Educazione
martedì 8 dicembre 2009
Susanna Camusso, segretaria confederale CGIL è di recente intervenuta nel dibattito aperto dal Manifesto “Immagina che il lavoro” della Libreria delle Donne di Milano, che si apre affermando il superamento della parità, e la necessità di rivoluzionare le modalità di lavoro, ormai lontane dalla vita delle donne e degli uomini.
Segretaria Camusso condivide l’idea che si debba partire dalla flessibilità, dalla delocalizzazione, dalla destrutturazione del lavoro dipendente per affrontare il problema della conciliazione tra famiglia e lavoro?
Condivido l’idea che il sistema lavorativo vada profondamente ripensato: mettendo in discussione il criterio del presenzialismo, ragionando per obiettivi invece che per timbrature e per ore di occupazione quotidiana della scrivania. Non vorrei però che se ne facesse una questione elitaria: quante lavoratrici sarebbero interessate da questo discorso? Le misure di flessibilità sul lavoro presuppongono una libertà di scelta che per molte donne non esiste, per ragioni anzitutto economiche: donne che non possono optare per uno stipendio dimezzato, che non possono svolgere la loro attività da remoto, che non possono gestire in autonomia il loro orario o la loro presenza sul posto di lavoro. Penso a operaie, infermiere, cassiere, alle lavoratrici meno avvantaggiate: per tutte costoro, la possibilità di conciliazione passa anzitutto per servizi pubblici di assistenza come gli asili nido.
E se non fosse il nido la risposta giusta, anche per le lavoratrici meno avvantaggiate? Svariate ricerche, più numerose all’estero che nel nostro paese, mettono in guardia contro la separazione precoce e prolungata dei figli dalla madre nella primissima infanzia
Per ogni ricerca del genere, ne esiste una che afferma l’opposto. Personalmente, nutro un’ottima opinione sugli asili nido – fatta salva, naturalmente, la qualità del servizio, e l’opportunità di non usare le strutture come fossero parcheggi in cui lasciare i bambini per l’intera durata della giornata. L’orario di apertura esteso dei nidi non serve a questo, ma a incontrare le esigenze di più lavoratori possibile, e a non scaricare sui bambini i disagi del pendolarismo. Detto questo, ritengo la scolarizzazione un valore, anche a partire dalla prima infanzia.
Dati i dubbi sugli effetti che l’affidamento al nido sortirà sui bambini, perché non lasciare aperta una via di fuga? Cosa ne pensa di incentivare misure come sgravi fiscali per la flessibilità, assegni familiari, congedi parentali retribuiti e prolungati?
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