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SCUOLA/ 2. L'Islam in classe? Meglio istituti paritari nel rispetto delle regole

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«Creare un clima favorevole all’apprendimento è la principale via per ottenere un processo di integrazione efficace. In quest’ottica si propone anche di valorizzare il ruolo positivo delle religioni all’interno di uno Stato laico, quale elemento importante nel processo formativo umano e culturale. La strada dell’insegnamento facoltativo delle religioni nelle scuole pubbliche, statali e non statali, che garantiscono la qualità dell’intero percorso formativo, è certamente preferibile alle presenza di scuole specifiche a fondamento religioso che nel nostro contesto rischiano di diventare alternative e contrastanti, fonte di esclusione e di contrasto».

Ci sono poi le già ricordate obiezioni “tecniche”, sulle quali non ho la competenza per intervenire, e altre di natura culturale e filosofica, ma ci sono anche obiezioni più politiche. Prendiamo ad esempio l’On. Andrea Sarubbi (Pd) che sul suo blog ha così commentato.

«Studiare l’Islam, dunque, mi va benissimo, ma a queste due condizioni: la prima, appunto, è che si dia il giusto peso all’incidenza delle singole religioni nella formazione della nostra cultura, così come avviene per le opere letterarie; la seconda è che si studino le varie religioni tutti insieme, e non divisi a seconda del credo di appartenenza, perché se no diventa davvero una caricatura del catechismo».

Dunque da un lato abbiamo chi sostiene che sia meglio un'ora di Islam piuttosto che consentire il diffondersi di scuole confessionali e dall’altro chi chiede di studiare le religioni “tutti insieme”.

Capisco il senso della proposta di Farefuturo e le buone intenzioni di alcuni di coloro che la sostengono, ma non credo che sia questa la strada per una buona integrazione. E non credo nemmeno che il punto sia esattamente quello sottolineato ad esempio dall’On. Sarubbi perché in realtà oggi l'ora di religione cattolica assomiglia troppo ad un’ora di catechismo. Non concordo con lui sul punto, ma Sarubbi coglie l'essenza della questione: l'integrazione non avviene consentendo ad ogni fede di avere la propria ora di religione, in quanto questo sì che sarebbe «fonte di esclusione», come paventato da Farefuturo.

Mi sembrano troppe cose messe lì per prendere tempo, per non affrontare la questione nella sua complessità. Un po' come quando (e viste le motivazioni di Farefuturo, il paragone non è casuale) a Milano si propose di istituire classi di soli bambini mussulmani perché i genitori di quei bambini minacciavano di non mandare i loro figli a scuola. Anche allora si disse: meglio una classe di mussulmani in una scuola statale, piuttosto che una scuola confessionale.

Già allora la pensavo diversamente. Le scuole paritarie sono il contrario dei ghetti, perché impongono che i docenti siano reclutati e retribuiti come quelli delle scuole statali, impongono che nelle ore curricolari vengano svolti i “programmi statali”. Impongono - in sintesi - regole condivise, ma nel rispetto dell'autonomia didattica di ogni istituto. Per la comunità mussulmana istituire una scuola paritaria significherebbe accettare pienamente la sfida dell’integrazione, attraverso una delle possibilità che l’ordinamento italiano riconosce. Non a caso si parla di istituzione di scuole pubbliche non statali. Scuole pubbliche: più integrazione di così.

 

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