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SCUOLA/ Gli alunni delle elementari alla prova dell’Invalsi

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Se questi sono gli obiettivi, è in grado la scuola di perseguirli ? Le prove mostrano le eccellenze e anche le lacune. Nel caso della prova della scuola primaria le percentuali di risposte corrette alle singole domande danno qualche indicazione sui campi in cui gli studenti risultano meno preparati: i pronomi sono sempre problematici, la categoria del numero (sia nelle parti nominali sia nel verbo) suscita difficoltà, la funzione di ausiliare del verbo “avere” induce in errore, il pronome relativo, come prevedibile, è ostico; questo per restare nell’ambito della grammatica.

La difficoltà del quesito (e quindi la scarsa percentuali dei ragazzi in grado di rispondere) non serve solo a discriminare fra studenti abili e non abili, ma indica dove investire: è evidente infatti che i nostri scolari saranno tanto più abili quanto più saranno in grado di superare compiti difficili. L’insegnante efficace, per riprendere una terminologia nota, sarà quello che riesce a portare i suoi allievi a superare difficoltà crescenti nel corso degli studi, cioè ad “apprendere”.

È la fine della scuola-per-socializzare, della scuola-parcheggio pomeridiano, del titolo di studio formale, del lusso di permettersi una generazione impreparata. Nessuno nega che le condizioni istituzionali della scuola possono essere più o meno di aiuto a questo percorso, ma nessuno più ormai nega che il compito della scuola è la crescita degli allievi.



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