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SCUOLA/ Tagli al personale significa minor qualità? I dati dicono il contrario

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Dal punto di vista della finanza pubblica, tuttavia, vi è una certezza: il contenimento della spesa pubblica nel settore può passare solo attraverso una riduzione del numero di docenti. Come descritto nel Rapporto 2009 sulla Finanza Pubblica in Italia (ed. Mulino, curato dai proff. Guerra e Zanardi), quasi il 97% della spesa nel settore scolastico è assorbito dal costo del lavoro (pp. 107-9). Probabilmente, la collettività sarebbe disposta a rinunciare al contenimento della spesa in questo settore così importante, se vi fosse evidenza della sua incidenza positiva sui risultati scolastici: ma in assenza di questa…

 

È forse giunto il momento di “scendere dalle barricate”, e spostare il focus della discussione politico-istituzionale dall’ammontare delle risorse, per discutere invece del loro reale utilizzo. A questo proposito, giova ricordare che mentre la relazione tra numero di docenti e performance è piuttosto debole, non altrettanto si può dire con riferimento alla loro qualità; e l’evidenza empirica mostra che insegnanti più motivati, meglio retribuiti e con profili di carriera più meritocratici, sono in grado di influenzare positivamente gli apprendimenti degli studenti. Da questa evidenza discendono alcune importanti conseguenze, che è utile richiamare nel contesto del dibattito attuale nel nostro Paese.

 

In primis, si dovrebbe puntare di più sulla qualità degli insegnanti, piuttosto che sul loro numero (il tema è stato colto in modo interessante in un articolo di Guerri su il Giornale, sabato 10 ottobre 2009). Dal mio punto di vista, non si tratta di rivedere per l’ennesima volta le modalità di reclutamento dei docenti, ma piuttosto di lasciare autonomia alle scuole nelle modalità di assunzione e di retribuzione, cercando di innescare un percorso virtuoso che porti le scuole a cercarsi docenti sempre migliori. Forse questa è l’unica strada per rilanciare la professione di docente, oggi afflitta da scarsa reputazione, profili di carriera e retributivi basati solamente sull’anzianità, assenza di incentivi finanziari, livelli salariali bassissimi.

In secondo luogo, le scuole dovrebbero avere maggiore autonomia nel determinare i propri programmi e le modalità di insegnamento. Una delle cause della maggior spesa nel settore, nel nostro Paese, è il numero di ore di attività didattica, molto più elevato che negli altri paesi europei (tra 1.000 e 1.100, scuola primaria e secondaria, contro una media Ocse di 800 e 970, rispettivamente – dati del Rapporto 2009 Finanza Pubblica Italiana, p.115). Probabilmente, in presenza di maggiore autonomia, alcune scuole potrebbero decidere organizzazioni didattiche meno onerose (in termini di tempo) ma ugualmente efficaci. Gli interventi centralistici in questa direzione (ad es. la reintroduzione del maestro unico) possono risultare molto meno convincenti, perché non possono per definizione tenere conto delle specificità delle singole scuole e dei loro territori di riferimento.

Infine, appare oramai irrinunciabile l’avvio di una sistematica attività di valutazione degli apprendimenti degli studenti su scala nazionale. Solo con dati aggiornati e sicuri su prove standardizzate è possibile tenere costantemente monitorata l’efficacia della spesa: diversamente, la valutazione avviene prevalentemente su dati di natura meramente finanziaria/contabile che poco hanno a che vedere con gli output e gli outcome del processo educativo (si veda l’analisi del bilancio 2009 del Ministero dell’Istruzione, proposta dalla Ragioneria Generale dello Stato). Il lavoro avviato dall’INVALSI riguarda la realizzazione di test standardizzati su un campione rappresentativo di scuole, a diversi gradi di studio. Tale sforzo appare promettente, ma maggiori risorse devono essere investite per questa finalità; inoltre, più sistematicità e completezza è necessaria nell’ambito dell’analisi stessa.

 

Un’ultima nota. Se, effettivamente, il piano del ministro Gelmini vedrà la luce, esso comporterà una significativa riduzione del numero di docenti, che si tradurrà in consistenti risparmi di spesa pubblica entro qualche anno. A quel punto, sarà necessario stabilire delle priorità di utilizzo per queste risorse. Una possibile scelta potrebbe essere quella di destinare le risorse ad altri Ministeri e funzioni: sarebbe, invece, importante mantenere la spesa nel settore, investendo su quelle linee di sperimentazioni e innovazioni che possono cambiare davvero il volto del nostro sistema scolastico, rinunciando così alla tentazione continua dell’aumento senza criterio del numero di docenti.



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COMMENTI
25/10/2009 - Malascuola (Claudio Cremaschi)

Non posso che constatare con soddisfazione che si cerca da più parti di affrontare l'argomento senza pregiudiziali ideologiche. I temi affrontati da Tommaso Agasisti sono stati da me trattati in modo - credo - articolato nel libro "Malascuola", ediz. Piemme. http://malascuola.it

 
25/10/2009 - Diciamo le cose come stanno (Fabio Milito Pagliara)

L'attuale politica di tagli non va in alcun modo nella direzione indicata (e sperata) dal Prof. Agasisti. L'unico effetto dei tagli sarà di avere classi più affollate, nessun docente per le supplenze di poche ore o pochi giorni (e quindi la necessità di dividere gli alunni su altre classi) difficoltà nel dedicare tempo agli incontri con le famiglie. Passando alle proposte fatte nell'articolo trovo che forse è il caso di dare un ordine alle riforme 1) si faccia la valutazione di tutti gli alunni, il che significa avere degli obiettivi nazionali da raggiungere 2) una volta che si è avviato il sistema di valutazione e quindi diverrà possibile valutare le scuole e i docenti si potrà incominciare a parlare di maggior autonomia. Altrimenti per quale ragione un Dirigente dovrebbe puntare alla massima efficienza dei risultati degli alunni e non per esempio alla massima tranquillità? O al massimo dei risultati di facciata? Infine si parla di merito e carriera dei docenti ma è mai possibile che l'unica carriera di un docente debba essere SOLO guadagnare un po' di più, vogliamo cominciare a discutere della possibilità di una carriera che si differenzi (se il docente vuole) anche per compiti? Ad es. 1) Docente 1: si occupa del tutoraggio e del doposcuola degli allievi 2) Docente 2: può anche fare lezione in cattedra 3) Docente 3: può svolgere compiti ispettivi, può svolgere le prove di valutazione è solo un esempio ma è assurdo avere come unica prospettiva 40+ anni in cattedra

 
23/10/2009 - qualità, "tuttologi" e tagli disc. scientifiche (Michele Borrielli)

si parla di qualità della scuola ma non si rispettano le specifiche competenze disciplinari dei docenti: i “tuttologi” non esistono; i tagli sono assurdamente selettivi, ad es., regolamenti approvati in 1^ lettura dal Governo: contro le indicazioni OCSE, negli Istituti Tecnici e Professionali (triennio finale) si ha un forte taglio delle ore delle discipline scientifiche e tecnologiche di indirizzo (-20%), discipline impiantistiche chimiche affidate al laureato in scienze in alcuni indirizzi del tecnologico, con futuri periti con competenze molto minori di ora, e nei bienni iniziali, tagli delle ore di discipline scientifiche fino al 60%(solo 2 ore di chimica negli economici e nei professionali, insufficienti per il necessario laboratorio); si vuole inoltre affidare l’insegnamento di discipline scientifiche a docenti diplomati, gli ITP.Nei Licei le cose peggiorano: le ore sono pochissime e la Chimica continuerà ad essere insegnata da laureati in Scienze e non in Chimica, e viene accorpata con le scienze nell'insegnamento-calderone "scienze naturali" [chimica+scienze naturali e biologiche]. Bisogna separare la chimica, da affidare al laureato in chimica della classe 33-A (oltre 20 esami chimici, il laureato in scienze in media 1-2) e le scienze ai laureati in scienze naturali o biologiche della 46-A,da ridenominare “scienze naturali e biologiche”: le scienze naturali vanno infatti studiate separatamente e dopo la chimica inorganica e le scienze biologiche dopo chimica organica

 
23/10/2009 - Belle parole ma... (simone borri)

... i passi della Gelmini non vanno, purtroppo, in questa direzione. Le tesi dell'articolo infatti sono in parte condivisibili, in quanto sicuramente avere docenti più motivati farebbe bene alla scuola, ai docenti stessi e ai ragazzi. Come dice l'articolista nel finale "sarebbe, invece, importante mantenere la spesa nel settore, investendo su quelle linee di sperimentazioni e innovazioni che possono cambiare davvero il volto del nostro sistema scolastico". Invece il piano del governo è diverso, come si sa: solo un terzo del denaro risparmiato sarà reinvestito nel settore della scuola, in forma di "premi" ai meritevoli (su quale base?) e non come piano organico di carriera dei docenti. E poi, il finale è una perla: "rinunciando così alla tentazione continua dell’aumento senza criterio del numero di docenti". Ma che significa?? L'aumento del numero dei docenti segue l'andamento del numero dei ragazzi, e non è in eccesso: anzi, nella scuola, come si sa, oltre il 10% del personale docente è supplente...

 
23/10/2009 - meno docenti ma meglio pagati (nicola itri)

credo che l'assunto che vi debbano essere meno docenti ma meglio pagati, che di fatto sta caratterizzando l'attuale politica scolastica del ministro Gelmini, sia largamente condivisibile.Altrettanto vera è la considerazione è che l'assunzione, il pagamento e la valutazione, anche economica dei docenti, dovrebbero essere affidati alle singole scuole, in un processo di reale autonomia. Speriamo che i prossimi passi della Gelmini vadano in questa direzione!

 
23/10/2009 - Qualità: quanta confuzione intorno a te (enrico maranzana)

"Si dovrebbe puntare di più sulla qualità degli insegnanti", significativo l'utilizzo di "insegnanti" e non di insegnamenti. Non esiste, infatti, in alcuna azienda razionalmente organizzata, l'assoluta assenza di regole che definiscono l'attività dei dipendenti. I docenti, invece, entrano in classe e, in base alla loro "libertà di insegnamento" non sono assoggettati a vincoli: l'amministrazione della scuola non indica loro i traguardi da conseguire. Sono gli autori dei libri di testo che dettano le linee di condotta. In tale contesto, parlare di qualità, è una presa in giro. "Le scuole dovrebbero avere maggiore autonomia nel determinare i propri programmi e le modalità di insegnamento". Asserzione che non trova giustificazione nella normativa vigente: sono le amministrazioni scolastiche che non hanno mai dato seguito ai profondi cambiamenti che il legislatore ha indicato. Si considerino, ad esempio, le indicazioni generali presenti in molti programmi "sviluppare attitudini mentali orientate alla risoluzione di problemi ed alla gestione delle informazioni, avendo costantemente presente il significato del proprio agire": indicazioni che sono il fondamento dell'autonomia, autonomia che, come dice la legge "si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, istruzione e formazione mirati allo sviluppo della persona umana". Per quanto riguarda la valutazione degli apprendimenti nell'articolo manca ogni riferimento al feed-back, all'autogoverno!