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SCUOLA/ I veri insegnanti che sanno guidare i ragazzi

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Il ministero della Pubblica Istruzione ha pubblicato lo schema di regolamento concernente il “Coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni”. Si tratta di una sorta di punto e a capo su come si debba valutare oggi e in particolar modo sul valore della condotta, che, come è ormai risaputo, concorre alla valutazione finale, tanto che con il cinque uno studente d’ora in poi verrà bocciato. Il ministero ha fatto un significativo lavoro di sintesi per identificare i criteri fondamentali che devono essere tenuti in adeguata considerazione quando un insegnante si metta a raccogliere i dati necessari ad esprimere una valutazione sul grado di preparazione di uno studente. Processi di apprendimento, comportamento e rendimento scolastico complessivo, sono questi i fattori che secondo il ministro concorrono ad una valutazione corretta dello studente.

 

Nulla da obiettare: questi fattori sono sicuramente da tenere in considerazione. Ma non bastano. Manca l’aspetto dinamico della valutazione, ossia il percorso che lo studente ha compiuto per raggiungere l’obiettivo prefissato. Valutare uno studente, infatti, non è solo considerare se abbia o non abbia raggiunto un risultato, ma anche il cammino fatto. In certi casi si dovrebbe premiare maggiormente uno studente che dal quattro passi al cinque che non quello che parte dal sei e non fa altro se non conservarlo.

 

Purtroppo oggi la scuola è fatta da insegnanti che hanno un obiettivo e valutano gli studenti rispetto al suo raggiungimento o al non raggiungimento, mentre scuola significa fare insieme un cammino di conoscenza. Perché non si valuta anche il cammino? La ragione forse è molto semplice: è che si vuol garantire la maggioranza dei docenti, che dice allo studente che cosa deve fare e aspetta che lo faccia. Che tristezza tutto ciò! Fare scuola invece è accompagnarlo in questa avventura, ed è ciò che la maggioranza dei docenti non sa fare. Comunque, il ministro rifletta, e lo facciano anche i docenti: è facile insegnare a chi sa già studiare, ma il bello è portare alla conoscenza chi ha difficoltà ad arrivarci o non ha interesse a farlo.

 

Lo schema di regolamento si sofferma poi in modo diffuso sulla valutazione della condotta. Di questo aspetto se ne sta parlando in lungo e in largo, anche perché numerosi sono stati i cinque in condotta attribuiti alla fine del primo quadrimestre; ma il modo con cui si affronta il problema è quello delle procedure, come se bastasse una norma perfetta o la sua coerente  messa in pratica a convincere uno studente a cambiare sguardo su di sé e sugli altri. Invece la questione seria è un’altra: è cominciare a valorizzare gli studenti che hanno un approccio positivo alla realtà e alla vita in classe. È questa la strada per far sì che la condotta diventi una occasione educativa; altrimenti succede quello che già accade in tante scuole, ossia che l’insegnante usa la condotta per non coinvolgersi con i suoi studenti. È invece un dato di fatto che solo in forza di un rapporto si apre l’altro alla positività del reale.

 

(Gianni Mereghetti)

 

 



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COMMENTI
22/03/2009 - Valutare o premiare? (GIUSEPPE LINO)

Io sono genitore e la mia esperienza di studente risale a molti anni fa. Mi domando però se al docente è chiesto semplicemtente di valutare l'allievo o anche di premiarlo se del caso. A me sembra che una valutazione il più oggettiva, e umana, possibile abbia qualche vantaggio. Oltre ad essere corretta evita di creare disparità di considerazione tra i ragazzi. Il premio, almeno secondo la mia educazione, è insito nel fatto di aver raggiunto una valutazione positiva grazie al proprio impegno e magari anche all'aiuto del docente che sa prestare adeguata attenzione a chi ha più bisogno.

 
21/03/2009 - Processi d'apprendimento e apprendimento (Max Bruschi)

Ricordo un episodio della mia prima liceo. Il primo compito scritto di tedesco, una traduzione dall'italiano al tedesco, mi fruttò un 4. La seconda, un 5. La terza, un 5+. Mi disse di andare avanti, che quasi c'ero, ma ogni errore, implacabilmente, la valutazione calava di mezzo punto. Elfriede Pfannenmueller ignorava la docimologia. Dopo cinque anni di lacrime e sague, io però conoscevo quel poco di tedesco bastevole a farmi predere trenta e lode all'università e di barcamenarmi ancora oggi in una conversazione, nonostante non lo pratichi da venti anni.

 
19/03/2009 - Ampio ricorso al cinque (sabina moscatelli)

Nella prima liceo artistico in cui insegno quest'anno assieme ai colleghi e al preside abbiamo deciso per numerosi cinque (e qualche quattro) in condotta. Si trattava di una classe con cui non riuscivamo più a instaurare alcun dialogo educativo, nonostante i mille onesti tentativi da parte nostra. I ragazzi arrivavano da scuole medie in cui promozioni e sufficienze erano dovute, senza che a loro fosse richiesto alcunché. Ebbene, il cinque in condotta li ha obbligati a riflettere sulle loro personali responsabilità nel processo di apprendimento. A oggi, quasi fine marzo, posso dire che forse solo un paio di studenti (ma non di più) rischiano la bocciatura, mentre gli altri hanno scoperto la possibilità di studiare e ottenere risultati all'impegno profuso (commisurati alle rispettive capacità, ovviamente). Per una volta: siamo soddisfatti del percorso fatto e i ragazzi sono contenti, più sereni e consapevoli del loro rulo attivo.

 
19/03/2009 - Non facciamo i semplicisti! (alberto fornari)

Valorizzare chi dal 3 passa al 4: sacrosanto, umano e possibile. Ma non in una situazione di classi come l'attuale. Come faccio a condurre contemporaneamente alunni che sono arrivati al 4, altri al 5, altri al 6,7,8..? Il sapere è fatto in modo tale che nella stragrande maggioranza dei casi si può salire sul gradino successivo solo se il precedente è acquisito. Negare questa evidenza è puro buonismo se non si prende in considerazione al contempo la necessità di percorsi differenziati che nel contesto classe attuale è impossibile. I tantissimi insegnanti impegnati seriamente (checché ne dica Brunetta) si arrampicano quotidianamente sugli specchi di questa contraddizione, cadendo ora nell'appiattimento verso il basso (il più frequente), ora nella selezione massiccia. Perciò non proponiamo soluzioni semplicistiche, per favore, e affrontiamo i problemi nel loro preciso contesto.

 
19/03/2009 - Occorre qualcosa d'altro oltre al voto in condotta (FRANCO BIASONI)

In un breve articolo non si può dire tutto. Vorrei dire qualcosa sulla condotta e la sua valutazione. La valutazione in un rapporto fra maestro e allievo è indispensabile, il maestro la deve all'allievo, altrimenti viene gravemente meno alla sua funzione. Poichè don Giussani ci ha insegnato che la disposizione morale influenza molto l'uso della ragione, anche una valutazione della disposizione morale dell'allievo, della sua apertura al reale è dovuta all'allievo dal maestro. Tutto ciò esige una premessa: che il maestro e la scuola nel suo complesso sia una proposta di introduzione al reale. Purtroppo molte volte e per molti aspetti la scuola non è proposta per questo da ministri, dirigenti, docenti, nè accettata per questo da genitori e studenti. Non c'è da stupirsi perciò se non troviamo facilmente questa positiva disposizione morale di apertura al reale negli studenti. Il cinque in condotta senza le necessarie premesse è del tutto inutile (come anche il dieci), anzi, il cinque è controproducente: aumenta il pregiudizio dell'allievo nei confronti delle discipline, dei docenti e della scuola in generale.

 
19/03/2009 - Coordinamento delle idee (Claudia Capitani)

Parole sagge. Il ministro e i suoi collaboratori, invece, non sembrano capaci di produrre cambiamenti sostanziali ma solo di ripescare qualche vecchia regoletta che imponga una certa (presunta) severità. Ben diverso era lo spessore della riforma Moratti, che ad esempio attraverso il portfolio documentava proprio questo cammino dell'alunno.

 
19/03/2009 - il voto è uno strumento educatvo (nicola itri)

Sono perfettamente d'accordo con il prof. Gianni Mereghetti circa un uso educativo del voto, che deve far sì che il docente accompagni i ragazzi, specie quelli in difficoltà, nel periglioso ma affascinante cammino della conoscenza. Io ho avuto la fortuna di avere, quando frequentavo da studente il liceo classico, un docente di latino e greco, che quando arrivava alla valutazione conclusiva di fine quadrimestre, non faceva di proposito la media dei voti che avevamo meritato, ma guardava al nostro miglioramento o peggioramento rispetto al livello di partenza. Il criterio del mio insegnante ha fatto sì che io e i miei compagni potessimo studiare per migliorarci senza l'angoscia e lo stress delle singole prestazioni, sensa tuttavia che venisse meno da parte del nostro insegnante la severità nel valutare le singole traduzioni, interrogazioni e i compiti sui verbi. Quando poi sono diventato insegnante a mia volta ho usato quel criterio di valutazione che avevo appreso dal mio professore liceale e devo dire che nel corso della mia carriera di docente di lettere alle medie e alle superiori questo stile di valutazione è stato sempre apprezzato dai miei studenti.