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SCUOLA/ Gli insegnanti "solisti", un rischio per l’educazione dei giovani

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E perciò la costruzione di una comunità educante tecnico-professionale, in cui ciascun docente misura e confronta il proprio lavoro con ogni altro docente coinvolto nella relazione IO-VOI, è la condizione tecnica e deontologica di una relazione educativa matura, centrata sul “rischio educativo”. Viceversa, l’effetto inatteso e controfinale di un “rischio educativo” ridotto all’IO (docente)-TU (allievo) è l’oscuramento della relazione originaria IO-VOI per approdare alla frammentazione del VOI in tanti TU-docenti, nella quale l’IO del docente si realizza, ma l’IO dell’alunno si frammenta. La comunità tecnico-professionale dei docenti si fonda dunque sul primato della relazione tra IO-alunno e VOI-docenti. Essa concretamente vive nella costruzione delle competenze-chiave di ciascun alunno. Prese complessivamente e singolarmente, esse sono l’obbiettivo di ciascuno e di tutti gli insegnanti dell’équipe di classe. Per esempio: l’Educazione linguistica non tocca solo al professore di Italiano, ma anche a quello di Inglese, a quello di Matematica eccetera, e così per ciascuna delle cinque competenze-chiave disciplinari e per le tre trasversali. Attorno a questi due fuochi dell’ellissi educativa (quello della relazione IO-VOI e quello delle competenze-chiave) si costruisce dunque la comunità tecnico-professionale dei docenti e assumono un senso non puramente istituzionale e burocratico la personalizzazione dei percorsi, il POF, l’autonomia completa delle istituzioni scolastiche, il riconoscimento del merito e della professionalità dei docenti.

Il lavoro di équipe non è una scelta morale, è la conseguenza della natura della relazione educativa.

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COMMENTI
15/12/2009 - STATISTICHE, METAFORE E REALISMO (Anna Di Gennaro)

L'interessante dibattito scaturito dall'articolo, che condivido totalmente in base all'esperienza di genitore eletto nel consiglio di istituto e nella relativa giunta esecutiva del liceo scientifico del mio secondogenito, mi sollecita ad alcune precisazioni, senza pretese... La prima riguarda la femmilizzazione dell'insegnamento che - in Italia - ormai sfiora l'80%. Pochi gli interventi delle insegnanti se si escludono le interviste alla professoressa Mastroocola tempo addietro. Il suo successo editoriale conferma la tesi del neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea circa il rischio di "delirio narcisistico" della professione. La seconda scaturisce dall'antidoto al "solismo": divenire orchestra affinchè la musica risulti frutto di preparazione specifica e accordi preliminari. Alle spalle ore di prove, comunicazione verbale e gestuale nel rispetto delle competenze specifiche. Ciò che fa la differenza è il un direttore che indica, ascolta, lancia messaggi non verbali con vera maestria. Ai dirigenti scolastici spetta quindi il compito di instaurare un clima di lavoro positivo che valorizzi ciascuno e armonizzi il corpo docente talvolta allo sbando e pressato dalla burocrazia. La terza deriva dalla mia predisposizione alle discilpine scientifiche che ho insegnato aggiornandomi annualmente. Afferma Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina (1908):“Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità.”

 
14/12/2009 - il primato della persona nella proposta educativa (Bruschi Franco)

L'intento del mio commento non era quello di polemizzare con quello che c'è scritto nelle'articolo, ma semplicemente dire: la mia esperienza è diversa! Non mi considero un guru, nè un carismatico, ma un testimone perchè tutto quello che cerca di comunicare di bello e di vero alle mie alunne l'ho imparato, grazie a degli incontri che hanno segnato la mia vita. Volevo semplicemente ribadire la priorità della persona, del soggetto nel lavoro educativo e per la mia esperienza la debolezza o fragilità di una comunità educante non toglie valore alla testimonianza personale, nè la riduce a una nebbia individualistica e volontaristica. Ogni giorno l'incontro con le mie alunne è una verifica di questo. Anch'io mi sento parte di una comunità educante, ma fatta di persone che vivono la stessa passione al destino dei giovani che si trovano di fronte. Non c'è giorno che non dialoghi coi miei colleghi della domanda umana, dei problemi, delle difficoltà dei ragazzi della classe alla ricerca di una risposta educativa comune sempre più adeguata, arrivando anche a formulare obiettivi e percorsi educativo-formativi comuni.Ma questo è la conseguenza della passione educativa di ciascuno, che ha bisogno continuamente di essere imparata. Quanto al "Rischio educativo" lo rileggerò, visto che non l'ho capito, ma non credo all'esistenza di interpreti "ufficiali" , anche perchè è il confronto con l'esperienza quotidiana mia e di altri amici che mi aiuta a scoprirne sempre di più la logica e il metodo.

 
12/12/2009 - Emergenza educativa: occorrono "uomini" (Bruschi Franco)

Dalla mia esperienza quotidiana emerge che la prima cosa che occorre nella scuola non è la costruzione di una comunità educante tecnico-professionale di docenti che insegnino delle competenze-chiave. L'urgenza inderogabile nell'attuale emrgenza educativa è che nella scuola ci siano degli "uomini", dei soggetti capaci di educare, cioè di tirar fuori dai giovani quanto di vero, di bello, di buono c'è in ciascuno di loro e di cui spesso non sono coscienti. Occorrono dei soggetti che sappiano rispondere, attarverso il rapporto con gli studenti e quello che insegnano, alla domanda drammatica dei giovani che si trovano davanti: "Che senso ha la mia vita? In che cosa posso sperare? Come è possibile volermi bene e non buttarmi via?". Quindi il lavoro fondamentale è quello della costruzione del soggetto: occorrono luoghi, esperienze in cui il soggetto adulto sia educato a vivere su di sè quelle domande drammatiche, occorrono dei "maestri" che testimonino come nel lavoro quotidiano di insegnamento è possibile ed affascinante tener presente quelle domande e cercare di offrire ai giovani delle ipotesi di risposta. Questo è quello che i giovani ci chiedono ogni giorno, tradire questa domanda vorrebbe dire tradire la vocazione e la bellezza del proprio lavoro di educatori e la responsabilità nei confronti di persone che vedono nell'esperienza a scuola la possibilità di crescere prima di tutto come uomini.Non possiamo non partire dal bisogno e dalla domanda dei giovani. Franco Bruschi

RISPOSTA:

Sì. Occorrono adulti: uomini formati (e a questo contribuiscono parecchie agenzie: la famiglia, la scuola, le associazioni, la Chiesa, i movimenti), che sappiano educare/insegnare (e il luogo dove preparare a questo è l'Università, ma ultimamente la scuola!). Una volta dentro la scuola, si trovano ad insegnare CON altri. Quel CON non è un incidente di percorso, un disturbo: è la condizione naturale dentro la scuola. Quel CON ha una inevitabile dimensione ordinamentale e istituzionale. Se non ce l'ha, è puro volontarismo etico. Bruschi sostiene che quella dimensione non è la prima cosa urgente. Accettiamo pure che sia "seconda": ma se non c'è, la prima cammina inevitabilmente in una nebbia individualistica e volontaristica, non si incarna in nulla di visibile per i ragazzi. Anzi non cammina proprio: è solo l'autocelebrazione delle proprie doti carismatiche. Ecco tratteggiata la figura dell'insegnante-guru! Ma i ragazzi che abbiamo di fronte non hanno bisogno di uno o dieci insegnanti-guru. A loro serve una comunità di insegnanti che educhino insegnando. Nella comunità educante ci sono figure con rilievo diverso, non tutte hanno qualità e fascino allo stesso modo. Ma per i ragazzi conta la dimensione comunità, nella quale possano percepire che tutti lavorano per ciascuno di loro. Insomma: c'è un solipsismo a base gentiliana, uno a base impiegatizio-statale e, a quanto pare, uno a base carismatica. Ma era questo che aveva in mente chi ha scritto IL RISCHIO EDUCATIVO? Ne dubito! Giovanni Cominelli

 
11/12/2009 - il valore delle associazioni professionali (nicola itri)

Condivido l'esigenza posta da Giovanni Cominelli di recuperare il valore fondamentale della relazione comunitaria nell'azione didattico-educativa dell'insegnante. Se però è vero che gli organi collegialii (consigli di classe, collegio dei docenti, riunioni per materia,ecc.), dalla loro fondazione a tutt'oggi, stanno dimostrando la loro insufficienza per fondare e consolidare l'aspetto comunitario-relazionale dell'azione didattico-educativa, credo che vada sottolineata una funzione importante svolta in questi ultimi vent'anni, andando contro-corrente rispetto allo stile "individualista" con cui viene svolta la professione docente, quella appunto svolta dalle associazioni professionali di insegnanti, come quella dell'associazione professionale Diesse(Didattica e innovazione scolastica),associazione presente in tutto il territorio nazionale, nella quale è stato possibile in questo lasso di tempo abbastanza lungo, interrogarsi sul senso e sull'"agire concreto" della propria professione, prendere in esame con i colleghi i principali testi legislativi di riforma scolastica che si sono via via susseguiti dagli anni '80 ad oggi, seguire validi corsi di aggiornamento. L'associazione, in sé, naturalmente non risolve tutti i problemi che l'insegnante si trova ad affrontare quando entra in classe, ma costituisce a mio avviso un interessante motivo di riflessione e di stimolo rispetto alla propria professione. Credo che anche Giovanni Cominelli ne debba tener conto!

RISPOSTA:

Sì, il compito delle Associazioni professionali è esattamente quello. Ma, oltre alla mobilitazione culturale, che resta lo specifico delle Associazioni, occorrono piattaforme politiche, che individuino quale obbiettivo primario quello del cambiamento dell'assetto istituzionale, ordinamentale e amministrativo, perchè si arrivi a funzionare per core-curriculum, competenze, Dipartimenti, riduzione di orari e materie, autonomia radicale e flessibilità reale. G.C.

 
11/12/2009 - Il senso del lavoro interdisciplinare nella scuola (Salvatore Ragonesi)

Il Dott. Cominelli suscita il mio interesse,ma temo che le sue considerazioni para-psicologiche nascondano il senso vero del fare scuola nella situazione di oggi e di ieri.Il suo ragionamento presenta per lo più la caratteristica dell'astoricità ed è infatti senza tempo e senza luogo,quando invece la scuola italiana ha una sua storia gloriosa in fatto di collegialità e un'attualità ingloriosa in fatto di lavoro interdisciplinare o pluridisciplinare.I "solisti" non amano l'armonia e sono il frutto avvelenato di questo nostro triste momento caratterizzato apparentemente dalla competizione leale e meritocratica,ma in realtà ben lontano dal confronto serio e ravvicinato con gli altri. Nello specifico poi il "solista" di oggi è atterrito dall'interrelazione culturale e progettuale che comporta attenzione,impegno e preparazione a largo raggio.Eppure la modificazione del rapporto culturale tra docenti,in classe e negli organismi collegiali,potrebbe modificare anche il rapporto educativo con gli allievi.Gli insegnanti impegnati in esperienze interdisciplinari trovano negli alunni risposte più intelligenti e interessi più fecondi,e molta gratificazione e migliori sollecitazioni intellettuali dal lavoro comune.Certo,le scoperte di psicologia cognitiva e lo stesso tentativo di riforma interna dei curricoli(là dove si era lavorato collegialmente in questo senso)avevano prodotto una rivalutazione della funzione docente e contrastato l'isolazionismo.La cooperazione dava buoni risultati.

RISPOSTA:

L'interdisciplinarità è stata ed è, in mancanza degli assetti sopra detti, un'esperienza preziosa e generosa, praticata fin dagli anni '70. Il suo carattere minoritario e volontaristico non è però motore sufficiente. Non per caso è in declino. La ragione è quella detta sopra. G.C.

 
11/12/2009 - Una via per risanare la scuola (enrico maranzana)

Come non essere d'accordo con la conclusione dell'articolo: "Il lavoro di équipe non è una scelta morale, è la conseguenza della natura della relazione educativa". Unico il soggetto che percorre il proprio percorso d'apprendimento, unitario e coordinato deve essere lo stimolo che ne facilita la percorrenza. L'articolista riconosce la volontà del legislatore di superare l'obsoleta pratica dell'insegnamento disaggregato, impartito materiaxmateria, finalizzato esclusivamente alla trasmissione di conoscenza, constatando, però, che la legge non ha "POTUTO intaccare" tale modalità. E' essenziale domandarsi: da dove deriva l'impotenza della legge? La risposta si ricava sia dalla lettura degli ordini del giorno degli organismi collegiali, sia dai POF che palesano evidenti/continui/sistematici errori/omissioni/elusioni delle norme. Perché non si ha il coraggio di additare i responsabili di tale disservizio? Perché si continua a essere sudditi di dirigenti scolastici il cui compito (colpevolmente disatteso) è la concreta/puntale/efficace applicazione alla legge? Chi ha a cuore la funzionalità del servizio scolastico può iniziare la sua missione riparatoria contestando i POF a partire dall'assenza delle pratiche progettuali prescritte [DPR 275/99] o dal paragrafo valutazione che, invece di misurare gli scostamenti tra risultati e obiettivi [programmati(?) da enunciare come capacità e competenze (legge Moratti)] calibra i voti rispetto ai livelli di conoscenze nelle singole materie.

RISPOSTA:

La sua tesi ricorrente è che le leggi ci sono e che già fin da oggi sarebbe possibile praticare il lavoro cooperativo. Perciò la questione sarebbe quella dell'illegalità in cui tutti si muovono e nessuno osa denunciare. Ma il bilancio di questi anni del DPR 275 dimostra che l'autonomia è stata soffocata dalle circolari e dal centralismo amministrativo e dal sindacalismo invasivo e prepotente. Oltre che dalla mancanza di riforme coerenti e continue. Se non si formalizza l'istituzione dei Dipartimenti, se non si toglie di torno il Collegio dei docenti, se non si diminuiscono le materie, se non si crea una condizione di autonomia radicale, le leggi si riducono a "gride manzoniane". Qui sono palesi le inadempienze politiche. Giovanni Cominelli