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UNIVERSITA’/ Chiosso: atenei italiani tra i peggiori al mondo. Ma chi fa le classifiche?

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In questi giorni sono rimbalzate sui giornali due notizie di segno molto diverso, una non buona e un’altra invece molto positiva.

La prima giunge dall’annuale rapporto del “Times Higher Education Supplement” sullo stato di salute delle Università nel mondo. Dalla classifica stilata dalla prestigiosa pubblicazione inglese gli Atenei italiani escono, come peraltro era già accaduto negli anni passati, piuttosto male.

Nessuna Università italiana rientra tra le prime 150 nel mondo e per trovarne una occorre scorrere la graduatoria fino al 174° posto (Bologna) e al 205° (Roma La Sapienza). Nella speciale graduatoria degli “atenei tecnici” il Politecnico di Milano sta un po’ meglio (intorno alla 50° posizione, dato per ora ufficioso), ma nella classifica generale anche il Politecnico lombardo sprofonda nella mediocrità (280° posto).

I primi dieci posti sono contesi dalla più prestigiose Università statunitensi (6) e britanniche (4) con Harvard, Cambridge e Yale che si dividono i primi tre posti. In leggera ascesa la presenza degli atenei asiatici (da 14 a 16 segnalazioni nelle prime 150 posizioni) e di quelli europei (da 36 a 39), in modesta flessione quelli americani (da 42 a 39).

La seconda notizia, quella buona, ci dice che i giovani ricercatori italiani partecipanti allo Staring Grant 2009, l’ambitissimo bando dello European Research Council (un bando da 325 milioni di euro con borse per ricerca che vanno da 500 mila a 2 milioni di euro, mentre da noi i finanziamenti si attestano, quando va bene, al massimo intorno ai 100 mila euro), sono riusciti nella riguardevole impresa di aggiudicarsi il maggior numero di finanziamenti e risultare primi, insieme ai loro coetanei tedeschi, nella graduatoria relativa alla distribuzione dei fondi. Dopo di noi i giovani ricercatori francesi, belgi e olandesi. Soltanto al sesto posto gli studiosi britannici, molto più indietro quelli statunitensi.

Queste due notizie sembrano riferirsi a due realtà totalmente diverse. Da una parte la segnalazione di un sistema universitario in affanno e in sostanza mediocre se comparato con le prestazioni di altri Paesi, dall’altra la constatazione che questo medesimo sistema riesce ugualmente a formare giovani di valore che, almeno a livello europeo, riescono ad essere altamente competitivi con i loro coetanei.

Ho provato a stilare una lista di ragioni per cercare quella che a prima vista sembrerebbe una insanabile contraddizione.

 

a) In Italia nascono persone più intelligenti rispetto al resto d’Europa che riescono a raggiungere ottimi risultati pur non disponendo di scuole e Università particolarmente qualificate (ipotesi improbabile e soprattutto un po’ difficile da dimostrare sul piano statistico).

 

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COMMENTI
12/10/2009 - Ottime lauree, mediocri master e dottorati (Emanuele Bracco)

Concordo molto con Chiosso. L'Italia, con licei e universita', produce molti ottimi laureati, i quali poi sono costretti a fuggire all'estero per imparare a fare ricerca in ambienti dove ci sono abbastanza risorse, stipendi decenti, e reclutamenti trasparenti e meritocratici.

 
12/10/2009 - Elefanti in una cristalleria (Guido Merzoni)

Ottimo il riferimento ai maestri. Sono figure che chi vive l'Università conosce bene e la cui importanza è spesso sottovalutata. Rare, come i beni più preziosi, ma, come l'articolo suggerisce, non così rare anche nella bistratta Università italiana. Per chi non vive l'Università è forse più difficile cogliere come la conoscenza sia anche frutto di relazioni personali, tra maestro e allievo, fatte di colloqui pazienti e di occasioni per attingere all'altrui esperienza. Nell'immaginario collettivo nazionale le relazioni personali fanno solo parte della patologia del sistema. Ma disconoscerne il valore significa negare una specificità, che è nella storia dell'istituzione accademica da secoli, è viva nelle più prestigiose istituzioni in tutto il mondo e di cui spesso gli indicatori "oggettivi" non riescono a tener conto efficacemente. Resta l'impressione che spesso nel dibattito sull'Università italiana, per rincorrere un facile e demagogico consenso, si colpisca alla cieca con furia giacobina, distruggendo quel tanto di buono che ancora c'è. Oppure si elaborino critiche e proposte senza aver fatto esperienza di ciò su cui si pretende di intervenire. Come elefanti in una cristalleria.

 
12/10/2009 - statistiche... (alessandro giudici)

Ho appena controllato i risultati dell'indagine a cui fa riferimento l'articolo (http://erc.europa.eu/index.cfm?fuseaction=page.overView&topicID=164). C'e' un aspetto che andrebbe chiarificato meglio. E' vero che i ricercatori italiani sono secondi con l'11.8% nella classifica per nazionalita' dei vincitori dei fondi (anche se a distanza dai tedeschi col 13.4%, e davanti a francesi, 10.6%, e inglesi, 9,8%). D'altra parte la situazione e' completamente diversa nella distribuzione per paese: UK=19,4%; FR=13%; GER=11%; OLA=8.6%; IT=8.4%; SPA=8%). Gli atenei italiani sono quindi miseramente 5... Il punto e' che i bravissimi ricercatori italiani sono per la maggior parte all'estero (in UK soprattutto). La scuola italiana (e l'universita' pre ricerca) e' mediamente superiore alle controparti inglesi, tanto per citare un esempio...anche se da Berlinguer in poi e' stata tutta una rincorsa a distruggerla (per copiare i modelli fallimentari anglosassoni...). Situazione completamente opposta per quanto riguarda l'high education...ma qui e' soprattutto una questione di risorse, tanto che gli italiani sono molto apprezzati all'estero. Quando gli italiani la smetteranno di piangersi addosso forse si scopriranno non cosi male rispetto agli altri...Sara' interessante vedere in 4-5 anni cosa succedera' in UK quando inizieranno, come promesso, a tagliare le risorse causa crisi...visto che la base di conoscenza "indigena" e' molto bassa...

 
12/10/2009 - università... e la scuola superiore? (ivano sonzogni)

Sono un insegnante non maestro. La conclusione dell'articolo mi lascia perplesso: l'Italia si salverebbe grazie ai "maestri" (che quindi all'estero mancherebbero), quegli insegnanti, cioè forniti di passione "missionaria". E' una chiusa all'italiana! Capisco che è opportuno che agli insegnanti si debba chiedere passione per il proprio lavoro e per i giovani studenti, capacità di trasmettere conoscenze e valori: ma perché non si fa la stessa richiesta anche per gli altri lavoratori (bancari, postini, ristoratori...). Perchè non ci chiediamo anche se non sia opportuno avere dirigenti seri, preparati e motivati e politici (ministri dell'istruzione, soprattutto) con tali caratteristiche? Se un ministro non si pone come mediatore tra le esigenze della società e la scuola, se non ha una prospettiva di una società da migliorare che riforma farà? Qualche taglio orario e di personale, i soliti programmi di insegnamento, qualche innovazione lessicale e poi? Sono anni poi che sento straparlare di merito: in cosa consiste: ci sarà differenza tra i concorsi di merito e il superenalotto?

 
12/10/2009 - Necessita' dei "maestri" (Enrico Bellino)

Condivido pienamente l'osservazione circa la necessita' di "maestri" che trasmettano la passione per il lavoro di ricerca e di docenza, che in ultima analisi riflette la passione per un ideale piu' grande (religioso per alcuni, sociale per altri, ecc). Nella mia strada ne ho incontrati alcuni. La maggior parte di essi ora ha superato i settanta anni, ma avere a che fare con loro tiene svegla la volonta' di dedizione al lavoro che ho scelto. Paradossalmente sono i colleghi "piu' giovani" coi quali mi trovo a lavorare. Al contrario, il carrierismo e l'inseguimento delle "mode" per scalare le classifiche delle citazioni ricevute, cosi' diffuso oggigiorno tra le generazioni piu' giovani, credo che alla lunga finisca per compromettere seriamente le possibilita' di fare ricerca (e docenza) utile allo sviluppo della conoscenza.

 
12/10/2009 - Lo scaricabarile (enrico maranzana)

L’articolo si chiude attribuendo le responsabilità dei vergognosi risultati ottenuti dalle università italiane alla scuola secondaria. Indubbiamente molte carenze sono da individuare in tale sede: la formazione è attività complessa e come tale deve essere trattata. Unitarietà del servizio, coordinamento degli interventi, scomposizione in sottoproblemi, progettazione, feed-back sono solo alcuni dei caratteri indicati dalla legge e sistematicamente assenti nella prassi scolastica ordinaria. Molte sono le cause di tali elusioni e, tra queste, spiccano per importanza, la mancanza di professionalità dei dirigenti e degli insegnanti, oltre alla negligenza degli organi di controllo centrali e periferici. La funzione docente, così come emerge dal TU del 1994 e dalle disposizioni sull'autonomia del 1999, ha natura progettuale e si realizza sia collegialmente sia individualmente. L'ingerenza indebita degli universitari, che non hanno alcuna esperienza in materia di processi di apprendimento, è concausa del mancato salto qualitativo: il modello di scuola che hanno proposto è funzionale a un contesto socio-culturale statico, si regge sulla separazione degli insegnamenti, ignora i principi delle scienze dell'organizzazione, mira alla trasmissione delle conoscenze e, in generale, non percepisce la categoria capacità a cui il legislatore ha finalizzato il servizio.