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SCUOLA/ Chi svolgerà la valutazione degli istituti? L’ultimo “dilemma” della Gelmini

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Negli ultimi tempi si sono moltiplicati i richiami all’importanza della valutazione: esiste un apposito ente preposto alla valutazione, l’Invalsi, il cui decollo stenta ad avviarsi, esistono molte proposte, ma in pratica siamo sempre al palo. Tra i motivi addotti per la resistenza, ho trovato spesso il riferimento alla inadeguatezza dei valutatori. Che questa sia una carenza grave del nostro sistema educativo è evidente, tanto che siamo praticamente assenti sia nella ricerca sia nell’accademia, anche se nel nostro sistema esistono da centocinquant’anni gli ispettori scolastici, istituiti dalla legge Casati del 1859. La loro figura, oggi marginale, si è variamente evoluta fino al riconoscimento, con i decreti delegati del 1974, di un ruolo fondamentale per la formazione e l’aggiornamento, la ricerca, la sperimentazione, e infine gli “accertamenti tecnico-didattici”: di fatto, quest’ultima funzione è diventata dominante, ma in modo riduttivo, come un momento punitivo cui ricorrere quando tutte le altre misure erano fallite (e, di solito, i genitori erano in assetto di battaglia). 

A poco a poco, il numero degli ispettori è calato fino a circa un terzo dell’organico previsto, e si è diffusa una percezione di inutilità, con la conseguenza paradossale che l’Italia è diventata l’unico paese europeo privo di un corpo ispettivo in grado di utilizzare la valutazione per incrementare il miglioramento e non solo per reprimere le distorsioni: e questo in un momento in cui l’introduzione dell’autonomia richiedeva in modo massiccio una funzione di monitoraggio intelligente. Come esempio della centralità della loro funzione cito l’Inghilterra, dove sono stati istituiti nel 1840 come HMI, Her Majesty Inspectors (e hanno conservato il nome anche se ora lavorano in un’agenzia indipendente, l’OFSTED) e dove è sempre stata chiara, come recita il sito, «la relazione fra funzione ispettiva e miglioramento dell’istruzione».

 

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COMMENTI
04/11/2009 - Solleviamo il velo per riconoscere le carenze (enrico maranzana)

La valutazione degli istituti ha natura amministrativa e non incide sull'autonomia delle scuole che "si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, istruzione e formazione mirati allo sviluppo della persona umana". La questione scolastica nasce dalla mancanza di governo dei processi di apprendimento; dall'elusione della legge che vincola le scuole sia al superamento della parcellizzazione degli insegnamenti, sia a procedure di feed-back che, sole, consentono il miglioramento del servizio (i POF documentano inequivocabilmente tali carenze). Per quanto riguarda il tema in oggetto si dovrebbe riflettere sul significato della valutazione degli istituti senza aver prima identificato e specificato la finalità del sistema. Un solo esempio. La legge Moratti all'art. 2 individua nelle capacità e nelle competenze i traguardi del sistema scolastico e, al contempo, afferma la strumentalità di abilità e conoscenze. Nel successivo art. 3 la legge recita "l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità" costituendo la valutazione sui mezzi e non sui fini. Le bozze che il governo ha predisposto per il riordino della secondaria superiore hanno la stessa, illogica, impostazione.