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SCUOLA/ Docenti verso una vera professione? Non tutti i conti tornano...

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Eppure si ha come l’impressione che manchi qualcosa, un pezzo importante: chiamiamolo consenso della base o qualcosa di simile. Non c’è, tra gli insegnanti, una cultura professionale diffusa, o meglio, c’è tanta buona volontà (nei più), molta disponibilità a mettere in discussione il proprio lavoro, ma scarsa attitudine (tranne eccezioni) a calarsi nella parte del professionista che, forte dei titoli e delle competenze che ha guadagnato sul campo, decide di proporre il proprio profilo vocazionale e tecnico alla scuola autonoma, entrando in questo modo in sintonia con i piani dell’offerta formativa che risultano (o dovrebbero risultare) diversi gli uni dagli altri.

Manca una cultura professionale diffusa, complice il ruolo marginale che nella scuola italiana hanno sempre avuto le associazioni professionali dei docenti, rispetto ai ben più potenti sindacati con i quali i governi (tramite l’Aran) firmano i contratti di lavoro.

Di fatto le organizzazioni sindacali hanno giustamente sostenuto la dialettica stipendiale, ma ostacolato la progressione della carriera (non tanto quella economica basata sulla anzianità lavorativa, bensì quella connessa con l’incremento dei compiti che la situazione complessa della scuola chiede di assumere).

Complice una mentalità monopolista e sostanzialmente assistenzialista della gestione dell’istruzione, che non contempla l’ipotesi di una reale concorrenzialità tra diversi soggetti gestori del servizio.

Complice, è la ragione principale delle storture, un’autonomia delle scuole ancora imperfetta, che non arriva al riconoscimento dell’autonomia finanziaria delle stesse, con conseguente possibilità di assumere il personale.

Complice, bisogna ammetterlo apertamente, un sistema dell’istruzione che è paritario solo sulla carta, per cui la parità riconosciuta sul piano giuridico non è ancora divenuta parità economica.

Complice ancora, è forse il nodo più serio, la mancanza di un metodo che possa aiutare i docenti a comprendere il vantaggio di un’articolazione e progressione della carriera.

Si potrebbe formulare in questo modo la soluzione: fare di tutto per valorizzare quello che già esiste. Si tratta cioè di far capire che una posizione giuridica nuova determinata dalle più significative esperienze di scuola in atto (di coinvolgimento del docente con i propri alunni, di attivazione di percorsi di insegnamento e apprendimento che favoriscono le attitudini dei ragazzi, di costruzione di rapporti con il territorio) costituisce per il docente una cornice normativa che lo garantisce e promuove professionalmente. È nella responsabilità del docente che sceglie di istruire ed educare offrendo anzitutto la propria personalità come termine di paragone che devono essere ancorate le fasi di un avanzamento professionale. Condiviso con i colleghi, con le famiglie, con gli studenti, ma non imposto né bloccato da logiche corporative o proprie di una collegialità ideologica.

In questo senso, allora, il primo elemento di un quadro diverso sarà l’iter formativo del nuovo docente e, subito dopo, la modalità del suo reclutamento. La politica faccia dunque il suo corso senza deviazioni dalla meta, senza dimenticare però che i tempi troppo lunghi non giovano alla causa. E senza abbandonare nel frattempo ad un destino incerto tanti neolaureati o giovani insegnanti che, dopo essersi orientati all’insegnamento e oggi senza abilitazione, attendono di sapere se e quando entrare in gioco.



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COMMENTI
11/10/2009 - Professione docente e ricerca "carbonara" (Elio Fragassi)

Condivido appieno (per esperienza personale), tutte le considerazioni presenti nell’articolo e penso che la strada per arrivare ad una valorizzazione della “professione docente” sia ancora lunga. Professionista è colui capace di assumersi responsabilità, ma ciò non vale per gli insegnanti che svolgono, invece, una “funzione docente”. Con grandissime difficoltà, e solo grazie alla disponibilità di un certo numero di studenti, disponibili alle fatiche delle sperimentazioni, sono riuscito a condurre una ricerca didattica tendente ad attualizzare l’insegnamento/apprendimento della materia di mia competenza:”Discipline geometriche”. L’inizio fu proprio “carbonaro” preparando test, esercizi, lezioni, dispense ecc. di nascosto fin quando il preside, scoperto il “fattaccio”, mi convocò in presidenza (inizio anni ’80) e richiamandomi verbalmente mi disse “professore, la scuola è una cosa seria perciò i quiz li lasci a Mike Bongiorno”. Ho incrociato sguardi di sufficienza di colleghi, ho sopportato richiami di dirigenti e di genitori ma sono sempre stato sorretto dalla disponibilità di quegli studenti che hanno condiviso con me sia le fatiche, le incertezze e le insicurezze del nuovo di una ricerca, sia quei guizzi improvvisi di luce che hanno spalancato loro le porte della conoscenza, contro la certezza e sicurezza dell’assodato infatti:“E’ nella responsabilità del docente che sceglie di istruire ed educare offrendo anzitutto la propria personalità come termine di paragone”.

 
07/10/2009 - Una guerra privata senza giustificazioni valide (Salvatore Ragonesi)

La campagna politico-ideologica contro la "funzione docente" è davvero impressionante,senza tregua e con enorme impiego di mezzi e di uomini,ma con risultati deludenti perché le giustificazioni culturali e pedagogiche sono del tutto assenti o abbastanza incerte ed improbabili e quelle economiche,più allettanti,rimangono di basso rango carrieristico.Se c'è un caso di vuota retorica,è proprio quello del voler inventare,arrampicandosi sugli specchi,una trasformazione della funzione docente in professione docente.Certo,è sottinteso che la fatica della retorica è finalizzata ad una riedizione privatistica della scuola pubblica da molto tempo inseguita e che tale obiettivo di natura prevalentemente politico-ideologica consente di acquisire tutta l'energia per condurre e vincere una lunga guerra di posizione.Scomparsi i grandi maestri nazionali della pedagogia,nel vuoto teoretico-pratico di oggi è possibile anche assistere a questo spettacolo indecente di retorica aziendofila e autonomistica che rischia di anestetizzare l'intelligenza di molti.Ai docenti più anziani non si dice che si può tornare tranquillamente alle antiche note di qualifica ed al merito distinto per accelerare la progressione economica ed ai più giovani non si fa intravedere la via brevissima e giustissima dei concorsi ordinari nazionali per non attendere passivamente di invecchiare in attesa del ruolo,dopo tanti giri di valzer,tra corsi di formazione,chiamate locali dei presidi e master post-universitari.

 
07/10/2009 - La funzione docente non ha natura esecutiva (enrico maranzana)

"Le persone prima di tutto, i nostri giovani prima di tutti. È questa la nostra ambizione. E questo è il nostro impegno per l’Italia del futuro" è la frase d'apertura del documento presentato in questi giorni dai ministri Gelmini e Sacconi. Si tratta di un'asserzione che riafferma la finalizzazione del servizio scolastico: "raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità". Il perseguimento del traguardo istituzionale richiede la convergenza e la cooperazione di tutte le attività della scuola. In tale contesto la professionalità docente trova la sua definizione. Si tratta di un approccio sistemico, tipico della cultura contemporanea.Nell'articolo, invece, non si affronta il problema dell'efficacia del servizio, non se ne tratteggiano i tratti caratteristici, non si percepisce la complessità. Le notazioni svolte hanno poca attinenza al problema: a)il servizio scolastico descritto nei POF non è funzionale al conseguimento della piena formazione dei giovani (conoscenze e abilità sono, per legge, strumenti operativi); b)la collegialità è stigmatizzata. Non si tiene conto che questa è il tratto qualificante e necessario d'una professionalità composita; c)l'autonomia è vista sotto il solo aspetto finanziario. Il problema dell'autogoverno che richiede la definizione degli obiettivi, la formulazione e applicazione di strategie, il feed-back è ignorato; d) la progressione di carriera evoca il rapporto asino-carota.