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SCUOLA/ Quando la valutazione in Italia parlerà un linguaggio comune?

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Sotto il vestito dell’unitarietà (dalle Alpi alla Sicilia non si rilasciano forse gli stessi pezzi di carta, alias titoli di Istruzione, con il loghino della Repubblica?), vige la più totale anarchia dei risultati. I dati sono noti. Ma ciò non vale solo per lo stivale – l’Italia, si sa, è lunga –, bensì all’interno di uno stesso territorio, di uno stesso Istituto, di uno stesso Consiglio di classe. A che cosa sono ancorati i risultati di apprendimento? A quali contenuti (essenziali), indicatori e livelli (standardizzati)? In che relazione stanno con il mondo del lavoro e delle professioni? In Italia manca un’architettura di standard di riferimento, che permetta al sistema nel suo complesso (non solo di Istruzione, ma anche di Formazione e del Lavoro – perché oggi i tre elementi vanno tenuti strettamente uniti, visto che la persona, nel corso della propria vita deve continuamente attraversarli) di avere un punto di riferimento univoco, tale da far interloquire i diversi soggetti, salvaguardando nel contempo ed in modo reale sia l’unitarietà (da collocare a livello non di bollini, ma dei livelli essenziali di ciò che tutti devono garantire, in termini di risultati e di prestazioni), sia le differenze. L’uniformità infatti  ottiene in modo perverso proprio il risultato di accentuare le disparità e le sperequazioni di partenza: per raggiungere e garantire un risultato il più possibile omogeneo, occorre diversificare gli interventi, in rapporto alle specificità. Non tutto uguale per tutti e nello stesso modo, secondo il ritornello del “tutti a scuola” e del “biennio unitario”, ma “ad ognuno il suo”.

Di un sistema di standard ne ha bisogno il Paese; sicuramente il sistema di Istruzione, cui accede, a livello di secondaria, più del 97% dei ragazzi e che continua a riprodurre, se non accentuare, le differenze sociali, senza fungere da promotore per le categorie svantaggiate. L’Europa, vedi da ultimo la “Raccomandazione del Parlamento e del Consiglio Europeo 2008/C 111/01”, ha posto nel 2010 il termine perché gli Stati membri definiscano e si dotino di un “Quadro Nazionale delle qualificazioni”, ovvero di tutti i titoli e le certificazioni, correlato al Quadro europeo (EQF) e alle sue determinazioni tecniche (Europass, Key competences, ecc.).

Ma noi a che punto siamo? Ancora nell’anarchia dei linguaggi e dei sistemi frammentati o autoreferenziali, con l’Istruzione in pole position, ben arroccata nella sua presunta superiorità. Si pensi ai vari contesti regionali, almeno a quelli che hanno elaborato o stano elaborando elementi di sistema: frammentazione tra Istruzione, formazione e lavoro (con Assessorati diversi, per esempio) e all’interno della stessa Formazione Professionale (in capo ad Assessorati diversi; disarticolata dal livello iniziale agli altri). Naturalmente ci sono delle eccellenze: ci sono Regioni che hanno già imboccato questa strada, definendo sistemi / elementi di sistema e modelli molto avanzati, nell’ambito dello stesso panorama europeo. Sempre le Regioni, in questi ultimi anni, hanno proceduto ad un ampio confronto ed alla condivisione/definizione di elementi minimi comuni di sistema, in materia di standard professionali, formativi e di certificazione. Elementi che hanno sostanziato e si sono sedimentati in alcuni Accordi nazionali, in Stato-Regioni e Conferenza Unificata (Certificazioni finali e intermedie dei percorsi sperimentali di IeFP; Standard Formativi minimi relativi alle competenze di base e tecnico-professionali; Libretto Formativo del cittadino), tratteggiando un primo lessico e quadro comune di riferimento. E’ anche sulla scorta di tali acquisizioni che il precedente MPI ha definito i contenuti del Regolamento del nuovo Obbligo di Istruzione, per la prima volta in termini di competenze, con un occhio all’Europa (Competenze chiave) e con una classificazione dei saperi disciplinari per aree.

Per il resto, siamo alle solite. Invece di lasciar libero corso a queste esperienze, leggerle e promuoverle come valore aggiunto per tutti, a livello centrale si cerca di arginarle, di contenerle, se non di bloccarle. Ciò che stenta è il farsi sistema, il fare blocco tra tutti questi elementi e sotto-sistemi. Dal settembre 2006, per iniziativa del ministero del Lavoro, che ne mantiene la regia, è stato attivato il Tavolo Nazionale “Sistema nazionale standard minimi professionali, di riconoscimento e certificazione delle competenze e di standard formativi” (siamo anche il Paese dei Tavoli Istituzionali…), incaricato di elaborare il sistema nazionale di tutti gli standard. Al Tavolo partecipano tutti gli altri Soggetti istituzionali e delle Parti sociali implicati: MIUR, Regioni e P.A., Parti Sociali. Le Regioni partecipano come Coordinamento della IX Commissione. Ma questo Tavolo, ad oggi, non ha ancora un riconoscimento istituzionale, né a livello di Accordo in Conferenza Unificata, né a livello di Legge (un riferimento in tal senso era nel DDL sull’apprendimento permanente del precedente governo). Come dire: c’è e non c’è! E questa indeterminatezza istituzionale ha avuto ripercussioni anche sul piano tecnico, dove, anche a causa di mancanza di chiarezza di mandato, il gruppo metodologico incaricato ha proceduto con estrema lentezza nei propri lavori. Dal settembre 2006 ad oggi, gli unici prodotti sono quelli relativi a prototipi di standard professionali per le aree economico-professionali del Turismo e della Meccanica ed una prima bozza di Linee metodologiche.

E sul versante Istruzione e Formazione? Le Regioni hanno compiuto passi significativi con gli Accordi del 15 gennaio 2004 e del 5 ottobre 2006 sugli Standard Formativi Minimi, soprattutto per aver iniziato un processo ed aver introdotto la logica e la realtà dello Standard nel panorama educativo italiano. Nel merito, tuttavia, c’è ancora parecchia strada da percorrere, in termini di chiarezza categoriale e lessicale (su che cosa sia di pertinenza del “formativo” e del “professionale”; sul che cosa attenga allo standard di certificazione) ed in termini di determinazione rigorosa dello standard stesso: gli Accordi hanno infatti individuato gli elementi ricorsivi e comuni dei Repertori dell’offerta ad oggi in essere, con tutti i limiti e le difformità che essa presenta, ma non ancora ciò che dovrà essere “a regime”. A tale lavoro sarebbe opportuno procedere in sinergia con la definizione di Standard Formativi Minimi da parte dell’istruzione - cosa necessaria e prevista dalla normativa -, portando un poco di ordine nell’intreccio delle ultime disposizioni in materia.

In buona sostanza, per tutta l’Istruzione occorrerebbe operare una semplificazione complessiva, definendo uno zoccolo di Standard Formativi in termini di competenze, organicamente connessi a quelli dell’obbligo e costituenti il “nucleo nazionale”. In tale nucleo dovrebbe collocarsi anche l’area tecnico-professionale, ed il tutto - ai fini dell’unitarietà del sistema educativo e a garanzia dei passaggi - dovrebbe essere organicamente connesso all’impianto degli Standard Formativi dell’IeFP, costituenti i “livelli essenziali delle prestazioni” (LEP) dell’offerta regionale. Certo, occorrerebbe che MIUR e Regioni procedano non separatamente; occorrerebbe dimostrare un minimo di visione sintetica, di senso del bene comune e di responsabilità, non procedendo in modo unilaterale (e secondo logiche che privilegiano il mantenimento dello statu quo ) come è avvenuto ad esempio sul riordino dell’Istruzione Tecnica e Professionale. Ne avrà la forza e la volontà l’attuale Ministro?

 



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