Educazione
martedì 8 dicembre 2009
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Misure come queste sarebbero auspicabili, ma solo nel quadro di una cultura lavorativa già profondamente trasformata. Allo stato attuale delle cose, se si introducessero, ad avvalersene sarebbero solo le donne: con i risultato di marginalizzare ancor di più il lavoro femminile, già erroneamente percepito in azienda come un costo superiore a quello maschile. Se alla pausa obbligata della maternità si aggiungono le interruzioni scelte volontariamente dalle sole donne, si consolida il pregiudizio delle lavoratrici improduttive rispetto ai loro colleghi uomini - che al contrario continueranno a non usufruirne, perché non vogliono rischiare di essere accantonati. La situazione non cambierà mai veramente per le donne, senza una cura d’urto.
Cosa intende precisamente per “cura d’urto”?
Intendo uno shock positivo, che rovesci questo sistema. La mia proposta è quella di introdurre la paternità obbligatoria: vale a dire, estendere l’obbligo di astensione dal lavoro per tre mesi anche ai padri; si tratterebbe, beninteso, di astensione retribuita, come accade per quella delle madri. Questo vorrebbe dire equiparare di fatto la fruibilità del lavoro maschile a quella femminile, e quindi scalzare l’alibi dei datori di lavoro a proposito della “inaffidabilità” delle donne: se a “sparire” non fossero più solo le madri, ma anche i padri, si smetterebbe di parlare di “sparizione”, e si potrebbe avviare una positiva riconsiderazione del rapporto tra tempi del lavoro e tempi della vita.
Lei crede che tanto basterebbe a riaprire il discorso sulla flessibilità?
Credo sia il presupposto indispensabile. A partire da questo rovesciamento, si potrebbe riaprire il discorso sulla flessibilità, intesa ormai non più come l’aggravante di un crimine a carico delle donne, ma come variabile tra le altre in un modello lavorativo che non assolutizza la presenza, ma fa del risultato finale e del raggiungimento di obiettivi il suo criterio guida.
(Paola Liberace)
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