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SCUOLA/ Torna la “certificazione delle competenze”: minaccia burocratica o valido strumento?

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Voti e valutazione esterna mirano a rendere le dichiarazioni sugli apprendimenti più attendibili e trasparenti. La certificazione delle competenze dovrebbe esplicitare le acquisizioni sottese ai voti e perciò, fra l’altro, renderne più difficile la alterazione.

Certo, siamo sempre lì.

Occorre poter separare la valutazione (che tiene conto di tutti i fattori e decide dei passaggi e del rilascio dei titoli) dalla misurazione dai livelli di apprendimento attraverso i voti, di cui la certificazione fornisce la declaratoria. Perciò bisogna poter evitare di certificare competenze che non ci sono, pure in presenza di valutazioni positive nel loro complesso.

La certificazione deve svilupparsi su livelli (e non limitarsi ad un SI’/NO, che importa nella scuola impropriamente i paradigmi propri di contesti professionali).

Ma bisogna anche che questi livelli siano in numero sensato, tale che la loro descrizione differenziata sia possibile. La pensione ventennale di Win for life sembra il premio adatto per chi sappia descrivere differenziatamente il livello 9 rispetto al livello 10.

Bisogna anche avere senso della misura. Una certificazione troppo minuziosa rischia di essere illeggibile per l’esterno, un po’ come la vecchia scheda delle elementari.

Perciò dai modelli ufficiali non ci si può che attendere una sintesi. Compito delle scuole poi disarticolarla per farne una guida per la progettazione didattica o per le operazioni di personalizzazione, anche a fini di recupero.

Del resto tutti sappiamo che, anche nell’Italia che crede di essere esente dal Teaching to the Test, quando gli ispettori che preparavano le prove della maturità volevano che venisse obbligatoriamente studiato un argomento che magari le scuole tendevano a trascurare, lo mettevano nella prova scritta di esame. In tutti i sistemi, le vere chiavi di lettura degli esiti di apprendimento attesi le danno le prove, soprattutto quelle generalizzate e di peso istituzionale.

Così non può sfuggire che anche nel nostro Paese i costrutti sottesi alle prove INVALSI hanno molto a che fare con gli standard tanto invocati che dovrebbero essere l’oggetto della certificazione di competenze.

Dunque, per rispondere alle esigenze di attendibilità e chiarezza che i sistemi economico-sociali hanno su quello che si impara a scuola, servono sia informazioni sul livello degli apprendimenti (voti) sia controlli periodici sugli apprendimenti più importanti (valutazioni standardizzate esterne) sia descrizioni di ciò che sanno e sanno fare i giovani nelle diverse discipline (certificazioni). Sarebbe utile cercare di raccordare le logiche con cui si lavora su questi tre terreni.



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COMMENTI
19/10/2009 - come si insegna per competenze? (ivano sonzogni)

Trovo interessante e da valutare ogni proposta di riforma dell'insegnamento. Da insegnante "medio" o "mediocre" mi piacerebbe però che un ente superiore definisca con precisione quali devono essere le competenze e le conoscenze di cui ha bisogno un giovane che entri nel mondo del lavoro. E che si insegni concretamente agli insegnanti ad insegnare per competenze. E' illusorio pensare che, decisa un'innovazione così rilevante, gli insegnanti la adottino immediatamente e con ottimi risultati. Anni fa mi è capitato di seguire un corso sulla valutazione di conoscenze e di competenze: al relatore chiesi di mostrarmi concretamente in un tema le conoscenze e le competenze, in modo che io le potessi misurare e valutare: aspetto ancora la risposta! L'innovazione deve essere relazionata alla concretezza e alla formazione!

 
19/10/2009 - Le competenze e il muro di gomma della scuola (enrico maranzana)

Il concetto di competenza è stato definito dal parlamento europeo con l'indicazione delle sue componenti: capacità, uso consapevole di conoscenze e abilità, attitudini relazionali, sicurezza metodologica, autonomia e responsabilità. Se si vuole limitare il rischio burocratico la questione deve essere inquadrata in tale ambito, non circoscriverla alla sola valutazione esterna. Per governare i processi di apprendimento, che hanno natura pluriennale, sono necessarie puntuali e sistematiche osservazioni, proprio quelle previste dalla legge [TU del 94], norme che sono state sempre eluse da tutti i Collegi dei docenti delle scuole d'Italia. Per cogliere l’opportunità fornita dall'introduzione delle competenze è necessario rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono al cambiamento; a tal fine è opportuno chiedersi: perché i POF degli istituti tecnici, i cui programmi elencano le competenze caratterizzanti l'indirizzo, non sono concepiti in funzione del loro conseguimento? Perché non si stigmatizza la filosofia dell'attuale maggioranza che non si fa carico del problema, banalizza la funzione formativa e educativa vincolandola a traguardi espressi in termini di sole conoscenze e abilità, disaggrega gli insegnamenti all'interno di un'organizzazione disegnata in dispregio dei dettami della scienza dell'amministrazione?