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SCUOLA/ Alcune proposte per rilanciare l’istruzione tecnica

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Circa 30 anni fa l’Ocse organizzò un’analisi del sistema educativo italiano per studiare l’Istruzione tecnica, che appariva una caratteristica peculiare del nostro ordinamento scolastico; infatti il canale dell’istruzione tecnica italiana rappresentava una felice eccezione rispetto al contesto internazionale, nel quale generalmente si verificava una netta separazione tra l’insegnamento generale e l’insegnamento professionale, con tutti i problemi che ne seguivano, in termini di divaricazione culturale e di selezione sociale. Nei suoi documenti l’Ocse segnalò come l’Istruzione tecnica italiana rappresentasse la dimostrazione di come si potesse coniugare una preparazione professionalizzante ad alto livello di qualificazione con una solida formazione di base.

Questa caratteristica positiva era ben percepita da parte degli studenti e delle loro famiglie: infatti fino alla fine del secolo scorso l’Istruzione tecnica ha sempre raccolto una larga percentuale delle scelte di iscrizione alla scuola secondaria superiore.

Questo modello era ben integrato con il modello di sviluppo economico italiano, anche perché molti Istituti tecnici godevano di una lunga e gloriosa tradizione, essendo nati, anche un secolo prima, come diretta emanazione di singole imprese o di territori aventi una forte vocazione industriale; importante poi è stato il contributo dell’Istruzione tecnica al miracolo economico degli anni ’50-‘60: periti industriali, ragionieri e geometri hanno costituito l’ossatura dello sviluppo economico del nostro Paese.

Negli anni successivi il legame virtuoso tra Istituti tecnici e mondo economico si è indebolito: la corrispondenza tra offerta e domanda formativa, molto stretta in passato, si è allentata a favore di una offerta sempre più autoreferenziale, e poco collegata con le esigenze del mondo del lavoro; la mancanza di un sistema di orientamento e la poca trasparenza degli sbocchi professionali hanno favorito lo spostamento della scelta dei giovani e delle loro famiglie verso l’istruzione liceale; infine le incertezze istituzionali sul futuro di questo indirizzo ne hanno abbassato ulteriormente l’appeal preso le famiglie.

Negli ultimi 15/20 anni l’istruzione tecnica ha dunque perso molti consensi; se nel 1990 raccoglieva quasi la metà di tutti gli studenti italiani di scuola secondaria, negli anni successivi vi è stata una continua, inesorabile, discesa degli iscritti. Nel 2007/2008 si è toccato il valore più basso, con 930.000 iscritti, pari al 34% di tutti i frequentanti della scuola secondaria. L’Istruzione tecnica ha perso in diciassette anni circa 370.000 studenti, pari a quasi il 30% dell’utenza che raccoglieva nel 1990. Di conseguenza si è ridotto anche il suo output, in quanto i diplomati sono sensibilmente diminuiti, scendendo dai 227.000 del 1993 ai 177.000 del 2006, con una diminuzione di 50.000 unità nell’arco di 13 anni.

La diminuzione del “prodotto” degli Istituti tecnici si verifica mentre i dati delle indagini sulla domanda di lavoro confermano il perdurante interesse delle imprese verso chi è fornito di questo titolo di studio. Secondo Excelsior, erano 220.000 le assunzioni di personale munito di diploma tecnico e professionale previste dalle imprese per il 2008, contro i 170.000 neo-diplomati tecnici e professionale che si sono presentati sul mondo del lavoro. Il mismatch tra domanda ed offerta è reso ancora più grave in quanto l’inserimento professionale dei neo-diplomati è ostacolato dalla mancanza di una esperienza di lavoro, anche breve, che viene invece spesso richiesta dalle imprese.

 

Se la forte presenza dell’Istruzione tecnica a livello secondario ha costituito, per molti anni, una caratteristica positiva della scuola italiana, al contrario la mancanza di un insegnamento tecnico breve a livello superiore rappresenta un’anomalia negativa del nostro sistema. Negli altri Paesi avviene il contrario: ridotta presenza dell’istruzione tecnica nella scuola secondaria, generalmente “spaccata” tra istruzione liceale e professionale, e presenza di uno specifico insegnamento tecnico breve a livello superiore. La mancanza di una offerta a livello terziario crea un vuoto nel nostro sistema formativo, che la cosiddetta laurea breve non è riuscita a colmare. La realizzazione dell’Istruzione e Formazione Tecnica Superiore ha presentato indubbie caratteristiche innovative, ma ha raggiunto numeri limitati di studenti.

Questa debolezza e questa carenza di offerta rappresentano un grave handicap per il Paese e creano difficoltà per i giovani, i quali spesso abbandonano per la scarsa motivazione nei confronti di percorsi lunghi o ritenuti comunque troppo accademici e non riescono ad inserirsi efficacemente nel mondo del lavoro.

All’interno di questo scenario l’associazione Treellle ha realizzato uno studio sul rilancio dell’Istruzione tecnica, presentando numerose proposte, di cui tre in particolare appaiono centrali:

 

  1. Attribuire uno Statuto speciale ad Istituti tecnici secondari, Tecnici superiori, e Corsi di Laurea triennali professionalizzanti; lo Statuto speciale renderebbe più flessibili i meccanismi di Governance di queste istituzioni assicurando:

    1. maggiore autonomia nella definizione degli organi di governo;

    2. maggiore autonomia nell’organizzazione dell’attività formativa (reclutamento del personale e  organizzazione della didattica);

    3. maggiore autonomia nella gestione delle risorse assegnate (o da acquisire, con la possibilità di stipulare convenzioni, protocolli, ecc.);

    4. un più forte e stabile raccordo con il mondo del lavoro.

 

  1. Istituire l’Istruzione Tecnica Superiore e rafforzare la dimensione professionalizzante delle lauree triennali, per creare un’offerta sistematica di questo tipo dopo il diploma, come avviene in quasi tutti gli altri Paesi europei.

 

  1. Promuovere e sostenere la nascita di Poli settoriali, incentivando il collegamento organico sul territorio di scuole, università ed imprese che operano nella stessa filiera di attività, al fine di: - dar vita a un’offerta di formazione tecnica integrata e di qualità a tutti i livelli, dalla formazione iniziale a tempo pieno e parziale (per l’Apprendistato), alla istruzione secondaria e superiore, fino alla formazione continua; - costituire centri risorse in grado di promuovere lo sviluppo economico del territorio, attraverso un’attività di ricerca applicata e trasferimento tecnologico per le piccole imprese.

 

Meccanismi di governo più adeguati e raccordi stabili ed organici sul territorio fra tutti i soggetti operanti nella filiera di settore  possono favorire il rilancio di una dimensione, quella dell’istruzione e più in generale della cultura tecnica, che è stata e sarà sempre strategica per lo sviluppo del nostro Paese.

 



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COMMENTI
30/01/2009 - Troppe materie generaliste e poca cultura (Sergio Palazzi)

Ho letto il quaderno di Treellle sull'istruzione tecnica e, per una volta, mi sono riconosciuto nelle posizioni di un documento di proposta di riforma della scuola. Gli istituti tecnici sono stati il fiore all'occhiello del sistema formativo italiano, che pure ha privilegiato e privilegia sempre più uno schema liceale: valido, per carità, laddove sia sviluppato con proposte qualificate e docenti di alto livello, ma troppo spesso ridotto alla trasmissione di saperi libreschi e sempre più stanchi. Ma come non essere d'accordo con Michele Borrielli, quando si nota che nel progetto di riforma della secondaria superiore (liceale, tecnica etc.) alle materie dell'area letteraria si dà ancora più spazio, pur in previsione di una riduzione dell'orario complessivo? Come è possibile costruire una cultura moderna, se la fomazione scientifica si riduce a poche ore di "scienze integrate" o simili, verosimilmente insegnate da docenti tuttologi ma specialisti di nulla? Quando praticamente tutti gli studenti verranno DERUBATI del diritto di studiare, p.es., la chimica avendo di fronte un docente laureato in chimica? Non c'è una tremenda discrasia, ancora una volta, tra la qualità dell'analisi e la logica corporativo-sindacale della prassi, che continua a vedere la scuola come luogo di collocamento di laureati in discipline poco spendibili sul mercato reale, perpetuando e peggiorando la propria natura solipsistica? Grazie per lo spazio che offrite, ce n'è bisogno.

 
28/01/2009 - PUNTO DI PARTENZA: UNA SOLIDA CULTURA SCIENTIFICA (Michele Borrielli)

Lo studio dell'Associazione Treellle, da quanto leggo, mi pare apprezzabile per la visione d'insieme del contesto economico e produttivo nel quale situare l'istruzione tecnica. Ma per costruire un tale "edificio" che stia in piedi occorrono fondamenta (una solida cultura scientifica è il presupposto per una buona formazione tecnica, ma anche economica) e dei buoni muri portanti (quante ore di discipline di indirizzo nel triennio finale?). Entrambi questi aspetti,nelle bozze di quadri orario non ufficiali presenti in http://www.retescuole.net/contenuto?id=20090115024121(ALL'ESAME DI CNPI?), mi sembrano però molto trascurati a vantaggio della cultura umanistica (leggasi aumento del numero di ore di italiano con forte decurtazione di quelle delle discipline scientifiche e di indirizzo). Il considerare la cultura scientifica subordinata alla cultura umanistica ha portato però gli alunni italiani sempre più in basso nelle classifiche internazionali, e ad un calo vertiginoso di iscritti a facoltà scientifiche. In tali quadri orario, le discipline scientifiche vengono bistrattate, riducendone il già scarsissimo numero di ore a vantaggio di discipline umanistiche (come italiano), affidandole a docenti non laureati nella specifica disciplina scientifica (ad esempio la chimica non affidata al laureato in chimica o CTF ma ad altri laureati, e vale anche per i Licei) o accorpandole in discipline-calderone, vedi anche in http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=11498 e commenti