BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ISTRUZIONE/ Scuola e Università: come uscire da dieci anni di autonomia “ambigua”

Pubblicazione:

libricateneR375_02dic09.jpg

 

Le riforme della scuola e dell’università che sono in cantiere richiamano direttamente o indirettamente il tema dell’autonomia, anzi sono tanto fondate su questo istituto che da esso e dalle quote con cui è distribuito nelle maglie dei nuovi ordinamenti (poche o tante che siano) dipende il giudizio complessivo sulle preannunciate novità legislative in campo formativo.

Il riassetto di tutto il settore della scuola superiore (licei, istruzione tecnica e istruzione professionale) contiene non solo richiami formali all’autonomia, ma si sostanzia della possibilità accordata alle scuole di modulare quote di autonomia o flessibilità (qui non è il caso di analizzare la diversa valenza dei termini: prendiamo le cose un po’ all’ingrosso) in modo da avere un organico docente funzionale alle esigenze dell’istituto e del territorio.

La riforma dell’università se non tratta l’autonomia nei termini di quote da assegnare (sono già previste), interloquisce con l’autonomia delle istituzioni ponendo obiettivi di “efficacia, efficienza, trasparenza e meritocrazia”.

Ma di che cosa stiamo esattamente parlando? Di quale autonomia si tratta?

Autonomia scolastica e autonomia universitaria sono entrambe figlie, nella versione più aggiornata, della Legge Bassanini del 15 marzo 1997, n. 59 (“Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa”).

Scopo della legge era di riformare la pubblica amministrazione ridefinendo i rapporti tra Stato, Regioni e autonomie locali, nonché di semplificare e riorganizzare le procedure amministrative introducendo dosi di decentramento e delegificazione.

La cultura normativa propria della Bassanini è incentrata sulla logica del decentramento (sebbene modificato rispetto a quello del 1977 che aveva dato vita all’ordinamento regionale), che implica il trasferimento di alcuni poteri dal centro alla periferia. Il concetto di decentramento trascina con sé a sua volta, come in un complicato gioco di scatole cinesi, la nozione di autonomia funzionale: è l’amministrazione statale che legittima determinati enti ad esercitare funzioni di carattere generale. In questo modo, università, camere di commercio e istituzioni scolastiche (le realtà in cui si concreta l’autonomia funzionale) detengono una titolarità statutaria che le abilita ad esercitare determinate competenze sottratte agli enti locali. Enti locali e autonomie funzionali si dovrebbero affiancare e integrare all’atto della erogazione dei servizi pubblici, nell’interesse del cittadino. 

 

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO ">>" QUI SOTTO



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
03/12/2009 - l'esperienza di autonomia (Paolo Facchini)

Aiuterebbe anche la possibilità per i dirigenti di non essere in ostaggio ai sindacati e ad insegnanti sindacalizzati, che mettono davanti a tutto - studenti e didattica comprese - i propri diritti. La scuola è un bene comune, la risorsa fondamentale di ogni stato (peccato che il nostro governo lo dimentichi così spesso!) e sarebbe giusto che i docenti fossero valorizzati anche economicamente, certo prima dovrebbero, i più, dimostrare di meritarselo e dimostrare di avere a cuore la propria missione. Un circolo troppo virtuoso? Cominciamo a dare al dirigente il potere di lasciare a casa gli insegnanti.

 
03/12/2009 - Il cuore del servizio scolastico (enrico maranzana)

Lo scritto parla di ambiguità e indica come superarla. Il riferimento normativo, però, non illumina il cuore della questione: la progettazione educativa/formativa/di interventi d'istruzione. L'attenzione si concentra sulla finanza e sulla distribuzione del potere. Si sarebbe dovuto riflettere sulla progettazione che si sostanzia nell'enunciazione dei traguardi in termini di capacità (i POF non lo fanno), di formulazione di ipotesi comuni a tutti gli insegnamenti (i POF non lo fanno), di coordinamento (i POF non lo prevedono), della gestione del feed-back (i POF non lo fanno). Se cosi fosse stato fatto non sarebbero state auspicate: "la nuova governance delle scuole e introduzione del consiglio di amministrazione" in quanto il TU del 94 (la cui applicazione è stata colpevolmente omessa) ha disegnato la struttura organizzativa della scuola, distribuendo tra diversi organismi le responsabilità progettuali 1.la progettazione formativa è il mandato affidato al Consiglio di Istituto; 2.la progettazione educativa è il mandato affidato al Collegio dei docenti; 3.la progettazione di interventi d’istruzione si articola in due fasi: la prima è affidata al Consiglio di classe che prefigura percorsi unitari convergenti verso traguardi comuni, espressi in termini di capacità; la seconda caratterizza il lavoro del singolo docente che predispone e gestisce “occasioni di apprendimento". In ultima analisi sembra che il riferimento concettuale sia rimasta la scuola d'inizio '900.

 
03/12/2009 - Manca l'esperienza dell'autonomia (nicola itri)

Come non condividere l'analisi di Fabrizio Foschi e come non auspicare per le nostre scuole un'autonomia reale, sia didattica che finanziaria, che provveda alla scelta dei docenti, al reperimento delle risorse, al calibramento delle materie da insegnare in aggiunta a quelle stabilite centralmente dal Ministero? Ma domandiamoci: che cosa si oppone di fatto a questa concezione reale dell'autonomia e che cosa fa sì che la stragande maggioranza degli operatori della scuola al più, come previsto dalla Bassanini,propendano per un decentramento che di fatto lascia le cose come stanno? Secondo me, quello che manca a chi vive nella scuola è un esperienza reale di autonomia, l'aver vissuto almeno una volta nella propria carriera scolastica un momento significativo che abbia fatto assaporare il gusto di un autonomia realizzata e vissuta, il sapore che la sussidiarietà sia orizzontale che verticale danno più gusto al mestiere di insegnante. Senza aver fatto questa esperienza, ed è qui la responsabilità di chi questa esperienza l'ha fatta rispetto ai propri colleghi, la maggior parte degli insegnanti tenderà sempre ad esprimere una mentalità statalista ed accentratrice.