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TEMPI/ Dai figli dell’upper class Usa ai niños sudamericani fino ad Ascoli: nella scuola c’è chi attende qualcosa

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Ad Ascoli le bidelle hanno i tacchi a spillo

 

C’è una scuola in cui i muri sono stati dipinti di giallo e verde dagli insegnanti, perché «così è più bello», dove i bambini ogni giorno trovano sui tavoli della mensa un vaso di fiori, e dove le bidelle, sotto la divisa blu, portano i tacchi a spillo. Non si tratta di un esclusivo e un po’ bizzarro istituto privato, ma della scuola statale elementare don Giussani di Monticelli, in periferia di Ascoli Piceno. Prima del 1992 era il fanalino di coda della città e quando, nel 1992 appunto, Agnese Sandrin fu spedita qui a fare la preside non ci voleva credere. «Era il quartiere più trascurato, il più frettoloso dal punto di vista edilizio, socialmente di livello medio-basso: la scuola era un casermone di cemento dove negli anni Ottanta erano stati sperimentati tutti i materiali edilizi possibili. Dopo anni di lavoro con l’élite del centro, mi veniva da piangere. Poi mi sono dovuta guardare attorno, per costruire un’identità di scuola che fosse credibile sul piano umano. Quando tutto è da ricostruire, si parte da quello che c’è. E si colgono i segni di una positività, per darle una forma e renderla visibile. Nel quartiere ho percepito un clima di grande accoglienza e partecipazione, assieme a una forte aspettativa rispetto all’istituzione scuola come occasione di riscatto e di crescita. Io non ho fatto altro che mettere tutte queste cose a sistema. Come con alcune forme di volontariato episodico e spontaneo che ho inserito come educazione alla solidarietà».

Così facendo l’identità della scuola si forma man mano, attraverso tanti gesti: la bandiera, l’inno, la biblioteca, il centro culturale. Ma anche con il coinvolgimento di insegnanti e genitori. Ogni cosa è curata, armonica, dalle foto appese nel corridoio ai grandi quadri che riproducono Matisse e Van Gogh, «per avvicinare ai ragazzi l’idea di infinito». Competenze, dunque, come antidoto alla trascuratezza. La volontà di fare bene, l’amore per il bene comune. E soprattutto, un’ipotesi di lavoro imbastita sulla bellezza, tradotta in termini di ambienti ma soprattutto di progettazione didattica. I risultati si vedono. «Davanti a un muro pulito, a un’aula ordinata, a una lezione spiegata con passione, a un quadro che ti ispira un sentimento, non puoi dire “non mi piace”. Non è uno slogan, l’ho sperimentato concretamente: dirigo una scuola statale, non ho altro modo per mettere insieme musulmani, cattolici, laici, rossi e neri. Il bello unisce in sé tutte le visioni del mondo. È il varco, la via di fuga attraverso cui tu inchiodi le persone al senso dell’esistenza».

 

(Chiara Sirianni)



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