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UNIVERSITA’/ Il rettore Decleva (Milano): una riforma storica, ma i fondi ci sono?

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Li trovo efficaci e come ateneo li abbiamo anche sostenuti. Il superamento della figura del ricercatore, che poi, occorre ricordare, non ha mai avuto stato giuridico in quasi trent’anni, è più che auspicabile. E viceversa è da salutare la creazione di una figura che sia a tempo indeterminato, che possa dimostrare tutte le sue capacità in un tempo relativamente breve e che possa trovare una collocazione adeguata non a livello di ricercatore, ma a livello di professore associato. Il principio è questo. Se funzionerà, e qui di nuovo l’essenziale sono le risorse, avrà effetti sostanziali perché ci sarà una maggiore competitività per ottenere tali posizioni. I più meritevoli saranno spinti a restare e quindi a lavorare attivamente. Si può facilmente arguire quanto ciò sia positivo dal punto di vista dell’effetto in termini di risultati, di ricerca, di formazione di capitale umano. Nel frattempo ci dovrebbe essere un numero adeguato di posti da professore associato messi a disposizione in modo che una parte cospicua dei ricercatori attuali, che hanno lavorato e lavorano, assuma rapidamente tale ruolo.

 

E per quanto riguarda i meccanismi di valutazione dei docenti?

 

Anche questo principio è senza dubbio sano. Naturalmente occorre che si instauri una mentalità, per cui questa valutazione non si riduca ad una sanatoria per tutti, che non significherebbe nulla, oppure in una forma di discriminazione, insomma in cui ci sia una visione obiettiva di quanto uno ha lavorato o non ha lavorato. Legare a questo l’incremento delle retribuzioni mi sembra un modo per valorizzare chi lavora rispetto a chi fa poco. Tale procedura si presenta comunque migliore delle forme di contratto locale che rendono difficile la vita accademica. È una norma che vale per tutti però non tutti saranno in grado di mettersi nelle condizioni di approfittarne, anche se è auspicabile che lo facciano perché vorrebbe dire che il reclutamento ha funzionato.

 

C’è chi ha tacciato questo ddl come una sorta di ritorno allo statalismo perché ha evitato di ispirarsi alle best practices puntando a “normalizzare” allo stesso modo tutti gli atenei. Che cosa ne pensa?

 

L’accusa fa il paio con quella dell’aziendalizzazione dell’università, entrambe sono tendenziose. Io credo che l’autonomia universitaria sia un valore fondamentale, un criterio fondamentale di funzionamento, però autonomia non significa assenza di regole, significa anche rispetto di norme e di alcuni vincoli. C’è una sorta di schizofrenia in queste discussioni per la quale da un lato si dice tutto il male possibile dei professori, dell’università, dell’accademia, dei sistemi di reclutamento e via dicendo, dall’altro si afferma che occorrerebbe l’autonomia. Forse ci sarà qualche limite all’autonomia, ma tutto il grosso delle risorse, bisogna ricordarlo, proviene dallo Stato. Quindi che a un certo punto scatti un meccanismo di garanzia e di verifica rispetto ai comportamenti non mi sembra una cosa tanto scandalosa. Troppe volte insomma l’autonomia quando significa “responsabilità” si preferisce non averla, mentre quando intervengono delle regole viene evocata per evitarle.



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