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SCUOLA/ Chi ha detto che il Consiglio di Stato non favorisca l’autonomia?

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Un’eventualità che doterebbe le scuole (e chi le governa) di notevoli competenze organizzative, accresciute ancor più dalla scomparsa, nell’ultima versione del regolamento, del divieto a non sopprimere l’insegnamento di alcuna disciplina nell’ultimo anno (limitazione che compariva nelle redazioni precedenti).

Non c’è dubbio che questa prospettiva (riduzione di un terzo e soppressione/spostamento di discipline rispetto al quadro orario stabilito) travalica i limiti di una autonomia didattico-sperimentale per aprire, seppure larvatamente, l’orizzonte di una autonomia sostanziale con la quale si determinano gli organici di istituto e addirittura si profila una modificazione dello svolgimento dell’esame di Stato, conclusivo dei quinquenni liceali.

Si tratterebbe, da parte delle scuole autonome, non solo di avere a disposizione pacchetti di ore utili a progettare insegnamenti opzionali e/o facoltativi (nei limiti del monte ore complessivamente consentito, come prevedeva la riforma targata Moratti) ma anche, e soprattutto, di creare blocchi disciplinari più consistenti (il mitico “core curriculum”?) nel biennio o nel triennio, spostando e/o sopprimendo intere filiere disciplinari.

In un certo senso, dunque, le criticità messe in luce dal Consiglio di Stato giungono a proposito: ci auguriamo permettano di chiarire un nodo di fondamentale importanza per il futuro assetto della scuola italiana, consistente appunto nell’uso dell’autonomia.

Essa infatti richiede di essere sviluppata, anziché essere cristallizzata in una bacheca che gli anni trascorsi hanno ricoperto di una certa polvere.

Perché ciò avvenga c’è bisogno di una sua riedizione strategica, al servizio della scuola reale, e di assoluta chiarezza, anche nei documenti ministeriali.



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