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TESTIMONIANZA/ Scuola: il rito stanco delle occupazioni degli studenti in autunno

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Una liturgia che si ripete ogni anno, adducendo questo o quel motivo, distruggendo intenzioni e riforme, senza valorizzare un bel niente, senza provare ad aprire la porta del dialogo per capire se c’è qualcuno (tra gli studenti) che veramente propone qualcosa di diverso, magari un dibattito o un punto positivo da valorizzare. Ci si concentra sui “tagli ai fondi” senza pensare al tessuto umano che è alla base dell’apparato scolastico, ci si preoccupa di “aule nuove” ma non ci si lascia accarezzare dal pensiero che quelle classi dovrebbero essere riempite di contenuti educativi.

 

In qualche caso poi, a “contrattare” con i ragazzi barricati all’interno della scuola, ci sono professori che, idealmente condividono le loro battaglie, ma, per il bene della situazione, li spronano a cercare insieme altri metodi di lotta. Oppure capitano genitori che si indignano se il preside minaccia sgomberi o punizioni disciplinari perché vedono violati chissà quali diritti dei propri figli. In un liceo romano (il mio) un manipolo di genitori arrivò addirittura a pubblicare sull’”Unità” una lettera contro la preside che aveva paventato il 5 in condotta agli occupanti intransigenti.

Il problema non è dunque quello della repressione ma quello della comprensione e dell’educazione. Perché spesso vincono semplicemente le ragioni dei più forti e dei più fichi, magari perché politicanti e impegnati. E le ragioni degli altri? Quelle degli oppositori (spesso una maggioranza silenziosa), di coloro i quali “vogliono far lezione”, vengono bollate come stupide e degne dei peggiori secchioni del terzo millennio. Idee colpevoli di essere ragionevoli.



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