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SCUOLA/ L’ora di Islam, una questione “italiana”

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E, in questo caso, se gli insegnanti siano preparati a insegnare una tale materia. Il compromesso è consistito nell’accettare, da parte della CEI, la facoltatività in cambio della nomina e del controllo degli insegnanti di religione, pagati dallo stato. Ma in questo compromesso è andato perso un principio decisivo: quello per cui l’insegnamento della religione cristiana in Italia è un insegnamento di cittadinanza, pertanto non facoltativo. Non essendo obbligatorio per i nativi non può esserlo neppure per gli immigrati, per i quali viceversa sarebbe, se possibile, ancora più necessario. Agli immigrati serve, in primo luogo, l’educazione alla cittadinanza italiana: qui dentro sta l’insegnamento dei fondamenti della cultura cristiana, della storia del Cristianesimo e della Chiesa.

Lo scopo non è convertire, ma educare alla storia del Paese. In secondo luogo, è bene per loro e per il Paese che li ospita che non perdano il legame con le loro radici e, nel confronto con la tradizione del Paese ospite, diventino più criticamente consapevoli della propria. Anche perché possano fare i necessari paragoni con la tradizione cristiana su questioni fondamentali quali il rapporto religione-politica-stato, le libertà della persona, la condizione della donna ecc... . Qui insorgono notevoli problemi pratici, come è già stato segnalato da Massimo Borghesi. Primo, perché come per i cattolici deve valere anche per gli islamici il criterio del carattere non catechetico e non politico dell’insegnamento della religione. Secondo, perché le correnti islamiche sono diverse e spesso reciprocamente ostili. Terzo: chi insegna, chi prepara, chi sceglie i docenti? Quarto: qualcuno ha fatto domanda di insegnamento in una struttura pubblica della religione mussulmana?

 

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COMMENTI
10/11/2009 - Sfuggiamo al rischio di ghettizzare la scuola (Fabio Milito Pagliara)

Gentile Prof. Cominelli, mi permetta di dissentire, se guardiamo al futuro avremo milioni di bambini figli d'islamici, di confuciani, d'induisti e quant'altro, per non parlare già adesso dei milioni di bambini figli di non credenti. Cosa faremo organizzeremo tante ore "etnico-culturali" o ne daremo la possibilità e poi non i mezzi? Non sarebbe molto più responsabile per lo stato italiano organizzare un ora in grado di unire e non dividere in tante etnie contribuendo fin da subito ad evitare il dialogo quasi che su certi argomenti non si possa discutere tutti insieme? So bene che c'è il concordato ma almeno lo stato garantisca un alternativa con un programma preciso, docenti e quant'altro (sia poi Filosofia per grandi temi, piuttosto che storia delle religioni lo deciderà il parlamento) e sia questa l'opzione. Se poi la chiesa volesse fare un passo indietro e lasciar decidere allo stato su cosa insegnare e chi lo possa fare in un ora di Storia delle religioni (con ovvia prevalenza alla religione che storicamente ha più influenzato l'Italia) ancora meglio. Ma riflettiamo sull'esperienza Inglese di dividere gli alunni per etnia e religione e tutti i danni che ha comportato e cerchiamo soluzioni che ci aiutino a rendere possibile il dialogo tra i futuri cittadini Italiani Cordialmente Fabio Milito Pagliara

RISPOSTA:

La proposta che esce dal mio articolo è opposta a quella che lei mi attribuisce. Propongo che l'insegnamento della storia del Cristianesimo e della Chiesa cattolica sia obbligatorio, entri cioè nelle competenze-chiave. Obbligatorio per tutti: credenti, non credenti, islamici, confuciani ecc... La ragione è che è impossibile intendere la storia politica, economica, sociale e culturale del nostro Paese senza la conoscenza della religione cristiana. Difficile intendere Dante, Galileo, la riforma protestante, Hegel, la Costituzione italiana, gli ultimi cinquant'anni di Repubblica senza quella conoscenza. Insegnamento obbligatorio, ma proprio perciò non confessionale. perchè non ha e non puo avere' l'obbiettivo di convertire, ma solo quello di formare cittadini italiani, quale che sia l'origine etnica. La Chiesa ha altri mezzi per la catechesi. Secondo: a chi studia obbligatoriamente la religione cristiana, ma ha origini culturali e religiose molto diverse da quelle del nostro Paese deve essere consentito l'approfondimento della propria tradizione religiosa. Anche qui niente catechesi islamica o buddista o... Sono perciò contrario al metodo inglese delle enclaves etniche e a quello francese, che in nome dell'integrazione nella nazione, rinuncia all'insegnamento religioso. E naturalmente non condivido l'attuale soluzione italiana della questione. Serve a questo proposito un bilancio realistico da parte della Chiesa cattolica italiana dei risultati dell'insegnamento confessionale. Giovanni Cominelli