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SCUOLA/ Paghiamo gli alunni per le lezioni così insegneremo loro ad odiare il lavoro

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Una paziente che vedo in studio continua a parlarmi di come nell’educazione del figlio usi il “rinforzo positivo”. Nome sostenuto, per la banale strategia dell’ovetto: se fai bene ti do un premio. Le ho fatto notare che fa lo stesso con i suoi cani di cui è grande appassionata. Non siamo più nel campo dell’educazione, ma dell’addestramento. Poi lo chiamiamo in inglese – training – così ci fa meno impressione, ci suona meno da animali.

Siccome invece siamo uomini, la questione sta tutta nella soddisfazione e soprattutto nel luogo in cui risiede tale soddisfazione. Le strategie appena viste hanno un punto in comune, e malvagio: pongono la soddisfazione al di fuori del lavoro, un di più esterno che interviene ad ap-pagare la nostra noia e la nostra delusione. Non è così che si lavora, che si studia, che si ama.

Trovo che meglio di chiunque altro, in letteratura, l’abbia comunicato Bruce Marshall nel suo “A ogni uomo un soldo”, a proposito del lavoratore dell’undicesima ora.

«Il treno proseguiva la sua corsa rumorosa lungo la galleria, ma Gaston non si accorgeva delle stazioni, perché stava pensando ai misteri del Signore e riflettendo che lui li capiva in modo molto imperfetto. Uno, però, gli pareva di cominciare a capirlo, e cioè perché tutti gli operai della vigna ricevevano un denaro, sia che avessero portato il peso della giornata e del caldo oppure no. Pensava che la ragione era questa: che tanta parte del lavoro era ricompensa a se stessa, come tanta parte del mondo era castigo a se stesso. E a un tratto Gaston si rese conto che lui, da prete, era stato molto felice».

La soddisfazione è già frutto del lavoro, indicare una strada che la ponga altrove è infilare in un vicolo cieco i nostri ragazzi. Non credo qualcuno sia davvero stato promosso per la promessa di un motorino o – peggio – per la minaccia della sua privazione.

Chi studia, si applica, sta bene in classe con gli adulti e coi compagni ha già il suo premio. Non bisogna mai trascurare di sottolinearlo. E soprattutto non dobbiamo smettere di pensarlo possibile per noi, adulti.

Pochi giorni fa un ragazzo che mi viene a trovare in studio mi ha sorpreso dicendomi: «mi sono accorto che gli sfigati eravamo noi, non loro». E si riferiva alla sua banda alternativa e nullafacente; inconcludente quanto a metodo ed esito.

Anche lui ha scoperto a suo modo che conviene entrare in vigna alla prima ora. Al suono della campanella.



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COMMENTI
26/10/2009 - il tempo presente (umberto siagura)

Il '68 a mio parere si sopravvaluta in ogni senso. Alla fine i veri rivoluzionari furono carosello e Mike Bongiorno ed oggi le nuove generazioni (o meglio, cospicua parte di esse) sono culturalmente figlie di lunghe passeggiate con i genitori nei centri commerciali. Nessun passato e nessun futuro da costruire ma un presente dilatato da riempire inseguendo l'ultimo saldo o la marca di tendenza.

 
19/10/2009 - Dovere e interesse (nicola itri)

"Chi studia, si applica, sta bene in classe con gli adulti e coi compagni, ha già il suo premio".Come non concordare con tale assunto? Col '68 ci fu da parte di chi contestava un vero e proprio lavaggio del cervello nei confronti di chi a scuola semplicemente si applicava per fare il proprio dovere. Al concetto di "dovere" si sostituì nel '68 il concetto di "interesse"; si diceva, da parte di chi contestava: studio, mi impegno solo se la lezione e il programma mi interessano, se essi corrispondono alle mie aspettative, ai miei gusti. Da qui è seguito il "coccolamento" da parte degli adulti di generazioni di ragazzi, cui si è richiesto un serio impegno solo in cambio di un premio,ambito dagli stessi. La proposta avanzata in Francia di pagare uno stipendio agli studenti non è che il naturale e assurdo epilogo della situazione che ho descritto.

 
17/10/2009 - Non siate cauti ma coraggiosi (enrico maranzana)

Il problema affrontato riguarda la motivazione all'apprendimento e la condanna del rapporto asino..carota. Facile la condivisione degli assunti, ma non basta enunciare teorie: bisogna mettersi in gioco, prendere posizione e responsabilità, smascherare gli imbroglioni. In particolare: perché non si denuncia il ritorno alla valutazione quantitativa (voti) e l’abrogazione delle indicazioni qualitative, dettagliate e puntuali, che orientano e facilitano il conseguimento delle mete [da difendere, anche se nella prassi i giudizi formulati dai docenti sono standardizzati e privi di autentico significato]? Perché non si prende posizione sul voto per la religione cattolica che non tiene in alcuna considerazione il vangelo di Giovanni : "Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui"? Perché non ci si ribella alla soppressione degli organismi di governo dei processi di apprendimento e alla loro sostituzione con i dipartimenti disciplinati? Un'ipotesi, forse azzardata, riporta al tempo di Ponzio Pilato: nell'astratto si rimane immacolati.