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UNIVERSITA’/ Riforma, troppe regole. Perché la Gelmini ha dimenticato l’autonomia?

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Il giudizio sulla riforma proposta dal Ministro Gelmini dovrebbe dunque prendere le mosse dalla sua adeguatezza rispetto a questi obiettivi. Credo che si possa dire che la politica adottata in questa proposta sia di aumento della regolazione statale: in altre parole, per risolvere i problemi descritti in precedenza, la soluzione prospettata è quella di un nuovo insieme di regole definite a livello statale. Il messaggio, sottointeso alla riforma, è il seguente: poiché le università hanno dimostrato di non sapere trarre beneficio dall’autonomia, occorre ri-definire un nuovo insieme di regole che consenta un loro maggiore controllo.

Dal mio punto di vista, questa è una strada tendenzialmente sbagliata. Innanzitutto, questa impostazione frustra l’iniziativa di quelle università che, seguendo percorsi virtuosi di contenimento della spesa e incentivi interni al miglioramento della qualità, hanno saputo competere (anche a livello internazionale) in questi anni. Inoltre, la strada delle regole ha, di fatto, già fallito negli anni precedenti. Ad esempio, dal 1998 esiste una norma che impedisce alle università di spendere più del 90% delle risorse ricevute dallo Stato in assegni fissi per il personale: tuttavia, molte università hanno superato tale limite senza essere sanzionate.

Una strada probabilmente migliore, a mio avviso, è definire obiettivi di policy chiari (ad esempio, l’aumento delle pubblicazioni scientifiche, il miglioramento della qualità dei laureati, ecc.), lasciando le università libere di perseguire tali obiettivi come meglio credono, e utilizzando la leva dell’assegnazione delle risorse statali come incentivo per le università che ottengono migliori risultati. Sotto questo profilo, la necessità del nostro sistema universitario è una riduzione dei vincoli normativi e regolamentari esistenti, non un loro aumento. Dovrebbero essere fissate poche regole, in modo stringente (ad esempio, in relazione al controllo della spesa); tali regole dovrebbero essere poi costantemente monitorate, per punire severamente quegli atenei che non le rispettino.

Il timore, invece, è che l’ennesima riforma del reclutamento dei docenti, la fissazione di regole uniformi per la composizione di Senati accademici e Cda, e così via, altro non facciano che aumentare la rigidità del nostro sistema universitario, senza risolvere i problemi, e impedendo invece alle università migliori di operare in modo dinamico per emergere sulla scena internazionale.

 



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