lemons” di Gorge Ackerlof. La storia di questo articolo è raccontata dallo stesso Akerlof in questo sito http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/articles/akerlof/index.html
 

 



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COMMENTI
22/01/2009 - Concordo pienamente! (Enrico Bellino)

Concordo pienamente con Mario Maggioni. Aggiungo qualche breve riflessioni. Un problema delicato da affrontare ora e' la definizione delle modalita' con cui valutare il carattere "scientifico" delle pubblicazioni ai fini previsti dalla legge (partecipazione alle commissioni di concorso e diritto agli scatti di anzianita'). E' necessario che si proceda in maniera condivisa con le rappresentanze delle diverse aree disciplinari e, all'interno di queste, con le principali associazioni scientifiche. Seguire le posizioni apparentemente rigoriste espresse da alcuni comporterebbe probabilmente un aumento del numero delle pubblicazioni; ma cio' non comporta necessariamente un miglioramento reale della qualita' della ricerca. Semplifico per ragioni di spazio: oggigiorno in molte discipline (per esempio in quelle economiche) si pubblica troppo: molti di questi lavori pero' da' un contributo esiguo alla effettiva conoscenza della realta'; inoltre tutti questi lavori sono letti da un numero sempre minore di studiosi. Un ulteriore incremento avrebbe l'effetto di rendere ancora piu' difficile discriminare i contributi veramente importanti. Incentivi di carattere economico non sembrano inoltre gli strumenti piu' adeguati per stimolare la buona ricerca. La maggior parte di coloro che ha intrapreso la carriera di ricerca lo ha fatto per la "passione" (civile, sociale, religiosa, ecc.) di conoscere il reale. Un problema dunque da affrontare piu' su basi culturali che leglslative!

 
20/01/2009 - D'accordo al cento per cento (Giorgio Israel)

Eccellente articolo! Finalmente qualcuno che ha il coraggio di rompere l'unanimismo attorno a questa fandonia della "valutazione oggettiva". Il colmo è che si continuano a dire e fare queste cose dopo il fallimento dei modelli matematici per la previsione "scientifica" dell'andamento dell'economia e della finanza. Se non ricominciamo dagli uomini e dall'etica non andremo da nessuna parte.