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TESTIMONIANZA/ Scuola: il rito stanco delle occupazioni degli studenti in autunno

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Anche quest’anno, nei mesi di ottobre e novembre, impazzano le occupazioni di protesta negli istituti superiori italiani. Parliamo di un fenomeno vecchio ma ancora in auge, tra scetticismi, polemiche e proposte soffocate.

Basti pensare a Roma: prima il Tasso, poi il Cavour, il Manara e negli ultimi giorni il Mamiani. Un passaggio di testimone nel nome dell’antagonismo in licei storici della Capitale, per dirne alcuni, che hanno visto ripetere questo rito sempre più pieno di astio, ma povero di contenuti.

 

Da ex liceale che ha vissuto occupazioni (in qualità di dissidente) si può dire, senza ombra di dubbio, che questo tipo di protesta ha perso ogni tipo di valenza e costruttività per lasciare spazio all’agognata trasgressione, alla voglia di libertà, e, ogni tanto, all’ideologia fai da te. Perché negli istituti occupati, tra il fumo (delle sigarette?) e il disordine nei corridoi, non si respira aria di protesta e alternativa. Spesso non si parla nemmeno della riforma Gelmini, che qualche anno fa si chiamava Moratti. Spesso i “valori programmatici” di queste occupazioni, votate alla spicciolata da un manipolo di studenti, sono solo pretesti se non argomentazioni vaghe e poco approfondite, frutto degli slogan di qualche capetto che, megafono alla mano, arringa le folle di adolescenti e corrompe i loro animi per qualche giorno di vacanza in più. Senza prof che scocciano, senza verifiche che incombono. Visto che in questi casi l’opportunismo regna sovrano, ancor di più di quella coscienza critica paventata dai giovani leader col megafono.

 

Un mio ex professore, Andrea Monda (collaboratore di questo giornale), a chi gli chiedeva un giudizio sulle occupazioni avvenute nel nostro liceo, rispondeva così: «per me che sono nato quasi nel ’68, vedo che in Italia spesso i giovani cadono in una sorta di “conservatorismo” per cui continuano a fare gesti e rituali vecchi anche quando sono ormai obsoleti e privi di un reale significato, lo si fa perché lo si è sempre fatto».

 

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