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SCUOLA/ Torna la “certificazione delle competenze”: minaccia burocratica o valido strumento?

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Dopo un’orgia lunga un anno sui voti, mentre le operazioni di valutazione esterna procedevano sottotraccia, torna la “certificazione delle competenze”. È attesa a giorni l’uscita del modello ministeriale della certificazione delle competenze al termine dell’obbligo (2° superiore o 16 anni); il Regolamento sulla Valutazione all’art. 8 l’ha riportata agli onori del mondo, non solo al termine della scuola media, ma anche, sensatamente, al termine delle elementari.

Un ennesimo tormentone buropedagogico o qualcosa di utile?

La ragione di questa ripartenza sta nella Legge 53 (Legge Moratti) che ne fornisce all’art 3 il fondamento normativo ineludibile. Un articolo largamente sottovalutato a suo tempo, che ora sta esplodendo a distanza di anni come una bomba ad orologeria: è infatti quello che prevede anche la valutazione standardizzata esterna degli apprendimenti.

C’è chi sembra pensare che - così come ai giorni nostri il the è di sinistra e il caffè di destra (50 anni fa era il contrario) - così i voti sono di destra e la certificazione delle competenze di sinistra. Gli schieramenti in proposito ne sono la conseguenza.

Norberto Bottani ricorda spesso che i Paesi anglosassoni, grandi fautori delle valutazioni standardizzate esterne, nutrono per le competenze e la loro conseguente certificazione una notevole diffidenza, ritenendo possa trattarsi di una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Al contrario i paesi latini, molto recalcitranti verso i test, ne sono i principali fautori.

La Weltanschauung pedagogica dell’Unione Europea le ha adottate alla grande, anche in forza del forte legame delle loro origini con le formazioni finalizzate alle professionalità.

In realtà OCSE-PISA costituisce un ponte fra questi due punti di vista. La madre di tutte le valutazioni utilizza infatti per la graduazione delle performance degli studenti delle descrizioni di livelli che possono essere considerate dei modelli (dal punto di vista del format e non dei contenuti) per la certificazione di competenze. Ed infatti come tali erano stati segnalati alle scuole nella prima circolare ministeriale in proposito.

Possiamo partire dell’ipotesi che, se ben utilizzati, voti, valutazioni esterne e certificazione delle competenze siano complementari.

 

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COMMENTI
19/10/2009 - come si insegna per competenze? (ivano sonzogni)

Trovo interessante e da valutare ogni proposta di riforma dell'insegnamento. Da insegnante "medio" o "mediocre" mi piacerebbe però che un ente superiore definisca con precisione quali devono essere le competenze e le conoscenze di cui ha bisogno un giovane che entri nel mondo del lavoro. E che si insegni concretamente agli insegnanti ad insegnare per competenze. E' illusorio pensare che, decisa un'innovazione così rilevante, gli insegnanti la adottino immediatamente e con ottimi risultati. Anni fa mi è capitato di seguire un corso sulla valutazione di conoscenze e di competenze: al relatore chiesi di mostrarmi concretamente in un tema le conoscenze e le competenze, in modo che io le potessi misurare e valutare: aspetto ancora la risposta! L'innovazione deve essere relazionata alla concretezza e alla formazione!

 
19/10/2009 - Le competenze e il muro di gomma della scuola (enrico maranzana)

Il concetto di competenza è stato definito dal parlamento europeo con l'indicazione delle sue componenti: capacità, uso consapevole di conoscenze e abilità, attitudini relazionali, sicurezza metodologica, autonomia e responsabilità. Se si vuole limitare il rischio burocratico la questione deve essere inquadrata in tale ambito, non circoscriverla alla sola valutazione esterna. Per governare i processi di apprendimento, che hanno natura pluriennale, sono necessarie puntuali e sistematiche osservazioni, proprio quelle previste dalla legge [TU del 94], norme che sono state sempre eluse da tutti i Collegi dei docenti delle scuole d'Italia. Per cogliere l’opportunità fornita dall'introduzione delle competenze è necessario rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono al cambiamento; a tal fine è opportuno chiedersi: perché i POF degli istituti tecnici, i cui programmi elencano le competenze caratterizzanti l'indirizzo, non sono concepiti in funzione del loro conseguimento? Perché non si stigmatizza la filosofia dell'attuale maggioranza che non si fa carico del problema, banalizza la funzione formativa e educativa vincolandola a traguardi espressi in termini di sole conoscenze e abilità, disaggrega gli insegnamenti all'interno di un'organizzazione disegnata in dispregio dei dettami della scienza dell'amministrazione?