BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TEMPI/ Dai figli dell’upper class Usa ai niños sudamericani fino ad Ascoli: nella scuola c’è chi attende qualcosa

Pubblicazione:

bambinichiR375_05nov08.jpg

 Manhattan e la gabbia dorata

 

Oggi non vorrebbe insegnare da nessun’altra parte. «Anche se questa è un’umanità ferita». Monica, 25 anni, da dieci residente negli Stati Uniti, è docente di fisica e biologia in una delle high school più esclusive di Manhattan. Una retta di 35 mila dollari l’anno che possono permettersi solo i figli dell’upper class, le classiche persone a cui non manca nulla. O a cui, forse, manca tutto. Monica descrive giovani spenti, senza stimoli, annoiati e rinchiusi in una gabbia dorata, isolati anche dal punto di vista affettivo. Più che liberi, sono abbandonati a se stessi: «Due miei alunni, entrambi di 14 anni, sono stati allontanati perché trovati in possesso di cocaina. Possibile che in famiglia nessuno si sia accorto che spendevano 2 mila dollari a settimana? Un altro, che arrivava sempre in ritardo alla mattina, per giustificarsi ha spiegato di avere genitori separati ed entrambi costretti a viaggiare per lavoro, per lunghi periodi: mia mamma mi chiama dalla Cina tutte le mattine, ma poi io torno a letto». Per Monica anche questo è segno di una deriva educativa pericolosa: «Dopo la scuola hanno tutti mille attività, soprattutto perché a casa non c’è nessuno ad aspettarli. E poi, se sono particolarmente agitati o distratti, subito gli viene diagnosticata una sindrome da deficit di attenzione; così si comincia con gli psicofarmaci. Se un ragazzo un giorno è triste, come è normale nell’adolescenza, vuol dire che è depresso. Per questo ogni pomeriggio viene mandato da uno psicologo da 350 dollari a seduta. C’è insomma un modo molto borghese di risolvere dei finti problemi, di fatto senza affrontare la persona». Per questo all’inizio stabilire una connessione con questi ragazzi sembra un’impresa impossibile e deprimente. «Erano catatonici. Poi mi sono resa conto che forse erano semplicemente in attesa di qualcosa che li scuotesse dal torpore». Nasce così il Radius Club, un cineforum ma soprattutto un’occasione per fare due chiacchiere. Iniziano le uscite a teatro, ai musei, ma anche al cinema e a mangiare una pizza. In classe le cose iniziano a cambiare. «Un giorno stavamo facendo chimica, eravamo in laboratorio e c’era uno studente, Jeff, che non stava facendo assolutamente nulla. Quando gliel’ho fatto notare si è messo a urlare, gridandomi insulti, avvicinandosi come per prendermi a pugni. In seguito la scuola lo ha sospeso per qualche giorno. Il preside mi ha domandato cosa volessi fare: stava a me decidere se averlo nella mia classe o meno. Tutti si aspettavano una risposta negativa, come da prassi. Invece Jeff è tornato ed era talmente sorpreso della mia decisione da cambiare totalmente atteggiamento. Gli sembrava impossibile che potessi fidarmi di lui. Adesso è uno dei migliori della sua classe. Soprattutto, dal niente è nato un bellissimo rapporto di stima e amicizia. Siamo entrambi usciti dalla bolla. Il mondo è uno: è dentro la scuola ma anche al di fuori, per capirlo basta aprirsi all’umano».

 

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL NUMERO "2" QUI SOTTO



  PAG. SUCC. >